I lama del Tibet e quel mucchietto di riso rappresentante il monte Meru

Per offrire ogni giorno al Buddha la propria piccola terra simbolica i lama in Tibet davano forma ad un mucchietto di riso

Il riso quindi come scelta simbolica per elevarsi spiritualmente, uno ziggurat quale anello di congiunzione tra il Cielo e la Terra.

I lama simulavano di fatto una montagna, piccola ma una montagna. Una montagna che, a differenza di altre, non incuteva timore nell’uomo. Anzi, in questo caso, rassicurava essendo fatta in modellino di chicchi di riso, cioè dell’alimento primario, sia all’epoca che oggi, per miliardi di viventi. 

Terrò nello stesso post quindi un riferimento al riso, sacro e utile e alle montagne come gli uomini le hanno sempre vissute: con venerazione e con timore. Perché scriva sempre più spesso di riso e della sua preziosità lo lascio alla vostra sagacia o abilità investigativa di lettori intelligenti. 

Oreste Grani/Leo Rugens   


Il timore delle montagne

Molto prima che l’uomo pensasse di conquistare le montagne, le montagne avevano già conquistato l’uomo. Regno degli esseri soprannaturali, esse sono rimaste per molto tempo «una sfida alla conquista della natura da parte dell’uomo», come scrisse Edward Whymper, il primo scalatore del Matterhorn. Tutte le maggiori cime sono state oggetto di venerazione da parte di coloro che vivevano alle loro pendici. Ispirandosi all’Himalaya, che contemplavano con reverenziale timore, le popolazioni del nord dell’India immaginarono che più a settentrione si elevasse un monte ancor più alto, da essi chiamato Meru. Gli indù e più tardi i buddhisti fecero di questa mitica montagna-al-di-sopra-delle-montagne (doveva essere alta 135.000 chilometri) la sede dei loro dèi. Questa montagna centrale dell’universo, asse verticale del cosmo oviforme, era circondata da sette catene montuose concentriche attorno alle quali ruotavano il sole, la luna e i pianeti. Nello spazio compreso fra la settima e l’ottava catena esterna stavano i continenti.

Secondo i sacri testi indù, sul monte Meru «scorrono fiumi di acqua dolce e sorgono magnifiche case d’oro abitate dagli esseri spirituali, i Deva, dai loro cantori, i Gandharva, e dalle loro prostitute, le Apsara». La tradizione buddhista, più tarda rispetto a quella indù, dice invece «che il Meru si eleva tra quattro mondi nei quattro punti cardinali, che è quadrato ai piedi e tondo sulla cima, che è alto 80.000 yojana, di cui una metà si leva nei cieli e l’altra metà scende nella terra. La parte che è prossima al nostro mondo si compone di zaffiri azzurri, e per questa ragione i cieli ci appaiono di questo colore; le altre parti sono di rubini e gemme gialle e bianche. Il Meru è quindi il centro della terra». Il divino Himalaya – una catena che si stende per oltre 2500 chilometri ed è larga quasi 250 – è l’unica parte visibile di questi luoghi sacri. Le cime al di sopra degli 8000 metri, come l’Everest, il Kanchenjunga, il Godwin Austen, il Dhaulagiri, il Nanga Parbat e il Gosainthan, hanno continuato a rappresentare una sfida per gli alpinisti anche dopo che si era aperta l’epoca delle grandi scalate. A queste vette erano anche rivolti sentimenti di gratitudine, perché celate fra i loro anfratti (i più prosaici geografi di un’epoca a noi più vicina avrebbero parlato di spartiacque) erano le sorgenti segrete dell’Indo, fonte di vita, del sacro Gange e del Brahmaputra.

Il paesaggio giapponese era invece dominato dal Fujiyama, la divina montagna da sempre celebrata nell’arte. Hokusai, maestro della scuola Ukiyo-ie, eseguì una serie di stampe intitolata Trentasei vedute del Fuji (1823-29) che ritraevano la montagna sacra nei suoi molteplici aspetti.

In Occidente i greci veneravano l’Olimpo, che si alza repentinamente di 2700 metri sopra l’Egeo. Spesso circondata da nubi, la cima velata del monte garantiva il riserbo alla vita degli dei. I mortali potevano solo intravvedere tra le nuvole l’anfiteatro composto di massi in cui gli dei sedevano a concilio. «La sede sempre serena dei numi,» scriveva Omero, «non da venti è squassata, mai dalla pioggia è bagnata, non cade la neve, ma l’etere sempre si stende privo di nubi, candida scorre la luce: là il giorno intero godono i numi beati I greci credevano che l’Olimpo fosse la montagna più alta della terra. Al principio, dopo che Crono aveva portano a termine la creazione del mondo, i suoi figli ne suddivisero l’impero dandosi alla sorte: Zeus vinse le cime celesti, Posidone ricevette il mare e ad Ade furono assegnate le oscure profondità terrestri. Mentre Ade rimase però solo agli Inferi, Zeus permise agli altri dei di condividere la sua dimora sull’Olimpo.

Sulla cima del monte Sinai il Dio degli ebrei consegnò a Mosè le tavole della Legge. Il terzo giorno, come fu mattino, cominciaron de’ tuoni, de’ lampi, apparve una folta nuvola sul monte, e s’udì un fortissimo suon di tromba e tutto il popolo ch’era nel campo tremò. E Mosè fece uscire il popolo dal campo per menarlo incontro a Dio, e si fermarono appiè del monte. Or il monte Sinai era tutto fumante, perché l’Eterno v’era disceso in mezzo al fuoco, e il fumo ne saliva come il fumo d’una fornace, e tutto il monte tremava forte. II suon della tromba s’andava facendo sempre più forte; Mosè parlava, e Dio gli rispondeva con una voce. L’Eterno dunque scese sul monte Sinai, in vetta al monte, e Mosè vi salì …(Esodo 19, 16-20)


Dove non esistevano montagne naturali, l’uomo ne costruì di artificiali. Gli esempi più antichi di cui ci sia rimasta traccia sono le ziggurat, le piramidi a gradini della Mesopotamia che risalgono al 2200 a.C. La parola ziggurat indicava sia la cima di un monte, sia una torre a gradini fabbricata dall’uomo. La grande costruzione piramidale di Babilonia, alta 90 metri e con una base quadrata di 90 metri di lato, divenne nota col nome di torre di Babele. Anche se, vista a distanza, sembrava una piramide a gradini, la ziggurat, come la descrisse Erodoto intorno al 460 a.C, si componeva di una serie di torri sovrapposte, ognuna delle quali era leggermente più piccola di quella su cui poggiava. «Nell’ultima torre c’è un gran tempio, all’interno del quale vi è un gran letto, adorno di bei drappi, e, accanto, è apprestata una tavola d’oro. Nessuna statua è eretta in quel luogo, nessun essere umano passa colà la notte, soltanto un’unica donna del paese, quella che il dio ha scelto tra tutte, a quanto affermano i caldei, che sono i sacerdoti di questo dio.» Nel IV secolo, quando queste antiche costruzioni stavano andando ormai in rovina, uno scrittore egiziano riferì la leggenda secondo cui le ziggurat «erano state costruite da giganti che volevano salire fino al cielo. Per questa folle ed empia impresa alcuni furono colpiti dal fulmine; altri, per volere di Dio, non furono più capaci di riconoscersi l’un l’altro; tutti i restanti caddero a precipizio nell’isola di Creta, dove Dio nella Sua collera li aveva scagliati». Secondo i sacri testi babilonesi, la ziggurat era invece «l’anello di congiunzione fra il Cielo e la Terra».

La torre di Babele divenne un simbolo del tentativo dell’uomo di raggiungere il cielo, di penetrare nel regno degli dei. Secondo la tradizione, la ziggurat era l’immagine umana della scala vista da Giacobbe, nipote di Abramo. «E sognò, ed ecco una scala appoggiata sulla terra, la cui cima toccava il cielo ed ecco gli angeli di Dio, che salivano e scendevano per la scala.» (Genesi 28, 12). Nella Mesopotamia tutta pianeggiante la gente sentiva la necessità di una montagna artificiale che salisse fino agli dei e che permettesse agli dei di scendere più facilmente tra gli uomini. Tutte le principali città avevano almeno una ziggurat, probabilmente la struttura più elevata nonché la più imponente dell’abitato. I resti di trentatré di questi edifici si sono conservati fino ai nostri giorni. Forse la ziggurat era un tumulo funerario da cui doveva risorgere Marduk, il re divino. O forse era semplicemente una scala da cui il dio poteva scendere fino alla città e su cui la popolazione poteva salire per presentare le proprie richieste. Nel basso Egitto, lungo la valle del Nilo, si possono ancora osservare alcune di queste antichissime montagne artificiali. Particolarmente cara agli egizi era la collina delle origini, il luogo cioè della creazione della vita. Tutti gli anni, quando le acque della piena si ritiravano, sul terreno si formavano dei rilievi fangosi lasciati dai depositi del limo, portatore di nuova vita, e così ogni anno gli egizi rivivevano l’evento della creazione. 

La più antica piramide d’Egitto fu proprio una piramide a gradini, simile alle ziggurat babilonesi. La grande piramide di Zoser (primo re della terza dinastia, vissuto intorno al 2980 a.C.) a Sakkara, nel basso Egitto, aveva sei gradini. «Per lui [il re] si leva una scala verso il cielo, così che da essa possa salirvi.» La parola egiziana che significava «ascendere» veniva indicata con un segno che mostrava anche una piramide a gradini. Le piramidi posteriori non ebbero più gradini, ma assunsero un’inclinazione uniforme, segno sacro del dio-sole. Come spiegavano gli antichi egizi, il dio imperiale Pepi «ha fatto del suo fulgore una scala per i suoi piedi… per lui si levano scale verso il cielo».

In Tibet i lama offrivano ogni giorno al Buddha la propria piccola terra simbolica: il mucchietto di riso rappresentava infatti il monte Meru. Buddha aveva disposto che, come segno dell’universalità del suo insegnamento, dopo la cremazione le sue ossa dovessero essere poste in un tumulo all’incrocio di quattro strade.

Durante il lungo periodo in cui prevalse l’induismo sorsero innumerevoli stupa – monumenti che nella forma si ispiravano al monte Meru – come simbolo dell’asse verticale dell’universo oviforme. Quando l’imperatore Asoka, che regnò all’incirca dal 273 al 232 a.C., fece del buddismo la religione ufficiale del suo vasto impero, egli si limitò a trasformare gli stupa indù in altrettanti monumenti buddhisti. Fra quelli di Asoka, due si sono conservati fino ai nostri giorni: il grande stupa di Sanchi, nell’India centrale, e il Bodhnath di Katmandu, in Nepal.
Come la ziggurat babilonese, anche lo stupa buddhista rappresentava un modello del cosmo: l’edificio si componeva di una base quadrata o circolare sormontata da una cupola emisferica. Questa cupola voleva essere una rappresentazione della volta celeste che racchiudeva il mondo-montagna che si innalzava dalla terra al cielo. Il mondo-montagna emergeva dalla volta nella forma di un’edicola posta sulla sommità; al centro della cupola si trovava una trave, l’asse del mondo, che si levava dagli immaginari abissi marini sottostanti.

La più vasta, imponente e complessa di queste montagne nate dall’arte buddhista è il grande stupa di Borobudur, costruito a Giava intorno all’VIII secolo d.C. Cinque terrazze rettangolari fanno da supporto a tre piattaforme circolari, sulle quali si innalzano settantadue piccoli stupa a forma di campana, ciascuno dei quali contiene un Buddha, e a uno stupa centrale più grande e più massiccio che sovrasta il tutto. Dinanzi a ciò si può ben condividere il sentimento che un poeta epico di religione buddhista provò dinanzi al grande stupa di Ceylon quando la costruzione venne ultimata: «Incomprensibili sono quindi i Buddha, e incomprensibile è la natura dei Buddha, e incomprensibile è la ricompensa per chi crede nell’incomprensibile». Col declino del buddhismo e il ritorno dell’induismo in India, molti dei grandi templi vennero dipinti di bianco per rendere più evidente l’identificazione simbolica col sacro Himalaya coperto di neve. I templi indù, al pari delle ziggurat babilonesi, delle piramidi egizie e di altre ricostruzioni della montagna delle origini, ma diversamente dalla cattedrale cristiana, non erano luoghi al cui interno potevano riunirsi i fedeli. La montagna costruita dall’uomo, come quella naturale, era un oggetto di culto, la sacra terra nella sua forma più elevata, mezzo dell’ascesi dei fedeli. Chi l’aveva costruita, a imitazione di quanto fatto dagli dei possedeva poteri magici. 

Le dinastie indù riprodussero invece la montagna delle origini in versioni riccamente decorate: cupole, guglie, torri esagonali o ottogonali. Le superfici e le formelle, le nicchie e i fregi dei loro monumenti di pietra traboccano di immagini di piante, di scimmie, di elefanti di uomini e di donne atteggiati in tutte le posizioni possibili e immaginabili. Il maggiore di questi monumenti, il tempio Kailasa («Paradiso di Shiva») di Ellora, nella zona centro-meridionale dell’India, sfrutta la stessa montagna come effigie della montagna sacra Kailasa, un monte ricavato dal monte, fu costruito scavando dapprima la montagna in modo da isolare un blocco di roccia lungo 84 metri, largo 47 e alto 30. Lavorando dalla sommità verso il basso, i tagliatori di pietra evitarono di dover costruire dei ponteggi. II risultato di duecento anni di lavoro fa una degna copia del Paradiso di Shiva. Fino agli ultimi esempi, come quello di Khajraho nell’India centrale (1000 ca.), gli architetti e gli scultori indù non si stancarono mai di riprodurre il monte Meru e profusero tutte le lore energie nello scolpire immagini erotiche che rappresentavano il ricongiungimento dell’uomo alle sue divinità. Anche la sikhara, la guglia che sormontava lo stupa indù, era un simbolo di cima montuosa.

Forse il monumento religioso di più vaste dimensioni al mondo è il complesso del tempio di Angkor Wat, edificato dal re cambogiano Suryavarman II (1113-1150) come proprio sepolcro e tempio. Qui il motivo dello stupa, rielaborato e moltiplicato oltre ogni immaginazione, dà vita a un’immensa piramide a gradini paragonabile a una filigrana, a una montagna scolpita.
Anche nell’opposto emisfero sorgevano piramidi – ma più semplici e più spoglie – simbolo dell’universale venerazione ispirata dalle montagne. In Messico i toltechi avevano innalzato a Teotihuacán la piramide del Sole, alta due terzi della torre di Babele, e nella pianeggiante penisola dello Yucatán i Maya avevano costruito i loro templi-piramide a Uxmal e a Chichén Itzá.