I segreti rapporti tra Londra e il Vaticano narrati da S. Maugham

La brutta storia che ha portato alla spoliazione dell’Obolo di S. Pietro grazie a una cricca di delinquenti nonché alla perdita della porpora da parte di Angelo Becciu, vede al centro della vicenda affari e speculazioni in quel di Londra. Non entro nel merito però, grazie a un prezioso amico che mi ha messo sotto il naso un passo del romanzo di Maugham “Il filo del rasoio” dedicato al un delicato rapporto tra un inglese e la Santa Sede, nell’attesa di eventi gravi che scuoteranno l’Italia, vi propongo due testi sui quali immagino avrete di che riflettere.

A Maugham, lo voglio ricordare, fui introdotto da un coetaneo, grande intellettuale e studioso, massone dichiarato, in compagnia del quale, fortunosamente trovai a Porta Portese una vecchia traduzione de “Il Mago”, romanzo dedicato dal grande e omossessuale scritore inglese alla figura di Alister Crowley. Frentate la fantasia.

Maugham, come mi accennò l’intellettuale, fu anche agente segreto.

“Nella guerra del 1914-18 il romanziere Somerset Maugham diventò un agente segreto britannico, anche se, a detta di molti, non eccelse mai nel settore. Quando Winston Churchill si lamentò che Ashenden trasgrediva l’Official Secrets Act, la legge che garantisce il segreto di Stato, Maugham, su cui pendeva la minaccia di uno scandalo legato alla sua omosessualità, bruciò quattordici racconti non ancora pubblicati e sospese la pubblicazione degli altri fino al 1928.”
John le Carré, “Tiro al piccione: Storie della mia vita”, 2016

Perbacco, non lo auguro a nessuno di finire sotto il tiro di un tipo come Winston Churchill, giovane per di più, energico ufficiale e architetto delle trame spionisitiche di un Impero che presagiva il suo declino ma che era ancora in grado di disegnare il Medio Oriente o Vicino Oriente guidando figure quali Gertrude Bell.

Se di Maugham, come ci fa sapere Le Carré, se ne è occupato anche Christopher Andrew, molti anni dopo Churchill, significa che Maugham ha rappresentato un problema o continua a rappresentarlo. Quale problema?

Qui dobbiamo chiederci perché un agente segreto abbia sentito la necessità di raccontare le proprie esperienze e se ciò fosse dovuto al rancore che una intellettualità di tale grandezza provasse nei confronti di una società che lo avrebbe volentieri imprigionato o castrato chimicamente, analogamente perché un cattolico come Greene fosse così inquieto o lo stesso Le Carré abbia più volte dubitato di trovarsi dalla parte giusta del muro.

“R”, il capo del controspionaggio che controllava Ashenden non avrebbe avuto alcun dubbio in proposito, risolvendo la faccenda con una bella fucilazione o impiccagione, rifiutando di riflettere sui perché del tradimento. Che la lezione non sia ancora stata capita, lo dimostrano Snowden e Manning e chi sa quanti altri meno conosciuti, per stare nel presente.

Mi scuso dello sproloquio, influenzato dallo stesso Maugham che in un altro passo del romanzo discetta sul rapporto tra coscienza e volontà o meglio tra inconscio e ragione, ma leggete che ne pensa il Maestro:

“Nel suo nuovo romanzo” mi chiese una volta un giornalista americano senza peli sulla lingua “c’è un personaggio che, riferendosi al protagonista, sostiene che non sarebbe diventato un traditore se fosse stato capace di scrivere. Può dirmi che fine avrebbe fatto lei, se non fosse stato capace di scrivere?”
Mentre cerco una risposta sicura a questa domanda pericolosa, mi domando se dopotutto i nostri Servizi segreti non dovrebbero essere grati ai loro membri che li hanno lasciati per dedicarsi alla letteratura. Rispetto all’inferno che avremmo potuto scatenare percorrendo altre strade, scrivere è un’attività innocua come giocare con le costruzioni. Sono sicuro che le nostre povere spie avrebbero preferito che Edward Snowden avesse scelto la carriera letteraria.
Che cosa avrei dovuto rispondere al mio furibondo ex collega che, a quel ricevimento in ambasciata, sembrava pronto a prendermi a pugni? Penso che sarebbe stato inutile fargli presente che in alcuni libri ho dipinto l’Intelligence britannica come un’organizzazione più competente di quanto non sia mai stata. O che uno dei suoi superiori ha definito La spia che venne dal freddo “l’unica operazione di doppio gioco che abbia mai funzionato”. O che, nel descrivere i nostalgici giochi di guerra di un dipartimento britannico isolato nel romanzo che tanto l’aveva indignato, forse avevo cercato di fare qualcosa di un po’ più ambizioso di una semplice aggressione ai suoi cari Servizi. E guai a me se mi venisse in mente di sostenere che, volendo esplorare la psiche del mio paese, non è poi così insensato dare un’occhiata ai Servizi segreti [nostra evidenziazione]. Prima ancora di finire la frase, qualcuno mi avrebbe già steso.”
John le Carré. “Tiro al piccione: Storie della mia vita”

Ritenendo di avervi rubato abbastanza tempo, vi lascio alla illuminante narrazione di Maugham; deciderete voi quanto aderente alla realtà o meno possa essere.

“ […] Io discendo per parte di madre dal Conte di Lauria che venne in Inghilterra al seguito di Filippo Secondo e sposò una damigella d’onore della regina Mary.
– La nostra vecchia amica Mary la Sanguinaria?
– Gli eretici la chiamano così, credo, – rispose Elliott seccamente. – Non credo di averle mai detto che passai il settembre del ’29 a Roma. Confesso che avevo intrapreso con scarso entusiasmo quel viaggio perché naturalmente in quella stagione Roma è un deserto, ma fu una fortuna per me che il senso del dovere la vincesse sulla mia sete di piaceri mondani. I miei amici del Vaticano mi preannunziarono infatti il crack e mi consigliarono caldamente di vendere tutti i miei titoli americani. La Chiesa cattolica ha dietro di sé venti secoli di saggezza; non lo dimentichiamo. Non esitai un attimo: telegrafai a Henry Maturin di vendere ogni cosa e di comprare oro e telegrafai a Louisa di far lo stesso. Henry mi domandò, sempre per cablogramma, se ero impazzito e rifiutò di eseguire l’ordine finché non glielo avessi confermato. Gli mandai subito un altro cablogramma perentorio, pregandolo di dar corso all’ordine e d’informarmene. La povera Louisa, che non trovò opportuno di seguire il mio consiglio, ebbe a soffrire perdite gravi.
– Così quando arrivò il crack lei si trovò a posto?
– Non perdetti niente; anzi fu per me l’occasione per guadagnare una bella sommetta. Qualche tempo dopo potei ricomprare i miei titoli per una frazione del loro costo originale, e poiché dovevo tutto all’intervento diretto della Provvidenza (non saprei definirlo altrimenti), sentii l’obbligo di fare a mia volta qualche cosa per la Provvidenza.
– Ah sì? E che cosa fece?
– Lei saprà che il Governo italiano ha bonificato quasi completamente le Paludi pontine. Ora, Sua Santità, mi dissero, era gravemente preoccupata per la mancanza di chiese per i coloni immessi nelle terre bonificate. Per farla breve feci costruire laggiù una chiesetta romanica: una copia esatta di una chiesa che conoscevo in Provenza, perfetta in tutti i particolari, un vero gioiello. Non mi giudichi presuntuoso. La chiesa è dedicata a San Martino perché ebbi la fortuna di trovare una vecchia finestra istoriata rappresentante San Martino nell’atto di tagliare il suo mantello per darne la metà al mendicante nudo. Il simbolo mi sembrò così appropriato che la comprai e la feci collocare sull’altare maggiore.
Non interruppi Elliott per chiedergli quale rapporto vedesse tra il famoso gesto del santo e la percentuale sul grosso affare che aveva fatto vendendo a tempo i suoi titoli; era come se avesse pagato a una potestà altissima, la provvigione che si dà a un intermediario. Ma per gli esseri prosaici come me, i simboli rimangono spesso oscuri. Elliott proseguì:
– Quando mi fu concesso di mostrare le fotografie al Santo Padre, egli si degnò di lodare il mio gusto impeccabile ed aggiunse che era per lui un gran piacere trovare in quest’epoca degenerata un uomo che combinasse la devozione alla Chiesa con doni artistici così rari. Fu per me un evento memorabile, caro amico. Ma rimasi di stucco quando mi fu comunicato poco dopo che il Santo Padre si era degnato di conferirmi un titolo. Nella mia qualità di cittadino americano preferisco non usarlo, tranne, s’intende, in Vaticano, e ho proibito al mio Joseph di chiamarmi Monsieur Le Comte. Spero che lei non mi tradirà. Preferirei che non se ne parlasse all’estero. Ma Sua Santità potrebbe pensare che non apprezzo l’onore che mi ha fatto, e questo mi dispiacerebbe molto. Ho fatto ricamare la corona sulla mia biancheria intima unicamente in segno di rispetto per lui. Lei che mi conosce capirà quale modesto orgoglio mi dia il nascondere il mio rango sotto il sobrio abito a righe di un gentiluomo americano.”
Maugham William Somerset, “Il filo del rasoio”, 1946

Trovo nel Pontino giusto un Borgo S. Martino ma non ritengo essere quello narrato in questa straordinaria vicenda.

Grazie per l’attenzione.

Alberto Massari

P.S. Quasi lo dimenticavo, John Cornwell, fratello di David (John Le Carré) ricevette dall’arcivescovo John Foley la sollecitazione a scrivere un saggio sulla morte di Papa Luciani (“Un ladro nella notte”) su suggeriemento del Vaticano.