Una breve nota su Pietro Panarello

Cosa abbia spinto, se lo ha spinto, Pietro Panarello a porre fine alla sua giovane vita, non è qui argomento; piuttosto mi interessa sottolineare ai nostri lettori una certo interesse verso un luogo frequentato dal funzionario della Farnesina che si interessava di Etiopia, la ribollente ex colonia italiana.

Per farla breve mi riferisco a IsAG – Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie, che abbiamo incontrato sul nostro cammino, guarda un po’, quando ci interessavamo di Ablyazov e Kazakhstan. Abbiamo un ricordo netto e preciso del suo presidente e fondatore, Tiberio Graziani, presentatoci da un professore della Link Campus.

Tornando a IsAG e a Graziani, lasciamo al “Comitato direttivo” dell’istituto il compito di descriversi, aggiungendo che rimanemmo alquanto colpiti dalla ramificazione internazionale del thik tank, che, all’epoca, il 2015, abbracciava il mondo intero, in particolare il Sud America.

La Redazione


isagitalia.org
Come ti invento l’IsAG connection – IsAG

Il 24 febbraio [2019] è uscita sull’Espresso un’avvincente ma quantomai fantasiosa ricostruzione della storia dell’Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie (IsAG), condita da rapporti oscuri con il Cremlino e l’estrema destra italiana.

“Bertolasi si presenta come ricercatore di Antropologia all’Università Bicocca e collaboratore di «Sputnik Italia», una delle testate controllate dal Cremlino. Come Zoccatelli è membro dell’associazione Veneto-Russia, ma anche ricercatore dell’Istituto di Alti Studi in geopolitica e scienze ausiliarie (Isag), un think tank basato a Roma, al cui interno ci sono personaggi dell’estrema destra italiana come Tiberio Graziani, animatore di diversi pensatoi filo-russi, per anni presidente dell’Isag. Approfondendo i partner dell’associazione si scoprono connessioni con il Cremlino. Nel 2012 l’Isag ha infatti stretto una partnership con la rivista ufficiale del ministero degli Esteri russo. Nello stesso anno è stata firmata un’alleanza anche con Rossotrudnichestvo, il centro di scienza e cultura, che, secondo l’esperto Shekhovtsov, nasconde «il maggior strumento usato dalla Russia per esercitare soft power in Paesi stranieri». Graziani è legato a uno storico volto della destra radicale, Claudio Mutti, professore “militante”, una biografia che si intreccia al neofascismo anni Settanta. Mutti ha fondato in Italia una casa editrice specializzata in pubblicazione su temi internazionali. Primo fra tutti quello dell’Eurasia, il megacontinente che avvicinerebbe il Vecchio Continente a Mosca, caposaldo putiniano. Un’ideologia a cui Mutti ha dato ospitalità in Europa pubblicando, nel ’91, il libro “Continente Russia”. L’autore? Aleksandr Dugin, il filosofo di Putin”
Spocci, C. (a cura di), “Quanti affari tra Via Bellerio e il Cremlino”, pp. 25-26

Cerchiamo di fare chiarezza.
L’IsAG nasce nel 2010, su impulso del dott. Tiberio Graziani e di un gruppo di giovani ricercatori provenienti da una decina di università diverse.
L’Istituto è l’unico think tank italiano che non nasce per volontà politica o imprenditoriale ma scaturisce dal mondo accademico, plurale per definizione.
Quando fonda l’IsAG, il dott. Graziani è un ricercatore accademico, convinto che il progetto comune europeo per poter decollare debba assumere una posizione più autonoma rispetto agli USA e meno ostile nei confronti della Russia. Una posizione che condivide con molti altri autorevoli studiosi, tra cui l’Ambasciatore, storico ed editorialista del Corriere della Sera Sergio Romano.
Nel corso degli anni il dott. Graziani si afferma, insieme a molti altri ricercatori dell’IsAG, come apprezzato analista e viene contattato periodicamente per interviste o punti situazione dalla Rai, da Sky, da Radio Vaticana, da Il Sole 24 Ore e da numerosi altri media nazionali e internazionali. In nessun caso presenzia come opinionista politico o “personaggio dell’estrema destra italiana” ma, sempre, come esperto qualificato e indipendente.
Durante la Presidenza Graziani – che dura fino al 2017 – l’Istituto sigla più di 40 partnership, di cui 2 con istituzioni russe. Produce un centinaio di rapporti ufficiali, di cui 5 sulla Russia. Centinaia di analisi, prodotte da decine di ricercatori e collaboratori, completano la variegata attività di ricerca che l’Istituto ha svolto in questi anni e testimoniano senza ombra di dubbio come l’indirizzo di ricerca del dott. Graziani non ha interferito in alcun modo con la libertà dei ricercatori. Anzi.
Nel corso degli anni l’Istituto diventa una fucina di talenti che, purtroppo, troppe volte migrano verso centri studi con maggiori possibilità finanziarie continuando, però, a presenziare agli eventi dell’IsAG, a contribuire alle pubblicazioni e ad arricchire la qualità dell’attività di ricerca dell’Istituto.
Teniamo a ricordare che l’IsAG è un’associazione senza scopo di lucro, composta quasi esclusivamente da under-40 con voluminosi curriculum accademici che, in molti casi, contribuiscono all’attività dell’Istituto su base volontaristica. Senza percepire, perciò, alcuna forma di compenso.
Nello stesso periodo, l’IsAG ha organizzato due Master in collaborazione con la Sapienza Università di Roma, il Centro Studi Internazionali e l’Università Cusano, oltre a numerosi seminari con una decina di università diverse. Parallelamente, nel 2013, durante il Governo Letta, l’IsAG viene riconosciuto ente internazionalistico dal Ministero degli Affari Esteri.
Da due anni il dott. Graziani non ha più alcun rapporto con l’Istituto, avendo fondato un’altra realtà di ricerca e analisi.
L’IsAG raccoglie più di trenta ricercatori tra soci e collaboratori, con visioni e prospettive diverse ma con un’indiscutibile caratura professionale e scientifica.
L’Istituto non risponde dell’attività di ricerca e divulgazione che soci e collaboratori svolgono al di fuori di esso, purché non vi siano evidenze che questa violi il regolamento interno o lo Statuto. Contestualmente, l’Istituto non presta il suo marchio ad attività di ricerca o divulgazione che non ritiene in sintonia con il suo Statuto, seppur svolte da soci o ricercatori associati.
L’idea di Eurasia- attraverso cui gli autori dell’indagine stabiliscono la presunta connessione tra il dott. Graziani e l’estrema destra italiana – è certamente dibattuta e non si può negare che riscuota simpatie in alcuni settori dell’estrema destra europea ma non è un’ideologia, è un concetto strategico. E, come tale, assolutamente trasversale rispetto agli schieramenti politici. Le eventuali convinzioni a tal riguardo del dott. Graziani non potevano certo essere motivo sufficiente per mettere in discussione il suo ruolo nell’Istituto.
“L’Unione Europea deve recuperare autonomia e avere un rapporto paritario con gli Usa, perché spesso viene trascinata in decisioni solitarie anche quando queste comportano i sacrifici maggiori prima di tutto per sé stessa. Dividere l’Europa dalla Russia è da parte degli Stati Uniti un errore storicamente incomprensibile e oggi ci troviamo schiacciati da una politica che non abbiamo deciso noi”
Romano Prodi, Forum Economico Eurasiatico 2017
“Il contesto internazionale è in mutamento e va in una direzione inaspettata. Solo fino a poco tempo fa non sarebbe stato immaginabile che, più o meno nelle stesse ore, Trump giurando richiamasse misure di carattere protezionistico, e contestualmente Xi Jinping parlasse degli effetti positivi del libero mercato a Davos. Così come non ci si aspettava che gli Stati Uniti mettessero in discussione gli accordi di Parigi, proprio mentre la Cina rilancia una svolta ecologista e sostenibile, in questi giorni anche nella discussione del Partito Comunista. Questo cambiamento ci impone di svolgere un ruolo diverso, verso il confronto di carattere politico, culturale e commerciale diretto al mondo asiatico e a quello russo”.
Maria Elena Boschi, Forum Economico Eurasiatico 2017
L’IsAG non ha mai ricevuto alcun finanziamento, diretto o indiretto, da parte della Federazione Russa, da associazioni, fondazioni o imprese russe. Invitiamo chi voglia asserire il contrario a muoversi con la dovuta cautela, dato che siamo pronti a chiedergliene conto con molto meno garbo in tribunale.
Detto ciò, non si può negare che la ricostruzione denoti un notevole talento creativo.
L’IsAG viene accusata di intrattenere rapporti con un centro del “soft power russo”.
Che cos’è il soft power? È l’abilità di creare consenso attraverso “cultura, valori e istituzioni politiche”, l’attitudine a risolvere i conflitti attraverso la condivisione dei processi decisionali. Si oppone all’hard power, che individua nel potere militare e nella capacità di pressione economica gli strumenti privilegiati delle relazioni tra gli Stati.
L’IsAG – orgogliosamente – intrattiene rapporti con la comunità internazionale del soft power, nel convincimento che solo un incessante confronto e un complesso sistema di interdipendenze tra Stati, culture e società possano assicurare pace e prosperità al Villaggio Globale.
Quanto alle fonti dell’inchiesta giornalistica, l’articolo riprende l’accusa (copiandola parola per parola) da un libro di Anton Shekhovtsov, Russia and the Western Far Right: Tango Noir.
Anton Shekhovtsov è un ricercatore che si è formato negli ambienti del conservatorismo nazionalista ucraino per poi diventare, allo scoppio delle ostilità tra la Russia e l’Ucraina, un punto di riferimento dei neocon americani e del complesso militare-industriale atlantico. Posizioni che l’IsAG ha ospitato e continuerà a ospitare nel pieno rispetto del pluralismo scientifico ma che, evidentemente, vanno contestualizzate esattamente come tutte le altre.
Shekhovtsov chiarisce la sua visione strategica proprio quando affronta il tema delle fantomatiche connessioni tra l’IsAG e il Cremlino:
“Nel 2011 l’IsAG diventa partner ufficiale del World Public Forum ‘Dialogue of Civilisations’. Nel corso degli anni, le conferenze organizzate dal Dialogo sono diventati importanti progetti internazionali, volti a promuovere l’idea di un mondo multipolare. Per i russi, un eufemismo politically correct dietro cui nascondere l’antiamericanismo.”
Shekhovtsov A., Russia and the Western Far Right: Tango Noir, Londra, Routledge, 2017
La teoria del mondo multipolare, sviluppata nel secolo scorso da giganti del pensiero occidentale come Hans Morgenthau, individua nella condivisione dei processi decisionali e nel bilanciamento del potere tra gli Stati la chiave per il mantenimento della pace nella comunità internazionale. Si oppone all’unipolarismo e cioè alla dottrina del “Poliziotto globale”, secondo cui il predominio assoluto di una potenza sulle altre – in questo caso, gli USA – è la migliore garanzia di stabilità per l’ordine mondiale.
Facciamo notare che, oltre alla Russia e alla Cina, tra i soggetti politici che auspicano il consolidamento dell’ordine multipolare – de facto, già in vigore – si annoverano l’Unione Europea, la Germania, la Francia, il Giappone, l’India e un’altra decina di importanti democrazie. Persino il Pontefice ha auspicato una maggiore condivisione dei processi decisionali a livello globale.
Non solo. Nel corso dell’ultimo decennio il più convinto assertore della necessità di una transizione verso un ordine multipolare stabile è stato proprio l’ex Presidente USA Barack Obama.
Chi, invece, si sta battendo per il ripristino dell’ordine unipolare è l’Amministrazione Trump, nel nome dell’eccezionalismo americano, di “America First”. Anche in questo caso, comunque, una prospettiva a cui l’IsAG ha dato voce, senza pregiudizi.
La colpa dell’IsAG, perciò, non è quella di aver preso posizione nel dibattito internazionale ma di aver dato spazio a tutte le prospettive che avessero un valore scientifico. In un mondo fatto di bianco e nero non c’è più spazio per il pluralismo. L’Istituto ripudia questa visione barbara e fondamentalista del confronto tra culture e idee.
Riteniamo che i professionisti coinvolti nell’inchiesta riportino idee confuse, suggestioni affascinanti ma distanti dalla realtà, e consigliamo pertanto una verifica più attenta delle fonti.
Il rispetto per un editore storico come Laterza, per una testata autorevole come l’Espresso e per il lavoro – encomiabile – di Giovanni Tizian, sotto scorta per le inchieste sulla ‘ndrangheta in Emilia-Romagna, ci impediscono di rivalerci del danno reputazionale e di immagine presso le sedi preposte. Chiaramente, però, chi volesse proseguire su questa strada riceverà notizie dai nostri avvocati.
Non possiamo, però, esimerci da alcune considerazioni.
Siamo stupiti che, mentre si esaltano massime come “non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo”, si lancino cacce alle streghe basate sul sospetto o sul pregiudizio.
Troviamo paradossale che mentre ci si concentra sul dito, su manifestazioni poco più che folkloristiche come la teoria del complotto sulle scie chimiche o il terrapiattismo, si chiudano gli occhi sulla trave, e cioè sul settarismo e il fanatismo che caratterizzano il dibattito interno alle élites.
Non nascondiamo il timore che, in nome della democrazia e della tolleranza, si sviluppi un’ideologia reazionaria e oscurantista, si costruiscano narrative sensazionalistiche alla perenne ricerca del nemico piuttosto che di interlocutori.
Nell’attesa di recensire il volume di prossima uscita, riteniamo curioso che – con un’interpretazione dubbia dei concetti di meritocrazia e rigore scientifico – un’inchiesta di questa rilevanza e di questa portata possa essere affidata a due giornalisti che non sembra si siano mai occupati prima di relazioni internazionali. E che, a loro volta, gli autori si limitino alle prime due pagine di Google per svolgere le ricerche del caso, come se l’unica scienza che meriti rigore, professionalità e specializzazione fosse la virologia.
Siamo ben lieti di invitare l’editore, la testata e gli autori a un confronto su questi temi, da svolgere nelle sedi e nelle forme più consone.

Infine, un testo a ricordo del giovane studioso


Ruanda 20 anni dopo: le radici del genocidio e le responsabilità dell’Occidente
di Pietro Panarello – 29/06/2014
Ruanda 20 anni dopo: le radici del genocidio e le responsabilità dell’Occidente
Nell’aprile 1994 in Ruanda si consumava l’ultimo massacro del cosiddetto “secolo breve”, un episodio che Eric Hobsbawn non potette inserire nella sua opera maestra e che probabilmente incarna al meglio l’atteggiamento con il quale le cancellerie occidentali si sono rapportate nei confronti dell’Africa subsahariana nell’ultimo quarto di secolo.
Ricostruire le ragioni del genocidio operato da una parte della maggioranza Hutu nei confronti della minoranza Tutsi può aiutare a delimitare il campo delle responsabilità, ma al contempo ci fornisce materiale per un’analisi più approfondita del contesto e degli attori della vicenda.
Quella che agli occhi di osservatori europei distaccati poteva apparire come un’anacronistica resa dei conti tribale celava in sé tutti i nodi e gli intrighi di una dimensione locale di lotta per il potere che si intrecciava con i nuovi assetti della politica internazionale nel post-Guerra Fredda.
Il genocidio ruandese del 1994, inoltre, inchiodò la Comunità Internazionale alle proprie responsabilità, facendo emergere tutte le lacune del nuovo corso dell’ONU in un mondo diventato unipolare, nonché le incapacità di potenze ex colonialiste come la Francia e il Belgio di attivarsi nella gestione dell’emergenza in zone di loro interesse. La strage del Ruanda è stato uno spartiacque per coloro che pensavano che l’African Renaissance fosse di là da venire, dando il la a una spirale di violenza che di lì a poco si sarebbe estesa alla Repubblica Democratica del Congo.
L’articolo ricostruirà inizialmente la genesi storica del conflitto tra Hutu e Tutsi fino agli eventi del 1994 per poi concentrarsi sulle scelte della Comunità Internazionale, attraverso le risoluzioni delle Nazioni Unite che hanno messo fine all’UNAMIR e dato luogo all’Operazione Turquoise, intervento di peacekeeping sotto egida francese.
***
Le radici del conflitto tra Hutu e Tutsi risalgono ai tempi della colonizzazione belga, iniziata dopo la Prima Guerra Mondiale a seguito della spartizione delle colonie della Germania sconfitta. Il Ruanda e il Burundi finirono così sotto l’amministrazione di Bruxelles, la quale scelse l’aristocrazia locale Tutsi come referente del regime coloniale, stabilendo così immediatamente una gerarchia rispetto agli Hutu, l’etnia più numerosa della regione. Tale distinzione fu acuita da alcuni studi di matrice razzista in voga all’epoca, tendenti a stabilire una divisione qualitativa tra le due etnie, giungendo a influenzare le stesse concezioni politiche degli Hutu e dei Tutsi1. Queste teorie alimentavano il risentimento e garantivano all’autorità coloniale belga una maggiore capacità di controllo dei Regni di Ruanda e Burundi, secondo il più classico divide et impera2.
Tuttavia, alla fine degli anni ’50 i movimenti anti-colonialisti diffusi in altri Paesi del continente si estesero anche al Ruanda, facendo emergere non solo la voglia di emanciparsi dal giogo europeo, ma anche le fratture interne al Paese. Fu così che dalla cosiddetta rivoluzione sociale del 1959 all’indipendenza del 1962, il Paese si incendiò a causa di scontri etnici che costrinsero all’esilio gran parte dei proprietari terrieri Tutsi colpiti da una rivolta dei contadini Hutu3.
Si tratta del primo grande esodo nella storia del Paese, che coinvolse circa 150.000 ruandesi di etnia Tutsi, spinti verso i campi profughi dei Paesi confinanti. In questa fase l’espulsione di una parte Tutsi è stata vissuta come una soluzione ai problemi interetnici del Paese, ma ha creato al contempo un’illusione fragile, visto che da allora aleggia sullo sfondo la possibilità di un loro ritorno4.
Più tardi, nel corso degli anni ’80, la crisi della produzione di caffè, principale coltivazione e prodotto d’esportazione per lo Stato ruandese, scatenò un’ondata di proteste che minò i fragili equilibri istituzionali del Paese. Il fatto che buona parte delle terre fosse dedicata a questa coltura creò problemi di approvvigionamento alimentare, cui seguì un periodo di carestia che i programmi di aggiustamento voluti da Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale non aiutarono a superare5. All’inefficacia delle misure di austerità si aggiunse la cattiva gestione dei prestiti internazionali da parte del governo di Habyarimana – Presidente “dittatore” di etnia Hutu – il quale destinò questa nuova liquidità al finanziamento di spese militari, poi risultate decisive nell’organizzazione del genocidio6.
La situazione di estrema povertà cui fu ridotta la società ruandese alimentò i venti di intolleranza e tensioni interetniche mai sopite da parte della popolazione Hutu. Questa atmosfera di agitazione sociale fece da cornice al ritorno dei Tutsi dai Paesi confinanti all’inizio degli anni ’90, attraverso la formazione del Fronte Patriottico Ruandese (FPR), un’organizzazione armata prevalentemente formata da Tutsi esuli e la cui ossatura era costituita da ex combattenti del National Resistance Army di Yoweri Kaguta Museveni, l’attuale Presidente dell’Uganda, e comandata da Paul Kagame, l’attuale Presidente del Paese.
La potenza militare di questo gruppo armato mise a serio rischio la sopravvivenza del governo di Habyarimana a Kigali. In questo frangente l’aiuto militare francese scongiurò la sconfitta delle milizie governative, ma non potette nulla contro una guerriglia ormai ben radicata e presente sul territorio, che contava basi sul territorio ugandese e si appoggiava anche alle milizie inviate dal vicino Zaire da Mobutu7.
Nessuna delle due parti in lotta era abbastanza forte da prevalere e lo stallo nel conflitto impose una negoziazione tra il Presidente Habyarimana e il FPR di Kagame, dalla quale scaturirono i cosiddetti Accordi di Arusha. A partire dall’aprile 1993 iniziò un processo che aveva come obiettivi la formazione di un governo di unità nazionale che comprendesse il FPR e che mettesse fine all’egemonia politica degli Hutu, e la firma di un trattato di pace8.
Ma dopo poco più di un anno, l’attentato dell’aprile del 1994 all’aereo presidenziale di Habiarymana9 vanificò il tentativo di compromesso e diede fuoco alle polveri.
L’esercito ruandese e le milizie Hutu degli Interahamwe10 organizzarono checkpoint per l’eliminazione fisica non solo di tutti i Tutsi – senza distinzione – ma anche di molti Hutu moderati. Anche le chiese, in passato rispettate durante le violenze contro i Tutsi, diventarono luoghi di massacri11.
Le vittime furono centinaia di migliaia in poche settimane, ma di fronte a questa escalation di violenze, la Comunità Internazionale non si mostrò reattiva. Le Nazioni Unite erano presenti da qualche tempo sul territorio ruandese attraverso la Missione di Assistenza ONU per il Ruanda (UNAMIR), la quale, lanciata come operazione di peacekeeping ex cap. VI della Carta ONU nell’ottobre 1993, era incaricata di garantire l’implementazione degli accordi di Arusha.
Solo a maggio, un mese dopo l’inizio dei massacri, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU riuscì ad adottare la risoluzione 918 per rafforzare l’UNAMIR. Tale tentativo fu presto vanificato dal ritiro del contingente belga, come vedremo più avanti, a seguito dell’escalation della crisi. L’incapacità dei membri non permanenti del Consiglio di Sicurezza di coinvolgere le grandi potenze in un’operazione UNAMIR II, che si muovesse nell’ambito del capitolo VII e che prevedesse quindi l’utilizzo della forza (peace enforcement), spinse il Consiglio di Sicurezza verso la risoluzione 929 del 22 giugno 1994 che dava vita all’operazione Turquoise. Con tale provvedimento, si autorizzava il contingente francese a creare corridoi umanitari, in modo da contribuire alla sicurezza e alla protezione di sfollati, rifugiati e civili a rischio12, ma non ad agire come forza d’interposizione tra le fazioni in lotta.
I fatti di lì a poco smentiranno la lettera della risoluzione ONU. In poco tempo, le forze del contingente francese occuparono il sud-est del Ruanda trovandosi così nel giro di poco tempo a contatto con il FPR di Kagame. Mentre il genocidio si consumava nei dintorni della capitale Kigali, i comandi del contingente francese dichiaravano che avrebbero trasformato in zona di sicurezza la fetta di territorio da loro occupata, implicando così un piano contro il FPR.
L’operazione Turquoise rimane tutt’ora oggetto di un aspro dibattito in relazione alle sue motivazioni e alla situazione che ha generato. Infatti essa fece seguito a tre anni di stretta cooperazione tra l’Eliseo e il regime di Kigali13.
A ciò ha fatto di recente riferimento il Presidente ruandese Paul Kagame, accusando l’allora governo Mitterrand di connivenza nei confronti della forze militari ruandesi, anche durante il genocidio14.
In tale direzione si muove anche la rivelazione da parte di ex ufficiali francesi impegnati nell’Operazione Turquoise, i quali hanno affermato che la missione del contingente francese mirava a rimettere al potere il governo legittimo sostenuto dall’Eliseo e quindi fronteggiare le truppe ribelli del FPR. Queste dichiarazioni smentiscono in sostanza i caratteri umanitari dell’intervento francese profilando un dolo effettivo nell’autocandidatura francese dopo la risoluzione ONU del maggio-giugno 1994. Inoltre, secondo la stessa fonte le forze francesi avrebbero fornito armi all’esercito genocida attraverso i sequestri di materiale bellico effettuato nella zona d’intervento umanitario. Lo scontro e i bombardamenti aerei nei confronti delle truppe del FPR sarebbero state stoppate dal comando centrale di Parigi a seguito del raggiungimento di un accordo con le truppe dei Tutsi15. Se queste rivelazioni venissero confermate, emergerebbe quindi una piena responsabilità da parte delle truppe di Parigi e un sospetto di complicità politica nei confronti di un governo – quello di Mitterrand – che nel 1990 paradossalmente aveva fatto pressioni per l’implementazione di riforme democratiche in Ruanda.
Un ufficiale di gendarmeria impegnato nella stessa operazione afferma in un suo libro che i soldati francesi in Ruanda furono addirittura ingannati, in quanto i superiori scaricavano le colpe delle violenze sui Tutsi, generando una confusione tra vittime e carnefici che influì sull’atteggiamento delle forze di peacekeeping16.
Da qui, l’accusa nei confronti della Francia di aver concepito l’Operazione Turquoise non per impedire il massacro, ma per impedire che il FPR di Kagame guadagnasse il potere a Kigali.
Le recenti dichiarazioni di Paul Kagame irrompono proprio quando le relazioni franco-ruandesi, interrotte tra il 2006 e il 2009, sembravano aver ripreso la strada del dialogo, dopo la condanna a marzo a 25 anni di prigione per il primo ruandese giudicato in Francia per il genocidio dei Tutsi17.
Tuttavia, la Francia non è stato l’unico Paese fortemente coinvolto nella tragedia ruandese. Il Belgio infatti, ex potenza colonialista, ebbe, come accennato in precedenza, una parte attiva con un corpo di soldati che rappresentava il contingente occidentale più numeroso della missione UNAMIR18. La presenza del Belgio in Africa non era legata solo al suo passato coloniale, ma anche a motivazioni di natura storico-militare. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, per motivare il mantenimento di un esercito numeroso ed equipaggiato, Bruxelles cercò di autopromuoversi come specialista nel peacekeeping in Africa, come dimostrano l’invio di contingenti fin dalla missione in Congo del 1960.
All’inizio dell’escalation di violenza in Ruanda il governo di Bruxelles, allora guidato dal democristiano Dehaene, premette affinché fosse rafforzata la missione UNAMIR: in ogni caso, dopo l’uccisione di 10 soldati belgi impegnati nella scorta della famiglia del Primo Ministro ruandese il 7 aprile, lo sconcerto e l’emozione provocati presso l’opinione pubblica belga sfociò in una martellante campagna per il rientro dei soldati. In quell’occasione il governo di Bruxelles, per non perdere lo status di forza di peacekeeping, promosse una petizione per il completo ritiro della missione UNAMIR, appoggiata immediatamente dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU. In seguito, l’interesse della Comunità Internazionale nei confronti del genocidio ruandese si esaurì presto, se si eccettua il tempismo con cui un contingente di soldati belgi, francesi e statunitensi evacuarono gli stranieri ancora presenti nella zona19.
Come previsto dagli organizzatori dell’attentato che uccise i peacekeeper belgi, di fronte ai primi attacchi nei confronti delle loro truppe, i governi occidentali avrebbero optato per un rimpatrio anticipato20. Quest’affermazione ha una sua fondatezza soprattutto se posta in relazione al contesto internazionale dell’epoca: era infatti passato quasi un anno dal disastroso ritiro dalla Somalia del contingente UNITAF a guida statunitense. In quell’occasione la morte di militari statunitensi rappresentò un duro colpo d’immagine per l’amministrazione Clinton, la quale scaricò responsabilità sulla cattiva gestione della missione da parte del Segretariato Generale dell’ONU, che così veniva messo sotto pressione riguardo l’esito di altre missioni di pace.
Questo precedente influenzò in modo cruciale gli sviluppi della missione UNAMIR nel momento in cui la stessa si trovò a contatto con i primi segni della violenza interetnica. La “sindrome somala” fece capolino in tutte le principali cancellerie occidentali, ad eccezione di Parigi.
La Casa Bianca preferì anteporre gli interessi nazionali a quelli della Comunità Internazionale in un momento in cui i sondaggi e l’opinione pubblica americana non davano segni di interesse nei confronti di uno scenario tanto remoto e poco mediatico quale quello africano.
Da parte loro, le Nazioni Unite preferivano in sostanza non organizzare operazioni di peacekeeping che fossero a rischio di fallimento, così dopo il ritiro del contingente belga, la proposta di ritiro immediato dell’UNAMIR incontrò un consenso unanime.
Inoltre, in quel momento era in corso la missione in Bosnia, nel pieno della guerra dell’ex Jugoslavia e il Ruanda assumeva uno status minore.
Dal punto di vista del diritto internazionale, si segnala un aspetto riportato da uno studio dell’Organizzazione per l’Unità Africana del 2000 (il cosiddetto rapporto dell’IPEP, International Panel of Eminent Personalities), il quale supportava importanti punti già evidenziati dal precedente Rapporto Carlsson (della Commissione Indipendente sul Ruanda, commissionata dal Segretario Generale ONU Kofi Annan). Sia da parte dell’apparato ONU che dai principali Stati coinvolti – Francia, USA e Belgio in primis – vi fu un cattivo uso delle informazioni a disposizione sullo stato delle violazioni dei diritti umani in Ruanda e sulla comprensione dell’effettivo rischio di genocidio – crimine precisamente definito dalla Convenzione sul Genocidio del 1948 e che le parti contraenti alla Convenzione sono tenute a “prevenire e punire”, elemento questo che avrebbe potuto influenzare fortemente la gestione della missione21.
Tornando alle accuse mosse dal Presidente Kagame, va considerata in questa disamina il duplice ruolo di questo leader, da un lato come liberatore e pacificatore, artefice della riscossa economica del suo Paese, dall’altro come stratega e persecutore di civili Hutu nella vicina Repubblica Democratica del Congo a partire dal 1996, una regione strategica a livello geopolitico per le sue immense risorse minerarie e una fonte di benessere per un Paese senza risorse e da ricostruire come il Ruanda.
Emergono in tal senso alcuni interrogativi relativi all’appoggio a lui concesso dai governi di Washington prima e dopo il 1994.
Paul Kagame si è infatti formato militarmente presso un centro d’addestramento statunitense all’inizio degli anni ’90 – prima di tornare in Ruanda alla testa delle sue milizie – e ha mantenuto rapporti di collaborazione con questo Paese anche durante il periodo degli scontri con l’esercito ruandese22.
Dopo la presa del potere e il processo di pacificazione e di riconciliazione, il suo nome è stato più volte tirato in ballo da organizzazioni per i diritti umani e dal procuratore del Tribunale Internazionale per il Ruanda, Carla Del Ponte, accusandolo di aver condotto una sanguinosa rappresaglia nei confronti di civili Hutu già nel corso del 1994 e una vera e propria campagna di genocidio anti-Hutu presso i campi profughi situati in territorio congolese23. Nel 2003 la stessa Del Ponte avrebbe lasciato il Tribunale Internazionale per il Ruanda a causa delle pressioni esercitate contro di lei dai governi ruandese e statunitense24.
I governi di Washington, fin dai tempi dell’amministrazione Clinton, hanno sempre considerato Kagame un partner affidabile e hanno mostrato di sgradire le denunce che tendevano a screditarlo. Tra questi, una delle più significative è il Report dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani che accusa l’esercito ruandese delle violenze in Congo a partire dal 199625. Kagame è peraltro accusato da organizzazioni in difesa dei diritti umani26 di non rispettare l’opposizione in patria e di aver instaurato un regime di polizia, che cela dietro un’apparenza di efficienza e apertura agli investimenti esteri una realtà non dissimile da quella di altri governi dittatoriali del continente africano.
Non si pretende in questa sede giudicare la gestione di un Paese che esce da un’epoca di devastazione secondo i parametri delle liberal-democrazie, ma emerge come dato significativo la dicotomia tra l’immagine con la quale Kagame è stato presentato dai governi occidentali – come il volto dell’African Renaissance – e la gravità delle accuse mossegli contro.
Infine, occorre fare una breve menzione del ruolo esercitato dalla Chiesa Cattolica locale e dal Vaticano nelle vicende del 1994. Come già menzionato, molte vittime furono uccise in luoghi di culto, cosa ancora più atroce se si considera che il Ruanda è il Paese più cristianizzato d’Africa con circa l’80% della popolazione di religione cattolica. La Chiesa ha avuto anche un ruolo rilevante nella diffusione dell’ideologia razzista attraverso scuole e strutture su cui esercitava un controllo: in relazione a ciò, è interessante notare che le élite che hanno guidato il Paese dall’indipendenza in poi si sono formate presso istituti cattolici. Alcuni preti vestirono perfino i panni del carnefice, come padre Munyeshyaka, condannato in contumacia per genocidio da una corte ruandese e in attesa di essere processato dal Tribunale Internazionale per il Ruanda. Stesso discorso per Athanase Seromba, complice dell’uccisione di 2.000 Tutsi, il cui caso ha spinto la procuratrice Carla Del Ponte ad accusare il Vaticano di impedire l’estradizione presso il Tribunale con sede ad Arusha27.
La Santa Sede non ha mai accettato il principio di responsabilità collettiva, ma ha richiamato la necessità di distinguere il ruolo della Chiesa Cattolica dal comportamento di alcuni suoi membri accusati di crimini, ai quali al tempo stesso ha fornito la possibilità di sfuggire alla giustizia, concedendo rifugio e copertura presso strutture religiose in Europa28.
In conclusione, l’analisi condotta fa emergere alcuni assunti. In primo luogo, il genocidio del 1994 non è ascrivibile a un’esplosione di violenza incontrollata, ma si presenta come l’esito di un conflitto che in quell’anno ha raggiunto il suo climax in maniera brutale. In secondo luogo, le forze del FPR d Kagame effettivamente ebbero in un primo momento un ruolo decisivo nella difesa dei Tutsi e nel cambio di regime; in seguito però le stesse milizie si comportarono in maniera speculare rispetto ai loro nemici, in cerca di vendetta e riconoscimento anche oltre i confini dello Stato ruandese. In quest’ottica, il conflitto va inteso come una guerra “sporca” in cui i Paesi occidentali hanno avuto un peso decisivo nell’appoggiare l’una o l’altra parte e nel non assumere un ruolo superpartes per fermare le violenze.
In particolare, dal quadro descritto risulta chiara una contrapposizione tra le ambizioni francesi nel voler difendere le posizioni acquisite in Africa dopo la decolonizzazione e la strategia statunitense di agire per procura e giovarsi di un regime “stabile” a Kigali, in modo da mantenere un avamposto in una zona turbolenta.
La figura di Kagame racchiude in sé tutte le contraddizioni del rapporto tra Occidente e nuove leadership africane. Tra crescita economica e conduzione autoritaria dello Stato, questo leader pare emergere come il prodotto di un paternalismo esterno, detenendo il potere e presentandosi come il contrappeso necessario – se non già “male necessario” – in una realtà finalmente pacificata, ma non ancora matura per una reale democrazia, in una regione scossa dalla paura di un ritorno della guerra.

NOTE:
Pietro Panarello è collaboratore esterno del programma di ricerca “Africa” dell’IsAG.

1. “Hutu”-“Tutsi”: l’histoire manipulée, “Amnesty International”, 9 avril, 2004.
2. Andrew Gavin Marshall, Western Involvement in the Rwandan genocide, “Global Research”, February 24th, 2008.
3. Billy Batware, Rwandan Ethnic Conflicts, “European Peace University”, January 15th, 2012.
4. Angelo Milanese, Hutu contro Tutsi: le radici del conflitto in Ruanda, “Limes”, 8 aprile, 2014.
5. Andrew Gavin Marshall, Western Involvement in the Rwandan genocide, cit.
6. Isaac Kamola, The International Coffee Economy and the Production of Genocide in Rwanda, University of Minnesota, Minneapolis.
7. Mobutu appoggiò i miliziani Hutu, permettendo che le incursioni in territorio ruandese delle ex forze armate ruandesi partissero dallo Zaire. A questo quadro già complesso si aggiunsero gli eventi che determinarono la caduta di Mobutu, che iniziarono con la ribellione di un’etnia di origine Tutsi presente nel Sud-Kivu, rappresentante i cosiddetti “banyamulenge”, ostile alle discriminazioni perpetrate contro di essa dai funzionari di Mobutu. Riemerse in questa fase la figura di Kabila, neopresidente di una formazione eterogenea (Alleanza delle forze democratiche per la liberazione del Congo-Zaire) che voleva abbattere Mobutu.
8. Lindsay Scorgie, Rwanda’s Arusha Accords: A Missed Opportunity, “Undercurrent”, Volume I, No 1, 2004.
9. La morte di Habyarimana e del Presidente del Burundi che viaggiava con lui continua ad essere oggi oggetto di controversie tra coloro i quali optano per la colpevolezza di estremisti Hutu e coloro i quali invece accusano direttamente il FPR di Kagame.
10. Organo paramilitare creato dal defunto Presidente Habyarimana, protagonista del genocidio attraverso irruzioni nelle case e negli uffici dei Tutsi e dei dissidenti Hutu. Era guidato dal Colonnello Theoneste Bagasora, che assieme ad altri alti ufficiali aveva assunto il controllo delle operazioni.
11. Angelo Milanese, Hutu contro Tutsi: le radici del conflitto in Ruanda, cit.
12. Sophie Haspeslagh, Safe Havens in Rwanda: Operation Turquoise.
13. Macha Séry, Au Rwanda, un tournage très réaliste autour de l'”Opération Turquoise”, “Le Monde”, 14 julliet, 2007.
14. Génocide au Rwanda: Kagame accuse une nouvelle fois la France, “Jeune Afrique”, 5 avril, 2014.
15. Rwanda 1994 : Un ancien officier met en cause l’opération Turquoise, “LePoint.fr”, 7 avril, 2014.
16. Maria Malagardis, Opération turquoise au Rwanda: les ambiguïtés du pouvoir français, “Libération”, 29 octobre, 2012.
17. Rwanda: la responsabilité de la Belgique et la France dans le génocide relancée par Kagame, “LeVif.be”, 5 avril, 2014.
18. United Nations Department of Public Information (UNDPI). 1996. United Nations Blue Book Series: The United Nations and Rwanda, 1993-1996. New York: Department of Public Information.
19. Dominique Maritz, Rwandan Genocide: Failure of the International Community?, April 7th, 2012.
20. William Ferroggiaro, The US and the Genocide in Rwanda 1994, August 20th, 2001.
21. Convention on the Prevention and Punishment of the Crime of Genocide.
22. Anjan Sundaram, The Darling Tyrant, “Politico Magazine”, March/April 2014.
23. Steven Edwards, Del Ponte Says UN Caved to Rwandan Pressure, “Global Policy Forum”, September 17th, 2003.
24. Stephen Castle, Annan bows to Rwandan pressure to replace Del Ponte in court, “The Independent”, July 30th, 2003.
25. Leaked UN report accuses Rwanda of possible genocide in Congo, “The Guardian”, August 26th, 2010.
26. Rwanda: Repression Across Borders, “Human Rights Watch”, January 28th, 2014.
27. Chris McGreal, The Catholic church must apologise for its role in Rwanda’s genocide, “The Guardian”, April 8th, 2014.
28. Ex-priest gets 15 years in Rwanda genocide case, “NBCnews.com”, December 13th, 2006.