La mafia? Non esiste. Tanto meno la ‘ndrangheta. Soprattutto in Toscana

Per cui, a leggere le notizie di cronaca giudiziaria, per lavorare le pelli, base un tempo di meravigliosi prodotti italiani, non solo si inquinano i fiumi, i pozzi, l’agricoltura ma soprattutto l’economia che viene consegnata, da imprenditori avidi e senza scrupoli, alla criminalità. 

Complice la solita politica, incivile ed affaristica.  

A saper trattare la notizia, si capisce che invece di affidarsi a conciatori che sappiano lavorare con gli antichi metodi risalenti all’Impero Romano, i “commercianti” non vanno più per il sottile. Non si perde tempo.

Niente concia al vegetale che ancora oggi sarebbe il metodo più ecologico, la più tradizionale e riconoscibile, l’unica che lascia ben visibile l’impronta digitale di ogni pelle, perché rispetta la natura della materia. La pelle conciata al vegetale, alcuni (pochissimi) lo sanno e, testardi, continuano a farlo, assorbe e incorpora in sé il tempo che passa e testimonia l’uso che se ne fa. Così si esprimono alcuni imprenditori “toscani” che non solo ne sanno ma trattano le pelli, con approccio sapiente, da decenni.

Se si va per le spicce e si inquina potete stare tranquilli che il prodotto farà male alla salute di tutti e in particolare di chi ci ha lavorato. Sfruttamento e cancro (questo innescano, tra l’altro, gli imprenditori su cui la magistratura indaga) non sono argomenti per i quali si possa chiudere un occhio. Con la concia e il lavaggio dei jeans per anni in quelle terre “civili” chi si arricchiva lo faceva uccidendo innocenti oppure schiavizzano, all’estero,  lavoratori di popoli già poveri creando fame. Non lavoro o Fatto in Italia di cui andare orgogliosi 

Interessante questa inchiesta sul mondo della concia e sui metodi infami che legano, nel solito triangolo sordido, imprenditori senza etica, malavita pronta a tutto, e politica locale. Interessante, ripeto. 

Oreste Grani/Leo Rugens