Gli “amici russi” ci spiano e per farlo corrompono perfino ufficiali felloni della nostra marina

Prima di inoltrarci in questa storia recente mi permetto di ricordarvi che i russi il vizietto di spiarci ce l’hanno e come se ce l’hanno. 

Ma prima ancora di parlare di spionaggio (così si chiama ancora ed altre definizioni sono fuorvianti) affido a questo luogo telematico una scheda comparsa tre lustri addietro sulla Rivista Italiana di Geopolitica Limes, intitolata “A che serve la Cavour?”. Scheda datata? Fate voi. Certamente suggerisce spunti di riflessione e quanto è accaduto deve essere motivo di riflessione. Io gli spunti me li vado a cercare sempre nel passato e così vi suggerisco di fare.

Con la macchina del tempo scelgo inoltre uno dei tanti episodi possibili attinenti al controspionaggio e mi fermo al 6 luglio del 1990 quando i Carabinieri arrestano tale Maria Antonietta Valente, nata ad Ivrea il 7 ottobre 1939. Chissà se è ancora viva. 

Vi ho raccontato della Valente in un post esclusivo che ho lasciato in rete il 16 aprile 2017. Oggi vi rinfresco la memoria ripostando il pezzullo per ricordare/ribadire che, da sempre, i russi ci spiano e per farlo corrompono chiunque sia pronto a tradire. 

Così la smettiamo cortesemente di far credere che gli asini volano e che a Mosca si pettinano le bambole! 

Vediamo come evolve la situazione in cui sono protagonisti il capitano di fregata Walter Biot e la diplomazia russa.  

In campana, comunque, amici italiani di Putin, dentro e fuori le istituzioni repubblicane! Come mi ero permesso di far intendere non solo il vento è cambiato ma, tra le tante nodali, la questione dei mari è sempre più attuale. 

In campana o in Matrioska, se preferite, quindi. 

Vi faccio notare inoltre che il diplomatico Sergey Razov (è l’ambasciatore straordinario che cura sia l’Italia che la RSM) è stato audito in Commissione Esteri della Camera solo poche ore addietro (il 30 marzo u.s.) e che, presumibilmente, la già gravissima operazione della sorpresa in flagrante del traditore che passava documenti generando un danno “eccezionalmente grave” (temo per lui che il materiale venduto potrebbe essere così classificato) è stata posticipata per non farla avvenire in concomitanza del momento istituzionale. Cosa che avrebbe imbarazzato ancora di più tutti i protagonisti.

Cosa ultima ma non ultima penso con nostalgia (di che parlo?) a quando correvano i tempi in cui si cercava di individuare un agente sovietico anche partendo dalla sua abilità nel sedurre quel personale femminile che aveva accesso ai documenti segreti nelle ambasciate, nei ministeri esteri e, successivamente, nella NATO. Questa abilità “tecnica” fu usata su scala mondiale è venne denominata “l’offensiva contro le segretarie”. L’agente comunista entrava in intimità con le donne “preziose” e si infilava nel loro letto. Uno dei protagonisti dell’offensiva in Italia fu, ad esempio, il contraddittorio Giorgio Conforto (l’agente Dario) che sedusse, tra le altre, Darya, Magda, Anna e Marta, “semplici” dattilografe del ministero degli Esteri. 

Torniamo al triste e maschio “traditore” Walter Biot

A prescindere dal rammarico dell’ambasciatore Razov, non poche relazioni pericolose russo-italiane saranno destinate ad esaurirsi o a procurare grane ai  protagonisti. 

Il tradimento e ciò che va considerato “COSMIC”- O, infatti, sta tornando di moda come reato da perseguire per i “gravi o gravissimi danni” che provoca alla collettività. E chi pensava di praticarlo senza conseguenze è stato avvertito. Forse è proprio questo l’obbiettivo dell’operazione brillantemente attuata dall’AISI. In doveroso accordo con gli alleati USA che ritengo (ma mi posso sbagliare) siano stati avvertiti un ora prima e non un’ora dopo. 

Comunque, a proposito di Marina Militare e la ripresa del Grande Gioco, da ieri, anche in Italia, ci sono un po’ di acque agitate.

Oreste Grani/Leo Rugens


STORIE DI SPIE OLIVETTIANE

fondazione olivetti

Fondazione Olivetti

In questi giorni, grazie alla manifestazione culturale indetta dal’Associazione Gianroberto Casaleggio (M5S), si è sentito riparlare di Adriano Olivetti di Ivrea.

Sono già state scritte milioni di parole sulle vecchie realtà che presero corpo grazie allo stimolo di Olivetti e sull’occasione mancata. Mai abbastanza ma, comunque, se ne è parlato. Si è letto (sempre poco) della Macchina 101, sostanzialmente il primo vero personal computer.

Non ricordo, viceversa, che in questi ultimi anni, qualcuno si sia dedicato ad evidenziare quanto fossimo avanti nel campo informatico se, ad esempio, ad Ivrea fu tatto nascere il NAXIM 5100 A, cioè l’insieme dei dati relativi alle prove di laboratorio del Protocollo Tempest, sistema di protezione dei computer dalle intrusioni a distanza senza collegamento fisico.

Per capirsi, non solo ci hanno azzerato nel mondo informatico, dopo il 1965 (nascita della 101) quando si capì che saremmo potuti divenire i migliori a fare personal ma anche, evidentemente, se leggete di seguito, quando cercarono di fotterci il Naxim 5100 A, classificato riservatissimo ci consideravano vivaci e da “saccheggiare”.

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Il 6 luglio 1990, fu arrestata a Torino (città, come altre volte ho detto, fino a quegli anni, super frequentata da spie in servizio permanente effettivo, provenienti dai più importanti Paesi del mondo), dai Carabinieri, tale Maria Antonietta Valente, nata ad Ivrea, il 7 ottobre del 1939 (chissà se è ancora viva?) abitante, all’epoca, in via Galluzia 3, Banchette (Ivrea).

La cinquantenne venne indiziata di spionaggio militare (che tempi!) a favore dell’URSS. Che tempi, ripeto. L’accusa era di aver cercato di vendere, a mezzo di tale Victor Dimitriev (che tempi, che cognomi, che avventure!), il sistema anti intrusione di cui sopra.

Se qualcuno se lo voleva comprare, deduco, da profano, che, ancora nel 1990, dovevamo essere considerati cazzuti nel campo. L’impiegata fu incarcerata alle Nuove di Torino e poi, ben difesa dagli avvocati Franco Balosso e Alberto Mussone (chissà se sono vivi e se esercitano ancora?), fu trasferita agli arresti domiciliari.

Il 9 maggio 1991, la Prima Corte d’Assise di Torino (spero di non sbagliarmi) presieduta dal dott. Romano Pettenati, dopo quattro ore e mezza di Camera di Consiglio, accogliendo sostanzialmente le richieste del PM dott. Ugo De Crescienzo, emette il verdetto di condanna: quattro anni di carcere per la non più giovanissima spia con il beneficio degli arresti domiciliari nella sua residenza di Banchette (Ivrea) e a tale Roberto Mariotti, Direttore della Olivetti di Mosca (avevamo degli uffici a Mosca!), sei anni. Ma il Mariotti era già latitante. Che avventure, che tempi, che emozioni per la nostra Italietta!

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Dimitriev, quasi sicuramente agente sotto copertura quale funzionario del commercio estero sovietico, non solo non si fa trovare ma ottiene dopo la sentenza definitiva in appello a quattro anni anche per lui, udite-udite (che tempi, che emozioni per questo nostro Paese oggi nel nulla!) la grazia, in una trattativa diretta tra il Presidente Francesco Cossiga e il compagno a tempo determinato, Michail Gorbaciov. Ma chi cazzo era questo Victor Dimitriev per ricevere un tale trattamento di qualità, se non un ufficiale del KGB o del GRU?

Tutti latitanti o graziati e l’unica che la paga (senza essere neanche stata pagata) fu la Valente.

Infatti, non solo andò definitiva a URSS di fatto sciolta, per cui il 19 gennaio 1993, ritorna in carcere per scontare il resto della pena (figurarsi oggi neanche l’avrebbero importunata con un fermo) e si salva inoltre, per un pelo, dall’accusa di aver offeso il Presidente della Repubblica Italiana, il suddetto Cossiga. Chissà se qualcuno riesce a ricordarsi come avesse offeso, durante la vicenda, il Presidente, per essersi beccata una denuncia d’ufficio dal Procuratore di Ivrea, dott. Bruno Tinti.

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Io ricordo certamente invece che il caso fu seguito, con la massima attenzione, come perito del Tribunale e dei Carabinieri/Servizi Segreti, dall’ing. Giuseppe Muratori che sapeva benissimo quale fosse il valore “strategico” del MAXIM 5100 A.

Che tempi, che storie, che Italia, che Torino, che Partito Comunista Italiano in dismissione! Perché, non lo dimenticate, tutto questo avveniva mentre era caduto da poco il Muro di Berlino, l’URSS si stava disfacendo, e l’intelligence economica sarebbe esplosa a poco. Così come la super guerra cibernetica che non si è più fermata.

Oggi rimane, sotto la Mole, la Juventus con le sue storie di criminalità calcistica. All’epoca ci giocavamo la partita della “cyber-minaccia”; oggi ci giochiamo solo le partite di calcio per far fare soldi alla ‘ndrangheta.

La verità è che non ci sono più i segreti di una volta.

Oreste Grani/Leo Rugens