“Preambolo” a “Ostaggi d’Italia” – Dario Borso



Novità per Leo Rugens ospitare in anteprima il “preambolo” che Dario Borso ha scritto a “Ostaggi d’Italia”, sua ultima fatica storico filosofica e letteraria. Siamo e sono grato a Dario per l’onore di averci chiesto asilo politico, come si evince dalla lettera indirizzatami, scegliendo un luogo atipico quale il presente “marginale e ininfluente blog” per annunciare sia l’uscita del volume sia per denunciare ancora una volta un senso di estraneità verso i luoghi deputati a ospitare il dibattito culturale in Italia.

Ricordo ai lettori abituali e sottolineo per gli eventuali nuovi, che Leo Rug(g)ens si interessa di temi tutti riconducibili all’esigenza di creare una cultura della sicurezza nazionale all’altezza della complessità del futuro.

Auguro quindi una buona lettura senza tralasciare di segnalarvi la recente impegnativa traduzione di Borso del “Viaggio a Flätz” di Jean Paul.

Alberto Massari



Caro Alberto,
ci risiamo. Su un altro terreno, litblog stavolta e non cartaceo, e su un altro tema. Due settimane fa la redattrice de Le parole e le cose Maria Borio aveva chiesto alla casa editrice Exòrma il pdf del mio Ostaggi d’Italia, che esce oggi, per cavarne un’anteprima.
Tre giorni fa a suo turno la Borio ha chiesto e ottenuto da me di cavare, per poi comunicarmi ieri che, a detta di fantomatici “responsabili”, nel litblog non c’è più spazio.
Non pensavo sarebbe finita così, anche perché la Borio, redattrice pure di Nuovi Argomenti, dopo aver approvato a dicembre un mio saggetto su Ferretti, Pasolini e Fortini, ne aveva procrastinato l’uscita a fine febbraio per comunicarmi infine che la redazione l’aveva respinto senza motivare. Per senso di colpa dunque, se non per fedeltà alla parola data, non mi avrebbe bidonato una seconda volta – e invece sì.
Precedentemente il saggetto l’avevo proposto ad Andrea Cortellessa di Antinomie, accennandogli en passant che Balestrini, di cui fu per anni il famulo, era stato compare di nozze del Ferretti – sàlvati cielo, ciò gli dette modo di prodursi in una catilinaria contro il nepotismo e familismo che chissà come aveva colto nel mio accenno, e dunque di crescere rispetto a me in altezza morale e di calare in larghezza fisica. Nello stesso contesto definì Cesare Garboli una iattura – per immediatamente dopo tesserne su Le parole e le cosce l’elogio.
Né la Borio né Cortellessa mi hanno spiegato i motivi del rifiuto: per non umiliarmi, o perché si vergognavano? Secondo me c’entra PPP, ma giudicherà il lettore, visto che il saggetto è uscito comunque qui www.minimaetmoralia.it/wp/poesia/il-poeta-maledetto/.
P.S. Alla polemica mia con Luigi Reitani su Celan, che ha coinvolto anche il tuo sito, aggiungo un tocco postumo: parecchi docenti universitari mi hanno dimostrato solidarietà in privato, ma solo una in pubblico, Roberta De Monticelli. Gli è che la dissimulazione (poco) onesta impera ancora; e se fu fascista Ungaretti, immagina gli odierni nani.
Perché sosteniamo la querelle di Dario Borso contro Luigi Reitani
A proposito di giustizia e di rapporti (di potere) tra professori universitari – Il caso Borso/Reitani + Vallerani




PREAMBOLO

I.

Iniziai a occuparmi seriamente di storia e di guerra una quindicina di anni fa, indagando gli esordi filosofici del mio antico maestro Mario Dal Pra.
Povero di natali, presto orfano del padre fornaio a Montecchio Maggiore, per la sua precoce intelligenza Dal Pra era stato accolto subito nel seminarietto di Vicenza, una sorta di ristrettissimo vivaio curato dal vescovo in persona che affiancava il seminario “normale”.
Pur senza imboccare la carriera religiosa, restò cattolico osservante per tutta l’università, durante la quale fu presidente provinciale dell’Azione Cattolica, e poi da professore di filosofia sempre a Vicenza, al liceo classico Antonio Pigafetta.
Nel volgere di un anno cruciale per lui e per l’Italia intera, il 1943, divenne nell’ordine: attivista del neonato Partito d’Azione, ricercato dalla polizia, condannato in clandestinità a sedici anni di carcere per attività sovversiva, partigiano a Milano col nome di battaglia Procopio.
Il frutto di questa katastrophé giunse poco dopo, nella primavera del 1944, quando Dal Pra divenne ateo convinto e responsabile del settore comunicazione del Comitato di Liberazione Nazionale dell’Alta Italia.
Nel dopoguerra, tornato insegnante di liceo a Milano, fu designato da Ferruccio Parri curatore bibliotecario del neonato Istituto Storico della Resistenza e in tale veste si dette a scrivere, sulla base dei dispacci via via pervenuti alla centrale dalle tante formazioni partigiane, una storia che il presidente dell’Istituto Luigi Cadorna bloccò subito dopo la vittoria della Democrazia Cristiana alle elezioni politiche dell’aprile 1948.
Divenuto nel frattempo europeista di area socialista, Dal Pra abbandonò la politica attiva per intraprendere la carriera accademica, e del suo testo non si seppe più nulla, finché nel 2009 lo pubblicai a mia cura con la casa editrice Giunti mantenendo il titolo originale Storia della guerra partigiana.
Il mio punto di riferimento generale era costituito dal Saggio storico sulla moralità nella Resistenza di Claudio Pavone, uscito nel 1991 col titolo Una guerra civile,1 e in particolare il capitolo sulla scelta di passare all’opposizione attiva, dove veniva sottolineata la pluralità dei moventi allargando il discorso ai soldati italiani prigionieri dei tedeschi che avevano optato per il no all’arruolamento nelle loro file.
Questa pluralità orientava necessariamente verso la microstoria dei casi singoli, e io un caso singolo ce l’avevo in casa: mio padre, morto nel 2000 senza aver detto una parola sul suo passato di partigiano (se c’era stato, ché de omnibus dubitandum est).2

II.

Sono nato e cresciuto nell’Alto Vicentino, a Cartigliano sul Brenta, a eguale distanza da Malo e Asiago, ma mentre l’Altopiano è un altro mondo, quello di Malo è il nostro, per la somiglianza stretta dei rispettivi microdialetti nel vasto insieme del dialetto veneto centrale.
Così naturalmente il faro, più che Mario Rigoni Stern, non poteva essere che Luigi Meneghello (1922-2007), di cui sorbii d’un sorso a pochi anni dall’uscita Libera nos a Malo (1963) e I piccoli maestri (1964), dov’egli parla della sua esperienza di partigiano azionista sull’Altopiano appunto, seguendolo indefesso nelle sue ardite divagazioni linguistiche sul microdialetto maladense, da Pomo pero (1974) a Maredè, Maredè (1990).
Solo dopo la sbornia meneghelliana misi il naso fuori dei confini altovicentini, fino a Vicenza capoluogo, dove nel Ragazzo morto e le comete (1951) di Goffredo Parise (1929-1986) trovai una testimonianza folgorante dell’immediato dopoguerra visto con gli occhi di un “ragazzo di strada” quale si definì l’autore.3
Da lì al trevisano Giovanni Comisso (1895-1969), suo mentore nonché testimone di nozze, il passo è stato breve e decisivo.

III.

Se Meneghello è un romanziere-saggista e Parise un romanziere puro, Comisso è il romanziere-poeta; se per il primo il dialetto è un oggetto da esaminare amore ac studio e per il secondo una scoria da emendare, per il terzo è linfa vitale dell’italiano stesso.
Lo è non tanto riguardo al lessico, e non solo riguardo alla sintassi, ma più intimamente nelle pieghe stesse dello stile, dell’andatura tutta.
Figlio di un commerciante di granaglie e di un’adorante rampolla della medio-alta borghesia risorgimentale, Comisso succhiò da infante il dialetto forbito delle classi agiate, e in questa serra la sua omosessualità spuntò con la naturalezza del bocciolo, pronto ad aprirsi al mondo e a fondersi col paesaggio.
Dalle rive del Piave a quelle dell’Estremo Oriente, la sua prosa si estenderà in orizzontale come un unicum che meravigliò i migliori fra i critici, Gianfranco Contini e Giacomo Debenedetti in testa, e di cui al convegno trevisano su Comisso del maggio 1968 Pier Paolo Pasolini colse infine la cifra nel «permanere ancor oggi di qualcosa di sorgivo e di popolare in una prosa d’arte conclusa».
Ma ciò non è tutto Comisso, se proprio negli anni Sessanta le sue descrizioni della campagna veneta si tingono di elegiaco come mai prima, ed in leggero anticipo sulla tragica lamentatio pasoliniana circa la “rivoluzione antropologica” azzeratrice della civiltà contadina.

IV.

In realtà, agli snodi del secolo breve Comisso fu sempre presente e partecipe: Grande Guerra, fascismo, Seconda guerra mondiale, dopoguerra, boom economico appunto. Presente anche con le opere in cui essi traspaiono (mezza dozzina almeno di romanzi più una miriade di racconti), e ovviamente presente al modo suo, che è quello di un nazionalismo a volte sobrio, altre assai meno, e comunque accompagnato da un’attenzione bonaria, tra l’amorevole e signorile, alle classi subalterne.
La presenza sua poi si realizzava in una forma modernissima, nient’affatto impolitica, di performance letteraria: stimolava i subalterni a parlare e soprattutto a scrivere, diventando così una specie di talent scout nonché di editor.
Fu il caso di un marinaio trevisano internato in più lager tedeschi dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, che rientrava appieno nel mio interesse al tema della scelta resistenziale, tant’è che mi concentrai sulla storia degli Internati Militari Italiani facendo nel 2011 anche una capatina all’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve S. Stefano, in cerca di memorie analoghe.
Un secondo caso di editing comissiano, risalendo all’indietro, era stato il diario di prigionia di un granatiere trevisano nella Prima guerra mondiale, del quale rintracciai la nuora Auremma che mi accolse a braccia aperte e all’antica: la grande cucina col focolare, i sabati invernali al caldo con lei silenziosa ma pronta ad aiutarmi nella decifrazione dei manoscritti, il desinare frugale cui contribuivo portando la pinsa preparata da mia madre…
Eravamo nell’imminenza del centenario, ma passò quello dell’entrata in guerra, passò Caporetto, passò Vittorio Veneto, e il diario rimase nella cassetta d’ordinanza del povero granatiere.
Il terzo caso infine, da me individuato tra un centenario mancato e l’altro, concerne la testimonianza raccolta da Comisso di un alpino bellunese finito prigioniero in Etiopia nel 1896.
Tre soldati semplici dunque, risucchiati dalla Storia maiuscola nel peggiore dei modi in tre momenti tragitopici dell’Italia Unita: Adua, Caporetto, Otto settembre. E risucchiati poi nella Letteratura da Comisso, con tutte le ambiguità del caso.

V.

Perché ostaggi, e non prigionieri?
Perché prigioniero in senso stretto nessuno dei tre fu. L’alpino, Menelik lo piazzò prima in un villaggio, poi nella sua reggia attendendo che il governo italiano pagasse un congruo riscatto; l’artigliere non godeva dei soccorsi normalmente garantiti dai governi europei poiché il nostro, sospettandolo di diserzione dopo che Gabriele D’Annunzio l’aveva definito “imboscato d’Oltralpe”, temeva che altri seguissero il suo esempio; il marinaio era un Imi, figura giuridica volta a evitare gli obblighi imposti dalla Convenzione di Ginevra circa il trattamento dei prigionieri.
Prigionieri d’Italia in senso lato dunque, e ostaggi in senso analogo, ma anche più pregnante, in quanto il genitivo possessivo li designa meri oggetti inconsapevoli o tutt’al più renitenti di un’idea dell’Italia nata in tutt’altre sedi, ceti e menti.4
Comisso è una di queste menti, ma con un tratto di sensibilità ingenua che lo porta al contatto immediato, oltre le stesse barriere sociali. Proprio qui torna il paesaggio, la recettività ch’esso stimola e richiede, o in altri termini: Comisso ascoltatore finissimo di voci altrimenti mute, ma al contempo manipolatore oculato delle stesse.
Nel testo che propongo ho cercato di sbrogliare questa matassa.5 Quanto a mio padre, da cui tutto era partito: sì, fu partigiano, lo testimonia un documento rinvenuto dopo tante ricerche (anche se la cancellatura sarebbe stato meglio non ci fosse); e tacque non solo per natura, ma per motivi indagati da Pavone in un altro capitolo del suo Saggio storico, quello sulla violenza.

Note

1 Titolo imposto obtorto collo da Giulio Bollati, mentre doveva essere il titoletto di un solo capitolo, come si desume da N. Bobbio, C. Pavone, Sulla guerra civile, Bollati Boringhieri, Torino 2015.
2 Classe 1923, taciturno di natura, della sua esperienza di fante a Napoli, fuggito l’8 settembre sotto i bombardamenti alleati, lasciò filtrare a tavola un giudizio sorprendentemente positivo sulla commestibilità dei ceci (da esperto del ramo, essendo fruttivendolo).
3 A differenza di Meneghello, brillante laureato di buona famiglia (padre titolare di una ditta di autotrasporti, madre maestra) che dominava perfettamente l’italiano di scuola e il dialetto di paese, il figlio di N.N. scriveva in un italiano slittante spesso nel parlato locale.
4 Sull’epopea, cfr. almeno E. Gentile, La Grande Italia: il mito della nazione nel XX secolo, Laterza, Roma-Bari 20113, mentre un buon antidoto rimane F. Cusin, Antistoria d’Italia, Mondadori, Milano 20015.
5 Spero mi abbia aiutato in ciò il lavoro sul palinsesto di S. Kierkegaard, La ripetizione, Rizzoli, Milano 20123, e sui racconti giovanili di G. Brera, Dalla Bassa, Giunti, Firenze 2018, come quello con persone psicologicamente disabili che hanno scritto i racconti di In opera, Armando Editore, Roma 2019.