In morte di Giorgio Galli nemico dell’oblio indiscriminato

Ieri è morto Giorgio Galli, nato a Milano nel 1928 e per tutti questi anni, grande maestro di chiavi interpretative utili ad una rilettura della storia italiana, soprattutto a partire dal dopoguerra, attraverso gli scandali, i misteri, le corruttele che ne hanno segnato il divenire.

Per Galli, da cui Luigi Abete (era il lontanissimo biennio 1978-1979) mi mandava, pagandomi, ad apprendere lezioni sulla contemporaneità, non c’erano argomenti ignoti. A cominciare dal lontano “caso Montesi“, alle prime denunce di Ernesto Rossi, alla nascita del capitalismo assistenziale, Galli ricordava tutto dei misteri del vecchio SIFAR, degli scandali urbanistici, finanziari, petroliferi; ricordava la Lockheed e Michele Sindona; il Caso Moro, la P2, il crac del Banco Ambrosiano, le “carceri d’oro“, la strage di Ustica, l’Irpiniagate. Teneva tutto insieme e al tempo sviscerava ogni singolo capitolo della “tragedia” italiana. Tutti “grovigli bituminosi” di cui periodicamente mi avete visto scrivere o alludere. Tutti temi che per Giorgio Galli avevano pochi segreti o zone oscure. Se ne andato un grandissimo studioso della degenerazione partitocratica, in particolare un sofisticato interprete della storia politica ed economica della corruzione. Galli veniva definito un politologo per essere stato tra l’altro docente di Storia delle dottrine politiche. Per quello che ho appreso dalla sua viva voce (ancora un grazie ad Abete per quell’opportunità offertami) era soprattutto un codificatore del perverso intreccio tra l’Italia ufficiale ed una sotterranea che solo a pochi era dato di scoprire, tenendo nel dovuto conto poteri occulti, Servizi segreti, politica istituzionale pronta a tutto e malavita organizzata. Galli è stato tra i primi che ho capito capiva di tali legami rizomici. Un grande Galli, come pochi altri. Recentemente ho conosciuto Sergio Bellucci, vero intellettuale di cui a volte ho citato riflessioni e libri. Uno che conosceva bene Galli e ne apprezzava la mente transdisciplinare ritengo fosse proprio Bellucci.

Tra l’altro mi piaceva Galli (e mi piace Bellucci) perché sosteneva che andavano rifiutati gli appelli a mettere da parte le accuse e le polemiche relative agli anni della “guerra fredda” e della “strategia della tensione” sfociata successivamente nello stragismo politico-massonico-mafioso. Non solo rifiutando di dimenticare ma anzi ricordando per filo e per segno il passato della Repubblica, senza incorrere in riduttive e semplicistiche numerazioni. Ricordare quindi per avere piena consapevolezza di dove comincia quel declino civile ed etico della comunità italiana che ancora perdura. Nel ricordare viceversa si favorisce (con i propri personali limiti ovviamente) una qualche possibilità previsionale, “preveggente” avrei detto in altro momento della mia esperienza di vita, senza la quale è perfettamente inutile ogni scienza politica. Aver lasciato alle spalle troppi torbidi episodi senza indagarne le responsabilità ha di fatto assolto/riabilitato gentaccia che non avrebbe dovuto poter interferire, e lo ha fatto anche recentemente, sui tentativi di cambiamento paradigmatico della politica italiana. Non aver fatto i conti con il Palazzo e molti suoi frequentatori ha vanificato la mobilitazione delle risorse (gli 11 milioni di voti ad esempio e i trecento parlamentari del M5S) che il divenire delle cose, avevano evocato. Si è voluto girare la testa dall’altra parte (se non peggio) senza voler vedere come l’economia della corruzione si integrasse sempre di più con quella del crimine. Altro che “scordare il passato” che in troppi vi hanno proposto, sentendosi così liberi di cercarsi cattivi maestri tra i politici anziani e particolarmente tra quelli mal malvissuti. Galli era acerrimo nemico degli scordarelli. Nella nostra semplicità ma per onorare le sue lezioni di storia politica del malaffare, proveremo a non dimenticare. Nulla.

Oreste Grani/Leo Rugens