L’esito delle elezioni USA ci riguarda come non mai

Buon giorno. Temo per voi amici e pochi intelligenti lettori che nei tempi in avvenire non possiate farvi distrarre dalle vittorie sfolgoranti delle Rosse Ferrari o dalle cifre (che non vi riguardano personalmente) fantasmagoriche con cui passano di mano i cartellini dei campioni che tirano calci alla balla (i campioni di balle sono altro ma altrettanto vengono super pagati) o dalla versatilità sensual-canora di “Elodie”, la popstar italiana che sa stare al mondo. Temo che queste ed altre “droghe” fuorvianti non vi possano salvare da ciò di cui dovrete essere informati e consapevoli. Questo se non volete essere solo parte di una qualche e non troppo accurata statistica. Temo per voi che vi dobbiate soprattutto occupare di cosa accade (e delle ricadute locali) in quella che, per semplicità, abbiamo chiamato “politica estera”. Lo stesso COVID 19 a questo vi sta spingendo, obbligandovi a riflettere sul tema semplicistico dei confini e della viceversa irreversibile “globalizzazione”.

Direi che, quale primo esempio, porsi il problema di cosa stia accadendo intorno alla Casa Bianca e alla feroce lotta per il suo possesso nei prossimi anni è il primo dei grandi temi di cui interessarsi. La campagna elettorale negli USA è entrata nella fase bollente e che la temperatura sia salita al calor bianco, lo si è colto quando Trump ha sostanzialmente dato del “drogato” al suo rivale Biden. Cosa altro può infatti voler dire porre come condizione per un confronto televisivo, preventivamente fare un test per verificare l’uso o meno di sostanze stupefacenti? E questo mentre le conseguenze di quanto (la guerra civile) ufficialmente conclusosi, era d’estate, 155 anni addietro, ancora lasciano segni di morte sulle strade americane. Perché, sentite a me, è di questo che si tratta.

Dopo aver pagato lo spaventoso prezzo di seicentoventimila morti, la distruzione dell’economia sudista, la guerra civile americana, pur avendo fatto liberare quattro milioni di schiavi ne(g)ri, non riuscì a risolvere la questione che da sempre si pone quando sono le armi che dirimono le questioni: i cannoni conquistano ma non è detto che convertano. E così è stato. Non a caso, dopo 155 anni, l’inadeguato Trump potrebbe cominciare a recuperare il divario nelle previsioni elettorali dovendo/potendo/sapendo affrontare, meglio del rivale, il tema dell’ordine dopo i danni provocati dalla violenza rancorosa che ancora attanaglia gli USA, divisi, a macchia di leopardo, tra bianchi ed altri. Neri compresi. Tra ricchi e poveri certamente. La botta COVID 19, ad esempio, come sapete sta lasciando segni macroscopici nell’economia reale. Bene, oggi come allora, le domande che precedettero la ricostruzione (questo aspetta nuovamente l’America) erano/saranno: a spese di chi doveva essere ricostruita l’economia terremotata? All’epoca come in futuro prossimo. Come conciliare il potere locale con quello di Washington? Cosa si doveva intendere per uguaglianza sociale? Ed oggi di cosa stiamo parlando quando si ritiene che negli USA ci sia il diritto di voto per tutti?

Problemi all’ora complessi, figurarsi oggi. Nessuno è in grado (e questo è ciò di cui vi dovete preoccupare pur non vivendo nei confini degli Stati Uniti ma per evidenti motivi geopolitici e di osmosi tra aree civili) di affrontare tali problematiche che richiedono strumenti culturali e di esperienza che è evidente non sono in possesso delle due compagini partitiche che si stanno affrontando. Trump, nessuno se ne abbia, non ha visione sufficiente. Biden appare obsoleto ancora prima di cominciare. Vedete che vi dovete preoccupare? Per uscire dalla fase ci vorrebbe un’accurata pianificazione e non la speranza vana che il poeta James Russell Lowell comunicò per lettera ad un’amico alla fine della Guerra Civile: “Mi preoccupa un po’ la ricostruzione, ma propendo a pensare che le cose si sistemeranno da sole”. Era in errore e lo scontro a fuoco di Portland (l’ultimo di una drammatica serie) di queste ore lo testimonia. Le cose non si aggiustano da sole e quando qualcuno vi suggerisce questa via d’uscita sta proponendo altro. Spesso nuove sopraffazioni. Sempre comunque la continuità della legge del più forte.

Chiudo questa prima riflessione alla vigilia del voto (mancano meno di 60 giorni perché si comincia a votare per posta prima) sui grovigli irrisolti da quelle parti ricordando che la ricostruzione post guerra civile dovette affrontare complessità in materia di profughi, affrancati, terre abbandonate con lo scopo di fornire perfino provviste, vestiario e combustibile agli emancipati miseri e sofferenti, alle loro mogli e figli. Lo Stato avrebbe dovuto inoltre assumere il controllo delle terre abbandonate e confiscate da affittarsi (così era negli intendimenti dei vincitori) a prezzo equo ed entro tre anni. Allo Stato (lo chiamo così perché erano uffici fatti nascere appositamente dopo la vittoria del Nord) furono inoltre affidati (cosa non da poco) i negoziati sui contratti lavorativi (una vera novità per l’epoca), la fornitura di cure mediche e, badate bene, la costruzione di scuole.

Queste tre direttrici sono alla base di qualunque pensiero di “ricostruzione” (lavoro, salute, educazione) allora come oggi. Negli USA come nella nostra vecchia Italia. Il Congresso arrivò fino a questo punto e mi scuso per la ricostruzione semplicistica. Oltre a queste temporanee misure d’aiuto, i programmi di ricostruzione prevedevano ben poco di più del riconoscimento dei fondamentali diritti costituzionali. Questi erano importanti di per sé, naturalmente, ma la loro portata era incerta, decisa più dal corso degli eventi (…ma propendo a pensare che le cose si sistemeranno da sole…), che da un netto impegno a realizzare l’uguaglianza, la fratellanza, la libertà.

Gli USA erano appena usciti formalmente dalla Guerra civile quando il presidente Lincoln, finito di precisare in un discorso pubblico dalla Casa Bianca (era l’11 aprile 1865) il suo impegno per la ricostruzione, ebbe solo il tempo (tre giorni dopo) di presiedere una riunione di gabinetto per l’attuazione degli impegni assunti (lavoro, salute, educazione e quindi uguaglianza) e a sera (era il fatidico 14 aprile) andò al Teatro Ford ma in realtà incontro alla morte. Le classi dirigenti USA, con alterne vicende, da allora lottano per attuare l’uguaglianza ma con limiti e inadeguatezze a tutti evidenti. Anche il duello che formalmente si terrà a settimane risente di queste inadeguatezze. Che vinca l’uno o l’altro. E di questo esito più di come le Ferrari vadano bene o meno, e di chi butterà la palla in rete nel Campionato futuro, dovreste preoccuparvi. Perché vi riguarda.

Oreste Grani/Leo Rugens