Dopo il riso ai cinesi venderemo il ghiaccio agli eschimesi! Miracolo!

16 Aprile 2021
MILANO –  Il riso italiano da risotto parte alla conquista della Cina. L’Ambasciata italiana a Pechino ha comunicato ieri che tutte le riserie italiane che avevano fatto richiesta di esportare nel Paese sono state autorizzate dalle Autorità cinesi competenti, applicando il protocollo siglato tra le due parti l’8 aprile 2020. Con questo ultimo passaggio, si è quindi finalmente concluso l’iter che ha portato all’apertura del mercato cinese al riso italiano e gli operatori autorizzati potranno avviare le prime spedizioni verso la Cina.
Con 228 mila ettari coltivati (+4% nel 2020) e 4 mila aziende che raccolgono 1 milione di tonnellate di riso lavorato – ricorda la  Cia-Agricoltori Italiani, si contano più di 200 varietà: dal Carnaroli, il re dei risi, all’Arborio e al Vialone Nano prima Igp, passando per il Roma e il Baldo.

Attualmente il 60% del riso italiano è destinato all’export, soprattutto in Germania e in Inghilterra.L’intesa – evidenzia ancora l’associazione –  corona un lungo negoziato diplomatico e tecnico condotto con il mondo imprenditoriale del comparto. Le agenzie fitosanitarie cinesi hanno, infatti, effettuato controlli molto severi prima di autorizzare l’import, mandando in questi anni diverse delegazioni nelle aziende italiane per verificarne l’eccellenza dei metodi di produzione. “Un via libera tanto atteso su un mercato di primaria rilevanza per il nostro agroalimentare – dichiara il presidente Dino Scanavino – un successo che ha visto le istituzioni e la filiera risicola nazionale unite in difesa del riso italiano e alla ricerca di nuove quote di mercato” .

Diamo qualche numero: la Cina produce 211.090.813 (milioni) di tonnellate di riso all’anno, l’Italia 1.587.346 (vedi fonte: https://www.atlasbig.com/it/paesi-per-produzione-di-riso); chicco più chicco meno i cinesi producono 140 volte più riso di noi.

Esattamente un anno fa, che coincidenza, leggevamo una notizia quasi identica…

Il riso pavese invade la Cina: firmato il protocollo per l’export di Carnaroli e Arborio
«L’obiettivo è conquistare il mercato di alta gamma», facendo entrare gradualmente nel mercato risicolo più grande del mondo la cultura del risotto, dai ristoranti alle case private
di Davide Maniaci


Il riso pavese invade la Cina: firmato il protocollo per l'export di Carnaroli e Arborio


Le porte dell’immenso mercato cinese si aprono al riso (da risotto) coltivato nelle campagne pavesi. Un po’ come vendere il ghiaccio agli eschimesi. Per la prima volta l’export, senza limiti di tonnellaggio, è verso oriente e non il contrario, con un futuro economico tutto da costruire. Risale alla scorsa settimana la firma del protocollo a Pechino tra l’ambasciatore italiano Luca Ferrari e l’amministrazione generale delle dogane della Repubblica popolare cinese, nonostante le restrizioni dovute alla pandemia. Per rendere esecutivo questo accordo commerciale bisognerà attendere la definizione di un certificato fitosanitario e una visita di esperti cinesi che verifichino il rispetto del protocollo. Solo dopo questi passaggi potrà partire la vendita di riso Carnaroli, Arborio, Vialone Nano e delle altre qualità pregiate. Gran parte del riso che verrà esportato in Cina è coltivato in provincia di Pavia: gli ettari destinati al cereale nel Pavese sono 75 mila. L’obiettivo è che anche nel mercato risicolo più grande del mondo entri gradualmente la cultura del risotto, dai ristoranti alle case private. I dazi in Cina sono elevati, circa il 60 per cento sul valore del prodotto. La concorrenza è spietata. All’inizio si prevede via nave di esportare qualche migliaio di tonnellate per un mercato di nicchia. Clientela che può spendere. Il progetto prevede un ingresso graduale tra i consumatori cinesi per conquistare un pubblico esigente che vuole la specialità esotica, il risotto italiano.
Nel nostro Paese si produce un milione di tonnellate di riso lavorato all’anno. Il 35 per cento di questa produzione appartiene alla provincia di Pavia. La Cina nonostante sia il primo produttore al mondo di riso ha necessità di importare il cereale per la grande richiesta del mercato interno dove già esistono imitazioni autoctone del «risotto all’italiana».


Il negoziato diplomatico e tecnico è durato nove anni grazie alla iniziativa di Mario Preve, ex presidente di Airi, l’Associazione industrie risiere italiane con sede a Pavia. «La firma del protocollo assume un grande valore — comunicano Mario Francese e Roberto Carriere, attuali presidente e direttore di Airi —, perché apre all’opportunità commerciale per l’Italia di esportare le proprie varietà tipiche nel Paese più popoloso del mondo. I negoziati sono durati così tanto per via della diffidenza e dei tantissimi cavilli, difficili da districare».
L’emergenza sanitaria ritarderà forzatamente l’applicazione del protocollo per l’esportazione di riso italiano. Dubbi sulla firma del protocollo si erano sollevati dopo l’annullamento del viaggio del ministro dell’Agricoltura Teresa Bellanova, previsto per il 3 febbraio. «Sappiamo che in Cina l’interesse per il riso italiano è molto alta — concludono dall’Airi — e che nei primi tempi i numeri del nostro export verso Pechino non saranno particolarmente alti. Ma l’accordo è un primo passo per entrare in un mercato potenzialmente enorme dove un altro prodotto made in Italy ha ottime possibilità di affermarsi».


15 aprile 2020

Questa intesa non promette nulla di buono.

La redazione