Piaggio Aerospace finita male: sembrano coinvolti Matteo Renzi, Roberta Pinotti, Luca Lotti, Enzo Vecciarelli e tale Carlo Torino commercialista

Report” di questa sera, 28 febbraio 2021, lascia detto (mi sembra che fornisca non poche prove oggettive e logiche in una accurata ricostruzione) a milioni di cittadini che personaggi politici di primissimo piano (l’ex premier Matteo Renzi, l’ex ministra della Difesa Roberta Pinotti, il solito Luca Lotti ma ho visto anche comparire il Gen. Enzo Vecciarelli quello che odiava la sua ministra Elisabetta Trenta) potrebbero essere coinvolti in una oscura vicenda legata alla fine miserrima della Piaggio Aerospace. Questi signori sembrano coinvolti nella fine dell’azienda non so se giudiziariamente ma certamente dal punto di vista etico-morale. Per il resto speriamo ci siano altri a provvedere. 

La puntata comunque va rivista e interpretata. Noi che sentivamo sempre puzza di bruciato rispetto a Mister Because/Matteo Renzi, da alcuni giorni ci eravamo portati avanti con il post LE PARCELLE DI MATTEO RENZI NEL MONDO ARABO. PARCELLE O ALTRO A SCOPPIO RITARDATO? del 22/2/2012 con quello di ieri MOHAMMED BIN SALMAN E L’AVIDITÀ DI MATTEO RENZI.

Vista la puntata troviamo gravissima la situazione geopolitica implicita nell’inchiesta giornalistica. Comunque, nella nostra semplicità e marginalità siamo sul pezzo, incazzati neri solo ad ipotizzare che quanto ventilato da Report corrisponda al vero. 

Usiamo infine questo post per indirizzare un piccolo omaggio: in questo Paese di professionisti che lavorano per giornaloni distratti, il 28 ottobre 2019, la giornalista (ritengo che lo sia) Rossella Daverio così ricostruiva e denunciava la situazione Piaggio Aerospace. La Daverio, preveggente, nel suo articolato pezzo, che trovate a seguire, non ha sbagliato una sola domanda o “insinuazione”. Complimenti sentiti da un anziano, marginale e certamente ininfluente blogger. Per quel che valgono.

Oreste Grani/Leo Rugens


Rossella Daverio

Rossella DaverioOct 28, 2019·9 min read

LA MASCHERA E IL VOLTO — Qualche domanda su Piaggio Aerospace

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La sede di Piaggio Aerospace a Villanova d’Albenga (Savona)

I Mattei fanno scuola. Anche le aziende stanno imparando a comunicare alla Salvini e/o Renzi maniera: verità poca, slogan tanti, approfondimenti nessuno. La tendenza ce l’hanno sempre avuta, ma la moda corrente del “pensiero breve” la rafforza e la raffina.

Le due informazioni più recenti sulla travagliata azienda ligure Piaggio Aerospace, in amministrazione controllata dal 3 dicembre 2018, inducono a questa riflessione. Una è fresca di giornata ed è stata diffusa tramite comunicato stampa. Riguarda «la firma di un accordo con Sheikh Khalifa Al Saif, Presidente della Al Saif Aviation, per l’acquisto di almeno 10 Avanti EVO». L’Avanti EVO è l’aereo executive della Piaggio. Il testo aggiunge anche che: «In base a tale accordo, Al Saif Aviation agirà inoltre come agente e distributore per le aree del Medio Oriente, Nord Africa e alcuni Paesi chiave in Europa, con l’obiettivo di promuovere l’Avanti EVO nell’area EMEA». E, poche righe più in là, per corroborare l’idea che Piaggio sia ormai in ottima forma, il redattore scrive: «Con un portafoglio ordini totale — tra contratti già in esecuzione e contratti prossimi alla firma — che ha raggiunto un valore totale di 838 milioni di euro, il Commissario Nicastro è ora pronto ad avviare il processo di vendita della società».

L’altra novità è relativa ai 160 milioni stanziati dallo Stato per l’acquisto di un sistema a pilotaggio remoto o drone P.1HH (comprensivo di due velivoli e una stazione di controllo a terra). L’investimento è stato approvato dalle Commissioni parlamentari preposte in questi giorni.

Le due buone notizie, accolte con piena soddisfazione da stampa, autorità e persino forze sindacali, andrebbero forse messe in prospettiva. Qualcuno ha scritto: «una risposta è il tratto di strada che ti sei lasciato alle spalle. Solo una domanda può puntare oltre». Proviamo quindi a valutare le risposte sul futuro dell’azienda che le Istituzioni e Piaggio ci hanno fornito ponendo semplicemente alcune domande:

  1. Il testo del comunicato stampa odierno afferma, è vero, che Al Saif aveva già acquistato un velivolo Piaggio nel 2016 (in realtà era il novembre 2015, ma non fa niente… mese più, mese meno…). Perché non precisa anche che, già in quella data, si era concordato che l’uomo d’affari saudita ne comprasse altri dieci e diventasse agente dell’azienda per il Medio Oriente? Forse si è esteso il perimetro delle sue concessioni, ma agente Al Saif lo era già. Ed è ben diverso l’acquisto di «almeno dieci» velivoli da parte di un cliente privato qualunque e da parte di un partner in affari.
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L’ex ad di Piaggio con Al Saif padre e figlio, mentre celebra la loro nomina ad agenti della società per il Medio Oriente. Era il luglio 2016.

2. Come farà Piaggio a produrre e consegnare questi dieci velivoli (più gli altri del suo cospicuo pacchetto-ordini) quando è noto che oggi ha le macchine ferme, i lavoratori in cassa e manca di materiali per fabbricarli, visto che è indebitata con tutti i fornitori e non riesce nemmeno più a produrre una fusoliera? La ripresa a pieno ritmo di una produzione aeronautica dopo mesi di stasi richiede, dicono i tecnici, almeno un anno.

3. In che arco di tempo verranno quindi consegnati questi dieci nuovi aerei? Il comunicato, con implicita ammissione, dice che il primo sarà pronto nella seconda metà del 2020. Un’eternità per un aereo executive… E gli altri? I flussi di cassa di un’azienda del settore dipendono fortemente dai tempi di consegna, quando cioè un velivolo si paga nella sua interezza (a parte due piccoli anticipi che la regola vorrebbe fossero forniti in corso d’opera, ma Piaggio, almeno in passato, non chiedeva mai avendo una gestione economica un po’… dilettantesca). E ogni ritardo sui tempi stabiliti costa moltissimo in termini di penali. In sostanza, quando questi dieci aeroplani si tradurranno in denaro sonante?

4. I dieci aerei saranno prodotti da Piaggio Aerospace o da Piaggio Aviation, la società costituita per scorporo al fine di soddisfare le mire di un presunto investitore cinese che si celava dietro una sedicente finanziaria lussemburghese diretta da ex dirigenti del passato? Quali saranno le sorti di Piaggio Aviation, anch’essa in amministrazione straordinaria? Il sedicente investitore di cui sopra è sempre all’orizzonte e diventerebbe il beneficiario dei nuovi contratti?

5. Da quali prodotti e mercati è costituito il portafoglio ordini di 838 milioni di euro? Sempre nel comunicato, l’azienda afferma che 270 di questi milioni sarebbero già finalizzati nel settore manutenzione motori. E aggiunge che i restanti «568 milioni arriveranno entro la fine dell’anno». Affermazione un po’ vaga: in quale ambito di attività, su quali mercati? Quali clienti si sono dichiarati disponibili firmare in due mesi contratti per un ammontare così elevato con un’azienda in amministrazione controllata?

6. Perché il commissario Vincenzo Nicastro afferma di essere pronto oggi ad avviare il processo di vendita della società? Non lo era già? Che fine hanno fatto le 39 manifestazioni di interesse di cui si parlava in maggio? Allude forse al passaggio da una fase esplorativa a una ufficiale? E in quali tempi? Perché non dare spiegazioni più dettagliate?

7. Il ruolo di Nicastro scadeva a fine giugno e ci risulta sia stato prolungato di 90 giorni, il che ci porta a fine settembre. Ora siamo quasi a fine ottobre. È stato esteso di nuovo e fino a quando? Quando Piaggio potrà essere finalmente guidata da un management che conosce il settore, caratteristica che in aeronautica più che altrove è fattore essenziale di competitività? Si aspetta il nuovo acquirente? Se sì, la domanda rimanda alla precedente.

8. Per passare infine ai 160 milioni governativi per l’acquisto di un sistema P.1HH, non si tratta forse di una cura palliativa o di uno specchietto per le allodole? Ricordiamo che inizialmente, durante l’era Pinotti, si parlava addirittura di 766 milioni e 10 sistemi. Lo scorso anno (marzo 2018, ministra Trenta) di 4 sistemi e 250 milioni. Ora si è scesi a un sistema e 160 milioni, con evidente rincaro dei prezzi (sia detto per inciso… ma sono soldi nostri). Che cosa farà questo solo sistema nell’ambito nelle strategie di difesa del Paese? Per che cosa verrà usato? Quale sarà il suo carico utile e Leonardo, che lo fornisce in buona parte, è sempre disponibile a produrlo? Come dialogherà con i droni americani attualmente in servizio? Come potrà essere usato dalle forze armate, visto che non ha ancora una certificazione militare, che costa circa 70 milioni? Come sta andando il suo programma di sviluppo, che ha sperimentato lunghe pause e forti rallentamenti? Con che denaro Piaggio ne ha finanziato il completamento?

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Il mock-up del drone P.1HH a un salone aeronautico.

9. Ultima domanda: nel novembre 2018, quando Piaggio ha presentato i libri in Tribunale a Savona, è emerso che i suoi debiti ammontavano a 618,8 milioni. Una parte cospicua è relativa a quelli contratti con i fornitori. La sola Leonardo vanta crediti per circa 115 milioni. E il Tribunale sta progressivamente pagando gli inevasi. I 160 milioni del contribuente italiano non serviranno forse a mettere una pezza a questa situazione, più che a comprare un drone fantasma?

Ci auguriamo sinceramente che queste domande trovino risposte convincenti e che Piaggio riesca finalmente a costruirsi un futuro solido e degno delle persone che ci lavorano, in una regione già duramente provata come la Liguria.

Ma la solidità del futuro dipende in larga misura dalla memoria del passato, dalla comprensione del presente e dal grado di verità con cui si guardano i problemi e le opportunità reali. «Face reality as it is, not as you wish it to be», diceva un grande capo azienda a nome Jack Welch.

Il difficile, ma essenziale, esercizio della verità è stato praticato molto poco da Piaggio e da tutti coloro che l’hanno diretta, posseduta, usata e corteggiata nel corso degli anni.

I primi responsabili del suo inevitabile declino sono stati gli azionisti: Piero Ferrari e José di Mase in passato, che l’hanno impiegata per fini politici e speculativi, e gli arabi del fondo sovrano Mubadala più di recente. Anche gli emiri del Golfo hanno usato Piaggio. L’hanno infatti vista come una pedina di scambio nella loro contorta geopolitica internazionale in bilico tra USA e Russia. Inoltre non hanno saputo guidarla, non hanno rispettato nei loro comportamenti le leggi e le norme — dalla Legge italiana 185/90 ai Principi di Santiago — e hanno posizionato ai suoi vertici persone capaci di seguire ossequiosamente i loro ordini, ma sprovviste di ogni competenza professionale e della minima onestà intellettuale.

Questi stessi capi azienda (esecutori passivi di ordini insensati come Carlo Logli o guidati solo dall’interesse personale come Alberto Galassi o privi di qualunque senso del business e della realtà come Renato Vaghi) hanno colpe altrettanto gravi. Ripercorrere le loro dichiarazioni nel corso del tempo dà i brividi. Limitiamoci all’ultima: era il 21 novembre 2018 quando, di fronte alle Commissioni Difesa del Senato e della Camera riunite, Vaghi dichiarava che «Piaggio è un’azienda patrimonialmente sana e registra un miglioramento della sua posizione finanziaria netta», salvo depositare il 3 dicembre dello stesso anno (dodici giorni dopo!) un bilancio con perdite per 618 milioni. Bugiardo patentato o incompetente? Chissà… Agli emiri l’ardua sentenza.

I sindacati hanno assistito, sempre impotenti e spesso illusi dal potente di turno, con il quale diventavano alla fine consenzienti, alla distruzione della loro impresa reagendo debolmente o tardivamente.

Quanto alle Istituzioni italiane, hanno forse, tra tutti, le responsabilità più gravi, anche perché sono pagate dai cittadini per rappresentarli e difendere il bene comune «con dignità e con onore». È indispensabile non dimenticarlo mai.

Nel caso di Piaggio i Governi che si sono succeduti avrebbero avuto il diritto e il dovere di assicurarne la stabilità economico-finanziaria, vegliare sui suoi progressi, addirittura porre il veto sulle scelte del dirigenti se lo avessero voluto. Lo prevede la legge detta «Golden Power», il cui decreto applicativo inerente Piaggio è stato firmato da Matteo Renzi e Roberta Pinotti il 18 aprile 2014. Il testo è stato redatto esemplarmente, ma è rimasto lettera morta. Nessuno di coloro che avrebbero potuto e dovuto farlo rispettare l’ha applicato. Mai.

Hanno invece corteggiato a turno l’azionista arabo, partecipato a cene danzanti nel deserto, alloggiato presso il fastoso Emirates Palace di Abu Dhabi, preso aerei privati Piaggio per andare a vedere partite di pallone del Manchester City (che gli arabi posseggono), acconsentito senza battere ciglio a tutte le loro pericolose stravaganze, chiuso entrambi gli occhi sul fatto che l’azienda ligure non depositasse bilanci per tre anni, cosa che se fosse fatta da una piccola Srl artigiana causerebbe l’immediata e furibonda reazione dell’Agenzia delle Entrate.

Sembra perso nella notte dei tempi quel 7 novembre 2014 in cui Matteo Renzi, accompagnato da mezzo Governo, inaugurò il nuovo sito di Villanova d’Albenga sottolineando che «non bisogna avere paura del futuro» e che il suo legame con gli Emirati nasceva «da una profonda condivisione politica e geopolitica». Vista la situazione in cui gli emiri hanno lasciato Alitalia e Piaggio sarebbe forse stato meglio non condividere profondamente un bel nulla.

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Un ispirato Matteo Renzi inaugura il nuovo sito produttivo di Piaggio il 7 novembre 2014.

E altrettanto lontano appare, alla luce dei fatti, il momento in cui un’assai sorridente Roberta Pinotti allacciò al collo del manager emiratino incaricato di vegliare sui destini dell’azienda ligure, l’ineffabile Homaid al Shimmari, il nastro di seta verde con appesa la medaglia di commendatore dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana, rilasciata dal presidente della Repubblica su richiesta pressante di quello del Consiglio, cioè il solito Renzi. Era il 3 settembre 2015 e nella sala privata dell’aeroporto di Ciampino, dove si svolse la (comprensibilmente) riservata cerimonia, c’erano tutti a festeggiare i supposti meriti del dirigente arabo che aveva ridato lavoro, tecnologia e speranze alla Liguria. Oltre alla ministra, a Carlo Logli e ad Alberto Galassi, erano presenti generali variamente stellati di ogni arma e colore. Tra di loro svettava, non per statura ma per entusiasmo, Enzo Vecciarelli, che offrì a Homaid… un fucile. De gustibus.

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Roberta Pinotti ed Enzo Vecciarelli.

All’epoca il generale Vecciarelli era sotto-capo di Stato Maggiore della Difesa, incaricato da Roberta Pinotti di vegliare sulla corretta applicazione della legge «Golden Power» a Piaggio. Non l’ha fatto con scrupolo, diciamo così, ma è stato promosso lo stesso: è diventato in successione capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica e poi capo di Stato Maggiore della Difesa intera, ruolo che tuttora ricopre.

Speriamo che questo Paese, che dimentica tutto in fretta, ritrovi presto la memoria e, con essa, la dignità. E Piaggio sappia finalmente guardare allo specchio il suo volto dietro la maschera.

Senza verità non c’è mai futuro.