Perché tutta questa attenzione al “caso Shalabayeva” in questa fine di febbraio?

Il 27.2.21 Claudia Fusani sul Riformista, il 28.2 Paolo Biondani e Leo Sisti sull’Espresso scrivono corposi articoli sulla vicenda Shalabayeva / Ablyazov.

Entrambi ricostruiscono con dovizia di particolari quanto accadde, Fusani puntando sulla vicenda processuale e ponendo due questioni fondamentale: “Quella di Alma Shalabayeva è stata certamente una vicenda strana e per fortuna senza conseguenze su mamma e figlia. E questo è quanto più conta. Restano però aperte molte domande. La prima: come funzionò davvero la catena di comando che innescò l’irruzione a Casal Palocco?

La seconda: dalla relazione del capo della polizia prefetto Pansa si desume che il capo della Squadra Mobile deliberò l’operazione sulla base dell’input ricevuto dall’ambasciatore kazako. È tuttavia evidente che né Cortese né Improta avrebbero potuto decidere autonomamente quella espulsione. Perché, poi, la Procura di Perugia non sentì tra i testimoni anche il procuratore Pignatone e il pm Albamonte? La lista delle domande sarebbe ancora lunga. E chissà che una chiave per trovare le riposte non possa trovarsi anche in quell’incontro al bar Vanni tra i due Procuratori di Roma e Perugia di cui parla Palamara nel suo libro. Tutto questo merita un approfondimento”.

Da anni e anni ripeto che il nodo della questione è politico e si chiama Angelino Alfano, comunque sia più pupo che puparo, ma nessuno ha voluto a oggi affrontarlo; ritengo che lo sguardo andrebbe rivolto piuttosto a San Donato, non al gruppo della sanità del quale l’ex Ministro dell’Interno è stato presidente, però, o forse anche.

Di altro genere e tono l’articolo di Biondani e Sisti, molto concentrati a dimostrare che Ablyazov è innanzitutto un delinquente più che un dissidente. Ai due ottimi giornalisti, che hanno rivelato la parcella milionaria dell’avvocato franco-canadese di casa a Mosca, Peter Sahlas: “Le cruciali attestazioni centroafricane risultano procurate da due legali: lo svizzero Charles De Bavier e il franco-canadese Peter Sahlas. Quanto hanno incassato dagli Ablyazov? Il tribunale se ne disinteressa. L’Espresso è in grado di colmare anche questa lacuna grazie ai Fincen Files, le denunce americane anti-riciclaggio (svelate dal consorzio Icij). De Bavier, tra ottobre 2013 e gennaio 2014, ha ricevuto 3 milioni e 450 mila dollari da una società offshore, inquisita per sospetto riciclaggio di denaro sporco, gestita dal marito di Madina Ablyazova, figlia di Alma e Mukhtar. L’altro legale ha incassato 310 mila dollari, nei paradiso fiscale di Jersey, sempre dal genero degli Ablyazov, che gestisce tesori offshore per centinaia di milioni. Il processo di Perugia è nato proprio da una denuncia di Madina Ablyazova: anche lei ora attende rimborsi dai poliziotti italiani.
Il tribunale ridicolizza anche l’allarme della polizia sul rischio che Ablyazov potes se girare armato, «come un Bin Laden kazako», osservando che è accusato solo di reati economici. Negli atti di una causa francese, però, la banca Bta scrive che Abklyazov è stato condannato all’ergastolo, in Kazakhstan, anche come presunto mandante dell’omicidio, nel 2004, del banchiere Yerzhan Tatishev, suo ex socio. Un finto incidente di caccia, smascherato anni dopo da una perizia di tre esperti americani, che ha fatto confessare il killer, condannato a dieci anni. An che questi verdetti non vengono esaminati e criticati dal tribunale, ma totalmente ignorati.
L’Espresso ha chiesto più volte ad Ablyazov di replicare a queste sentenze. Dall’ex banchiere e dai suoi legali, nessuna risposta”.

Fatico a credere che Sahlas si sia mosso per quattro spiccioli, per il resto riservo ad altra occasione il racconto del nostro incontro.

Entrambi gli articoli concordano nel giudicare approssimativa l’analisi dei fatti da parte dei giudici di Perugia ma puntano in due direzioni diverse la loro attenzione: Fusani sulla catena di comando e le responsabilità politiche; Biondani e Sisti sul “complotto” internazionale, a mio parere senza alcun scatto di fantasia.

Rimae il fatto che qualcuno a Casalpalocco scelse l’abitazione per la famiglia Ablyazov, qualcuno avvertì il kazako che la polizia stava per andare a prenderlo, qualcuno indicò nelllo studio Olivo gli avvocati all’altezzza della situazione, qualcuno lo fece scappare e qualcuno ci chiese di trovarlo; a mio parere parla italiano.

Ciò che posso affermare con sicurezza è che negli anni ho trovato molti italiani amici dei kazaki, addirittura uno che si è definito “tifoso” di Nazarbayev, qualcuno, IsAG, promotore dell’Ambasciatore kazako Yelemessov, italiani che volessero restituire l’onore al Paese, pochissimi, e tra loro non posso annoverare né magistrati né forze di sicurezza e neppure i giornalisti che si sono dedicati alla vicenda.

Alberto Massari