C’era un caso italiano su Celan e Leo Rugens l’ha quasi risolto

Il 5 dicembre scorso era uscito https://www.minimaetmoralia.it/wp/altro/ce-un-caso-italiano-su-paulcelan/. Lì l’autore Andrea Cirolla ricordava vecchie traduzioni celaniane di Dario Borso apparse nei commenti a un post uscito il primo settembre 2006 su Nazione Indiana, il litblog italiano allora di più seguito https://www.nazioneindiana.com/2006/09/01/psalmsalmo-x3/.

Ci sono andato con l’intento di verificare la notizia di Cirolla, e ho trovato una sorpresa: Luigi Reitani come traduttore di Salmo, celebre poesia di Paul Celan – non nei commenti, ma subito nel post, in bella evidenza.

Nei commenti poi, Borso proponeva soluzioni alternative in costante dialogo con Helena Janeczek (esordiente con una raccolta di poesie in tedesco per Suhrkamp, stessa casa editrice di Celan, poi narratrice, Premio Strega 2018) e con un commentatore che si firmava Alcor.

È bastato digitare in Nazione Indiana Alcor su “cerca”, e per primo è uscito https://www.nazioneindiana.com/2011/06/24/alcor-gentil-rempaira-sempre-silvia/: Silvia Bortoli, unica traduttrice ad aver vinto due volte il prestigioso Premio Monselice, nel 1976 per l’opera prima e nel 2004 per i Romanzi di Theodor Fontane, Meridiano Mondadori.

La traduzione di Reitani alla fine non ne esce bene, e nell’ipotesi che lì si fosse creato un primo attrito, ho proseguito la ricerca fino a trovare: https://www.nazioneindiana.com/2008/04/18/holderlin-la-veduta/.

Questo post del 18 aprile 2008 riporta la premessa a Scardanelli, Stagioni, a cura di D. Borso, Quaderni di Orfeo, Milano 2004: “I testi qui raccolti risalgono agli ultimi giorni di vita del poeta, che morì a Tubinga il 7 giugno 1843. Da più di trent’anni abitava presso la famiglia Zimmer che lo accudiva, da una ventina non usciva di casa limitandosi a guardare fuori il paesaggio e a ricevere le rare visite di giovani ammiratori, da almeno due era Scardanelli. Dal contenuto traspare lo stesso spinozismo che aveva infiammato Hölderlin studente, solo che esso coincide qui con la struttura formale, perfetta al punto da inverare il miraggio schilleriano di una poesia ingenua. Che poi tale adaequatio concida a sua volta con la psicosi è cosa che avrebbe meravigliato forse Spinoza stesso. Inevitabile perciò che i testi (e soprattutto l’ultimissimo, composto a pochi giorni dalla morte) siano stati una crux della critica novecentesca. E se si pensa che Heidegger a più riprese vi ha sviscerato il tema del misurare senza però mai indagare il metro, che Jakobson vi ha colto un nulla di comunicazione quando sono tutti su commissione, che Adorno li ha costretti alla paratassi benché sorretti da una sintassi spesso ferrea, l’impressione è che ci sia ancora molto da fare (e da tradurre, se l’ultimo italiano, e primo a tentar la rima, dice di averlo fatto ‘naturalmente al prezzo di una inevitabile alterazione del lessico’)”.

A seguire, la traduzione dell’ultimissima poesia La veduta:

Quando la dimorante vita degli umani va lontano,
dove lontano brilla il tempo della vite,
lì appresso è pure il campo vuoto dell’estate,
il bosco appare nel suo scuro tono.

Che natura completi il quadro delle stagioni,
ch’essa ristia, quelle scivolino via velocemente,
viene da perfezione; la sommità del cielo splende
agli umani allora qual fiorame che alberi incoroni.

E a corredo, l’originale: “Wenn in die Ferne geht der Menschen wohnend Leben, / Wo in die Ferne sich erglänzt die Zeit der Reben, / Ist auch dabei des Sommers leer Gefilde, / Der Wald erscheint mit seinem dunklen Bilde; / Daß die Natur ergänzt das Bild der Zeiten, /Daß die verweilt, sie schnell vorübergleiten, / Ist aus Vollkommenheit, des Himmels Höhe glänzet / Dem Menschen dann, wie Bäume Blüht’ umkränzet“.

Nei commenti (numerosi, 138) si ricostituisce un triangolo dialogico, con al posto di Janeczeck, Domenico Pinto, Premio Goethe-Institut Italien 2008 per la traduzione di Arno Schmidt:

– Alcor dichiara subito di trovare “eccellente” la traduzione di Borso.

– Pinto riporta la versione di Reitani, da Tutte le liriche di Hölderlin, Meridiano Mondadori 2001 a sua cura:

In lontananza va la vita dell’uomo,
Dove scintilla dei tralci il tempo nuovo,
Il campo dell’estate si svuota di figure,
Appare il bosco con immagini oscure;
Completi la natura l’immagine dei tempi,
Che resti, ed essi scorrano svelti,
È perfezione, il cielo invia splendori
All’uomo, come gli alberi si avvolgono di fiori.

– Alcor sbotta: “salvare le rime non è tutto”.

– Borso incalza: “su rima e lessico in Italia ci si rompe la testa perché s’introduce un terzo incomodo: il metro (che si fa coincidere, chissà perché, con l’endecasillabo)” con esplicito riferimento critico al finale della sua premessa riportata nel post: l’italiano che afferma di aver tradotto in rima “naturalmente al prezzo di una inevitabile alterazione del lessico”, è proprio Reitani, che ne esce con le ossa rotte. E anche qui è inverosimile che Reitani non se ne sia accorto.

Ce n’è a sufficienza per determinare il movente dell’inviperito, vendicativo attacco di Reitani a Borso sul Sole24ore, bissato il 3 dicembre su L’Indice https://www.edizioninottetempo.it/media/news/files/19/lanniversario-di-paul-celan-lacerato-tra-due-identita-d3766.pdf

Per me insomma, il caso è chiuso.

Alberto Massari

P.S. Non sapendo una parola di tedesco, ho fatto tradurre La veduta a Google, e quasi quasi la preferisco a quella di Reitani:

Quando la vita dell’uomo va in lontananza,
dove in lontananza splende il tempo delle vigne,
ci sono anche campi vuoti d’estate
la foresta appare con la sua immagine oscura;
che la natura completi il quadro dei tempi
che si attardano, scivolano veloci,
è dalla perfezione, l’altezza del cielo risplende
poi alle persone come alberi in fiore.