Giancarlo Giorgetti e l’Alitalia? Professor Draghi, come vedrà, era il peggiore che potesse scegliere

Il vero simbolo, antichissimo e diffuso, della Pasqua, come certamente sapete, è l’uovo. Tanto che un tempo la domenica di Resurrezione era chiamata anche Pasqua d’Uovo perché la si festeggiava donando e mangiando uova sode colorate che erano state benedette in chiesa. Questo tra i poveri e le persone semplici. I ricchi e i potenti arrivavano a regalarsi uova smaltate o in porcellana o in lapislazzuli o in vetro o addirittura in oro e argento. Oggi l’usanza è sopravvissuta secolarizzata nelle torte pasquali con uova, oppure nelle uova di cioccolato che giungono dalle fabbriche e pasticcerie senza passare per la chiesa. Uova e colombe per rinascere e rivolare. 

Omne vivum ex ovo o ex ovo omnia, intendendo che ogni essere vivente (o realtà) viene da un organismo preesistente.

Oggi è Pasqua e molti cittadini onesti, italiani e del mondo intero, aspettano di riprendere a volare. O – banalmente – a camminare. Per farlo, nel caso specifico dei lavoratori dell’Alitalia, difficile metterci la testa senza aver chiaro il significato metaforico di ex ovo omnia. E a tal proposito, mi dispiace per lui cattolicissimo, Giancarlo Giorgetti (ma uno il giorno di Pasqua può pensare a Giorgetti e alle sue malefatte?) è il peggiore che Mario Draghi potesse scegliere. Ex ovo omnia, appunto.

Perché infatti l’uomo che fece fallire (fottendo gli entusiasti azionisti leghisti della prima ora) la Credit Euro Nord dovrebbe essere capace di far ri-volare Alitalia

Giorgetti è quella mezza cartuccia descritta negli anni (ha avuto tempo per dare prova di capacità non dovendo fare altro, per decenni, che campare dentro al ventre della Vacca/Lega) dal suo stesso comportamento e dagli amici/interlocutori che si è sempre scelto, a cominciare dal discutibile scaltro affarista denominato mons. Liberio Andreatta

Direi inoltre che la scarsa affidabilità del varesino è testimoniata da quanto questo marginale e ininfluente blog ha lasciato scritto di lui negli anni e in particolare recentemente nel post “FORERUNNER INTERPRETA DA VICINISSIMO GIANCARLO GIORGETTI“.

Giancarlo Giorgetti è secondo Mario Draghi un Roger Abravanel che, felice lui, riuscì a ri-mettere in pista l’El Al israeliana quando viceversa era pronta a fallire? 

Ma siete tutti impazziti? 

Per non parlare di quando il “nano” Giorgetti “sarà costretto a misurarsi con la tragedia ILVA.  

Mi dite oltre che inciuciare con Luigi Bisignani, cosa il varesotto, in modo certo e comprovato, ha saputo fare per questo Paese? 

Eppure, proprio a Varese, la terra di Giorgetti, di acqua sotto i ponti dell’Alitalia ne è passata a strafottere. 

Basterebbe evocare (ma lo faremo) la figura del leghista Giuseppe Bonomi, cavallerizzo provetto (così si spacciava e per quella passione spendeva soldi) ma assolutamente incompetente di logistica e di compagnie aeree. 

Intorno a Varese, Milano, Malpensa, ben celati dietro al paravento di Alberto da Giussano e del Carroccio, sono cresciuti fior fiore di dissipatori del denaro pubblico.    

Perché un Giorgetti, esponente di tale progenie, dovrebbe saper stimolare e poi coordinare un pensiero strategico legato ad un fenomeno complesso come quello che insiste sui trasporti aerei (e non solo) post pandemia? 

Giorgetti c’era già quando fu sbagliato tutto intorno alle scelte “varesine-milanesi” per sfavorire/demolire l’Italia, anche in campo aviatorio.

Al massimo Giorgetti è un non trasparente (perfino lì) “tifoso di calcio“. Del Varese Calcio.  Punto. 

Per il resto è uno che mai mai mai si è opposto a quanto di malandrino avveniva dentro e fuori della Lega, fosse a quella del Nord, o del Centro Sud. 

Giorgetti non ha alcuna statura di pensiero di Stato che lo faccia ipotizzare capace di risolvere la vertenza Alitalia. 

Il politico di Varese è uno che o era connivente (intendo che aveva il suo tornaconto ricavandolo da un quieto vivere), o era talmente inadeguato da non accorgersi perfino dei magheggi finanziari alla Belsito e compagnia cantando. Eppure per formazione Giorgetti è un “ragioniere”.

Certamente non si è accorto degli errori legati al non hub di Malpensa che portarono al suicidio di tutto il Nord Italia a vantaggio Londra, Parigi, Francoforte, Monaco di Baviera. 

La somma di cazzate fatte, per anni, mi hanno perfino fatto pensare che la banda Miglio/Bossi/Maroni/Formigoni/Bonomi/Giorgetti (lo so che spesso erano tra loro in guerra ma sono stanco di questi bizantinismi ora che dobbiamo prendere atto che troppi leghisti ancora condizionano il futuro di quell’Italia che hanno sempre odiato e munto) fossero degli “agenti di influenza” (come lo era Miglio) di quegli stessi Paesi citati che, intelligentemente e senza rischiare, li foraggiavano per far in modo che i leghisti riuscissero ad indirizzare sempre verso il peggio il governo di Roma.

Dove sono inoltre  le prese di posizione ferme di Giorgetti quando qualcuno della Lega (o vicino alla Lega) veniva beccato con il sorcio in bocca?

Giorgetti è sostanzialmente un mediocre accucciato furbo partitocrate.  

Per riorganizzare le macchine volanti bisogna avere visione e, lo ripeto, comprovate capacità. 

Neanche il pluripregiudicato Silvio Berlusconi con il suo “Alzi la mano chi è pronto a investire nell’Alitalia!” pronunciato il 7 giugno 2008, appena tornato presidente del Consiglio, dinanzi ai giovani industriali riuniti a Santa Margherita Ligure, riuscì a cavare un ragno dal buco. 

Figurarsi questo, lo ripeto, semplice ultras di calcio. 

Come alcuni massoni sanno, l’Araba Fenice è metafora del risorgere. 

Ma non bastò chiamare “Operazione Fenice” la cordata degli imprenditori, tutti in realtà piccoli opportunisti legati in qualche modo al boss di Arcore, per vincere la forza di gravità e far rivolare, con profitto, l’Alitalia. 

Perfino Tito Boeri, all’epoca, fece dei conti e mi sembra che lasciò scritto che avremmo speso miliardi e miliardi inutilmente. E li abbiamo spesi. Mi ricordo dell’onesto e competente Giuseppe De Rita, ideatore e presidente del CENSIS, che arrivò a definire il tentativo del gran cazzaro (l’imprenditore paraculo Berlusca), “un compendio senza pari del patto melmoso che governa questa Italia di mucillagini“. 

Cosa sarebbe cambiato da allora? Se non riuscirono ad accordarsi neanche quel gruppo di imprenditori mascalzoni fioriti sulle debolezze di uno Stato vissuto come entità estranea da mungere (come le quote latte?) con ogni mezzo, mentre una politica complice e infingarda ha “oleato” (e si è fatta oleare) riducendo il Paese come si è ritrovato alla vigilia della pandemia, perché simile gentarella dovrebbe farcela? Perché guidata da uno come Giorgetti ? 

E voi pensate che uno che è sempre stato della partita (a volte un po’ defilato ma sempre con possibilità di influire) troverà per magia la soluzione?

Ma veramente mi volete obbligare a ricordarvi, dimostrandovelo, di chi è la responsabilità del tracollo del settore trasporto aereo in questo Paese? 

E vorreste farmi fare questo sforzo senza neanche avermi pagato, per Pasqua, una pastiera napoletana? Ormai la Pasqua è quasi trascorsa e del dolce partenopeo non ho sentito neanche il profumo. 

Comunque, da domani, lunedì 5 aprile, ci inoltriamo nei ricordi di quanto è avvenuto sull’asse Malpensa – Varese

Così se la vostra tavola prevede oggi una pastiera, il dolce napoletano, non vi andrà di traverso. Da domani, viceversa, come si dice, è un altro giorno.

Oreste Grani/Leo Rugens pronto, anche senza l’atto corruttivo di pastiera o sfogliatelle, a riparlarvi di Giuseppe Bonomi. E non solo. 

P.S.

Ma da uno che ha come mentore/guida spirituale/apripista relazionale in Vaticano mons. Liberio Andreatta (quello), cosa vi volete aspettare? 


FORERUNNER INTERPRETA DA VICINISSIMO GIANCARLO GIORGETTI

Nella terza di copertina del volume “L’industria dei sensi“, di Sergio Bellucci di cui altre volte vi ho parlato e a cui ho già attinto per offrire chiavi di lettura degli avvenimenti contemporanei, si può leggere: “L’intero pianeta e tutte le società umane sono attraversate da cambiamenti epocali. La trasformazione della produzione, i cambiamenti dei cicli economici dovuti al digitale (ora, aggiungiamo noi, al cataclisma pandemico ancora in essere), i cambiamenti delle forme del lavoro, la compatibilità delle attività umane con i cicli naturali, l’intervento tecnologico sul ciclo evolutivo della vita, la trasformazione dell’intera sfera terrestre in mero ciclo produttivo – salute (eccome!!! ndr O.G.), cibo, materie prime, energia, cultura, ecc…- spingono alla crisi le forme delle istituzioni politiche, monetarie ed economiche. Le forme della vecchia rappresentanza politica e sociale si sgretolano e le nuove stentano ad affermarsi“.

Il ritratto che trovate a seguire di uno dei protagonisti della scena politica italiana (si tratta di Giancarlo Giorgetti) lo ha pensato e redatto un collaboratore, acquisto recente di questo marginale e ininfluente luogo di riflessione telematica. Gli abbiamo attribuito lo pseudonimo di Forerunner perché, scrivendo di Giorgetti con una sensibilità che rivela una conoscenza non superficiale del personaggio, in queste ore convulse, il nostro abile notista svolge un ruolo di “precursore” (questo per noi è un “forerunner“) di quello che, sempre Bellucci, definirebbe transizione, cioè un processo ambiguo, in divenire, aperto a una molteplicità di esiti. Un processo caotico ma nel quale emergono alcune regole e prassi, assetti e modelli di organizzazione, grumi di interessi e gruppi sociali che tendono, disperatamente, aggiungiamo noi, a trasformarsi in nuove classi sociali. 

Giancarlo Giorgetti è figura di transizione? Il parlamentare è altro dalla Lega di Matteo Salvini? Portate a casa il ritratto. Se vi aggrada il post “asimmetrico” per questo blog, ringraziate l’autore anonimo e il vostro Leo che ha deciso di dare spazio a questa interpretazione, da vicinissimo, del politico “leghista”, oggi ritiratosi a tessere sgangherati nuovi partiti, in Via della Pigna, nell’attico-ufficio (i tetti di Roma seicentesca!) messogli a disposizione da mons. Liberio Andreatta. Quello.

Oreste Grani/Leo Rugens

Giancarlo Giorgetti

Giorgetti sta a Salvini come Maroni sta a Bossi. Prego astenersi da facili battute su dove costoro stiano ai
rispettivi segretari di partito, anche se esplicitarlo, per quanto scurrile, esprimerebbe una parte importante
di questa verità.
Come il suo più illustre predecessore, l’ex Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, ex Presidente della
Commissione Bilancio della Camera, ex Capogruppo dei Deputati della Lega Nord-Noi con Salvini, eccetera,
è un uomo di spiccata intelligenza, ottima preparazione ed indiscutibile rispetto istituzionale. Tre qualità
rese più importanti dalla loro assoluta rarità nell’attuale scenario (per attuale, si intendono almeno gli
ultimi venti anni, leggasi l’intera ultima generazione politica).
Prodotto della storica scuderia varesina, da cui pure Maroni proveniva, che anzi potremmo dire l’ha
fondata, al netto dell’opera originaria e selvatica dei Bossi e Leoni, rispettivamente deputato e senatore
della prima proto-Lega, frutto dicevamo di quel vivaio Giorgetti ha fatto in tempo ad approcciare la politica
attraverso il metodo arcaico dei grandi partiti di massa militante, di cui la Lega Lombarda poi Lega Nord fu
l’ultimo in Italia, il che significa nutrito ad ideologia, discussioni nei bar e colla per manifesti. Nessun menu è
più salutare per formare alla azione politica costruttiva, mentre aver disincarnato la partecipazione
sostituendo la connessione on line allo stringere mani e i giga all’odore della benzina del furgone ha
prodotto i risultati che vediamo.
Tornando a noi, anzi al Nostro. Nutrito di sane basi di strada, oltre che di cultura personale, ha tuttavia
veleggiato nei palazzi romani tanto a lungo da averne stabilmente assunto i costumi e la mentalità, il che lo
rende capace di comprenderne le dinamiche, e quando serve prevederne le mosse.
Non dotato di istinto di leadership personale, o meglio occultando abilmente tale istinto, naturale in ogni
uomo di carattere, dietro la necessaria sottomissione richiesta in tempi a-democratici quali i nostri, ed in
contesti di partito autocratici, Giorgetti ha puntato dritto al ruolo di consigliere del Principe, arte italiana in
cui abbiamo saputo esprimere personalità eccellenti nel passato remoto e recente (ci asteniamo dal
considerare il presente per non essere costretti a tener conto di improponibili mosche cocchiere oggi a
Palazzo Chigi).
Ma per essere come Gianni Letta bisogna essere Gianni Letta, ed avere di fianco Berlusconi, amato e odiato
quanto solo una personalità gigantesca può essere. Perciò, guidato da quel buonsenso che non gli ha mai
fatto difetto, il Nostro ha puntato ad un esempio più casereccio, e più spendibile, quello appunto di
Roberto Maroni, il fine tessitore di alleanze istituzionali per quel Bossi che era solo politica politica politica,
incapace di accettare (non di comprendere) che la democrazia esiste, ed è dotata di meccanismi che
possono e devono essere utilizzati per raggiungere gli obiettivi della politica – ma di questo parleremo
magari un’altra volta.
Comunque, quel Maroni tattico e mai strategico, che accettò di chiudere per amore di Umberto l’alleanza
con Segni il giorno prima che il suo capo la sconfessasse pubblicamente, siglando con le fanfare il patto
d’amore e odio con Silvio, quel Maroni artefice non solo del Ribaltone vituperato (per i più giovani:
consultate la rete, che vi spiega che cos’è stato), ma anche della prima ed unica diaspora parlamentare
leghista verso i banchi di Forza Italia, nel lontano 1994 (alcuni dei quali parlamentari esistono ancora, con
dignitoso successo) da cui lui stesso poi riuscì a rientrare, quel Maroni meticoloso Ministro dell’Interno e
infaticabile Ministro del Welfare, è per così dire l’archetipo a cui dobbiamo ricondurre il Nostro. Ma là dove
il modello eccelleva in capacità di finalizzare accordi e consolidare equilibri improbabili, Giorgetti mette
competenza tecnica bocconiana che sa di Mario Monti, e quindi condita di inferno e disperazione,
portandolo a inacidire l’approccio inclusivo, tipicamente democristiano diremmo, del primo, con una
aleggiante saccenteria sempre pronta a colpire. Motivo per cui, i suoi disegni falliscono.

Piace, Giorgetti, indiscutibilmente, per la sua intelligenza nell’analisi, e per il suo tratto amabile, per la sua
saggezza di sottrarsi ai riflettori quando non è il suo tempo (arte rarissima), ma non acchiappa. E, poiché
come ogni Richelieu lega i suoi destini alla corona, se il monarca è sciapo egli giganteggia (si fa per dire), ma
se il sovrano monta in superbia l’aio finisce relegato al ruolo di un Giuseppe Parini senza lirica, perdente e
afflitto precettore di un giovin signore sordo ai suoi suggerimenti, e che lo umilia. Mitiga Giorgetti questo
destino, altrimenti votato all’inutilità, la obiettivamente lunghissima carriera parlamentare, che gli ha
permesso di saggiare la ripetitività statistica di alcuni comportamenti del palazzo, e quindi di insaporire di
realismo quelli che altrimenti sarebbero soltanto vaticinii ed auspici.
Probabilmente questo è il solo motivo, e non è un motivo da poco, per cui sentiamo ancora parlare di lui
come di un possibile attore, e non come di un intelligente notista politico, categoria sommamente
irrilevante, alla quale immodestamente noi pure apparteniamo. Per dirla in modo più chiaro: siccome ci
prende, cioè capisce che cosa sta succedendo, tutto considerato nemmeno un Salvini, pieno di sé come un
uovo di gallina, se la sente di sbarazzarsi di lui, se non per seguirne i disegni almeno per evitare gli schianti.
Per esempio: se l’8 agosto del 2019 Salvini avesse chiacchierato anche con lui, invece di limitarsi a prendere
il gelato coi suoi figli, come ci ha tenuto a sbandierare durante il comizio di Pescara, in cui chiese agli Italiani
i famosi “pieni poteri”, che a quanto pare non avevano intenzione di dargli, il governo gialloverde non
sarebbe mai caduto, maciullando il suo dominus, e il centro destra avrebbe ancora sette ministri in
parlamento, un’opzione diretta su tutti gli altri, e la nomina certa di un commissario europeo nella
commissione Von der Leyen invece di questo bel Carro di Tespi che ci ritroviamo. Ma insomma, la storia
non si fa coi se.
Correzione: la storia del Commissario Europeo era già andata al diavolo qualche settimana prima, quando
era chiaro che quello sarebbe stato un ruolo importante, utile all’Italia e all’Europa, capace di determinare
davvero equilibri migliori per tutti (Commissario alla Concorrenza si era ipotizzato).
Perché con l’Europa non si scherza, non ci puoi mandare un fesso qualunque o non ti dà il gradimento, e
purtroppo Giorgetti aveva proprio l’identikit perfetto: competente, istituzionale, politicamente preparato.
Bel problema: poteva Salvini rischiare di spedire al Berlaymont il suo brillante attendente di campo, perché
si capisse chi era dei due quello pensante? Così meglio perdere tutto, e regalare una bella figura da chiodi a
tutta l’Italia, che trascinò la nomina fino al 10 settembre, col Conte 2, quando una spazientita Ursula
finalmente ricevette, ed approvò, il nome di Gentiloni. “Commissario all’Economia”, qualifica tanto
prestigiosa quanto vaga e ininfluente.

Da tutto questo pantano, con istinto di sopravvivenza magistrale, che ancora una volta lo accomuna al fu
delfino di Bossi Roberto Maroni, il candidato scomodo si salvò spiegando in colloquio privato al Presidente
della Repubblica i motivi della sua indisponibilità a ricoprire il ruolo. Era il 18 luglio 2019, e Giancarlo
salvava Giorgetti.
Ecco cosa intendiamo, stabilendo la proporzione di apertura.
Ora il punto non è se Giorgetti il politico e analista ha ragione o ha torto. Il punto è capire che parametri
dobbiamo mettere in campo per dargli retta. Perché se ci atteniamo all’analisi, pochi punti di vista sono
preziosi come il suo per coniugare gli eventi da serraglio che accadono nella maggioranza con una
consapevolezza costituzionale sufficiente, ed una buona comprensione delle dinamiche sociali in atto
(questa, una dote che la Lega, qualunque cosa sia diventata ora, non è riuscita a perdere). Se invece spiamo
lui per cercare di carpire in anticipo che cosa accadrà dopo questo governo rischiamo fortemente di restare
delusi: come la storia invariabilmente dimostra, chi entra Papa esce cardinale, e le dietrologie intelligenti
sono sempre sopraffatte dalla triviale, rudimentale, a volte patetica zuffa della realtà.

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