Vorrei chiarire che, pur avendone diritto, non sono vaccinato. Invece risulto tale dal 20 marzo u.s.

Come forse sapete mi sono iscritto, per mia libera scelta, al mondo degli ultimi. E non mi lamento certo della scelta fatta. Mi sento bene a stare dove sto e con chi sto. Qualche volta (soprattutto quando mi fermo a pensare quanto la collettività paga gente come Domenico Arcuri) tentenno, ma non mi sono mai pentito di aver lasciato il campo del privilegio. Certo, quando mi è possibile (vorrei farlo tutti i giorni ma mi mordo le dita) lascio detto che 1,3333 euro al giorno (questo ci caricano sulla Carta Acquisti a noi “poveri”) sono proprio pochi-pochi per aiutarci a migliorare la nostra alimentazione (comunque, in questo campo dei bisogni primari, amici generosi non mi fanno mai mancare nulla), pagare le nostre bollette e, soprattutto, a comprare quelle medicine che non ci vengono, come si dice, passate. Ho scoperto in queste ore (devo fare l’intervento per rimuovere le cataratte ormai scese e che rendono difficile vedere) che i colliri e i gel che non si possono non usare tre giorni prima e per alcuni giorni dopo l’intervento, sono carissimi. Ho speso infatti per quei flaconcini indispensabili l’intera dotazione di due mesi (cioè 80 euro) della Mitica C.A. Se aggiungo la spesa per le mascherine (farlocche o meno che siano) vedete che un modo semplice per sostenerci c’era: bastava, “ragionier Draghi“, in modo certo e controllabile, “ragionato” come da ieri ha cominciato a dire, aumentare la dotazione di chi ha già la Carta Acquisti che viene erogata solo ed esclusivamente a chi è indigente. Accertato. 

Il pianto greco odierno quale premessa a ricordare quanto già lasciato detto in rete altre volte: risulto vaccinato con AstraZeneca sin dal 20 marzo u.s.!

Non solo non sono stato vaccinato per un mio “schizzinoso” rifiuto ma espressamente per prudenza del personale medico a cui ero affidato: la mia cartella clinica sconsigliava la somministrazione. Chissà, è questa è la mia preoccupazione, quando e se tornerò in lista.

Va bene povero ma non capisco perché devo anche essere lasciato abbattere dal virus senza neanche provare a difendermi. 

Proprio io che, fin dal 2013, in accordo sostanziale con tale Massimo Zuppini, vi avevo messo sull’avviso sul pericolo pandemico incombente? 

Riassumo: oltre che ad aprire gli stadi vedete di trovare il tempo per valutare l’aumento della dotazione (1,3333 periodico euro al giorno!) per chi ha la Carta Acquisti. In via subordinata, cortesemente, sempre per chi ovviamente ha la Carta, consentiteci, bontà vostra, di non pagare mascherine e colliri. Indispensabili se non si vogliono avere occhi infetti dopo l’intervento per l’inserimento del vetrino. 

Difficile capire cosa ho scritto e perché sono sempre più incazzato? Se un giorno dovessi scoprire che in quota parte ho pagato, dovendomi comprare le mascherine, l’illecito arricchimento dei conoscenti di Domenico Arcuri pensate che un sano voler emulare Michele Cannarozzo (vedi in calce chi sia stato) sarebbe una scelta da folle “talebano”?

Tranquilli, sono forgiato in un acciaio (l’amore per mia moglie, per la mia Italia, per i cari amici) che non prevede tali gesti e tale cieca violenza. Ma aver evocato la condizione estrema di disagio e di indifferenza dei superiori in cui aveva dovuto vivere il povero Michele Cannarozzo (Guardia di Finanza!) ha un suo perché. 

Come sempre, sempre, sempre quando scegliamo argomenti in questo marginale e ininfluente blog. 

Oreste Grani/Leo Rugens

Strage in un cinema di Ancona e l’ombra si allunga su Gorizia

PICCOLA CITTÀ

Il 1955 si apre come un anno estremamente fortunato per il cinema, grazie anche all’ammodernamento delle tecnologie. Il Piccolo di domenica 9 gennaio annuncia che il Corso può avvalersi della stereofonia: la inaugura, fra bàttiti di spade e trottar di cavalli, «I cavalieri della tavola rotonda». Il cinema, a dieci anni dalla fine della guerra, è cinema di massa e spazio simbolo. Dei sogni certo ma anche delle speranze deluse che defluiscono in tragedia. La galleria del Metropolitan di Ancona, domenica sera 9 gennaio alle 21, affollata allo stremo per la visione di «Pane amore e gelosia», diventa luogo di strage.

Nell’oscurità vengono gettate quattro bombe a mano: due spettatrici muoiono, quaranta i feriti. Il responsabile, subito identificato, sfugge alla cattura. È un maresciallo cinquantenne della Guardia di Finanza che «ha agito in un improvviso accesso di follia»: dispone ancora di bombe a mano e caricatori. Nei memoriali che invia ai giornali suggella la sua storia. «Da cinquant’anni non ho il piacere di vivere in un’abitazione come si deve», scrive Michele Cannarozzo, e dice di voler lanciare bombe in chiese cinema e teatri, lì dove si riunisca molta gente in possesso di quanto a lui sempre è mancato, una casa.


Il terremoto di Messina gli aveva distrutto quella paterna e per dieci anni aveva vissuto in «una lurida baracca»; all’epoca viveva in un unico vano, «un sotterraneo, una grotta terrestre», con moglie e suocera e due figli. A vuoto erano andate le richieste di una casa popolare a riscatto, dieci mila lire mensili, canone compatibile allo stipendio. Subito dopo la strage, nel clima di stato d’assedio, sulla sua testa viene posta una taglia di due milioni di lire, che se glieli avessero dati a lui direttamente una casa sarebbe certo riuscito a costruirsela.

La fuga dell’attentatore finisce a Portogruaro, sulla via della Jugoslavia. Scende da un treno il mercoledì pomeriggio, sosta in una trattoria, va al cinema, segue i binari della ferrovia sino all’incrocio con il Reghena, il fiume che porta a Caorle, il paese dove eran nati i suoi due figli. Lì butta via tutto, i soldi, le bombe a mano, salva in un fazzoletto la fede per la moglie e si spara al cuore lasciandosi cadere in acqua, casomai il fiume potesse portarlo sino al mare.
Son passati pochi giorni, dalla domenica della strage al mercoledì del suicidio, ma sufficienti a impressionare ogni angolo d’Italia, ovunque si possa temere o auspicare la materializzazione del colpevole. Curzio Malaparte, che della storia annusa i sapori sulfurei, parla di una «Tragedia dell’onestà».

Gorizia non resta fuori. «Un’ombra paurosa», titolaIl Piccolo. «Come spesso succede, quando un individuo pericoloso della società riesce a rendersi latitante anche questa volta qualcuno si attende di vederlo comparire a Gorizia». Era già successo, ricorda il giornale, «al tempo in cui Graziosi evase dal carcere e così accadde per Dejana e Lucidi e Serra e altri». Era, è, lo stereotipo, anche recente, della città. Gorizia potenziale santuario per fuggitivi, accogliente covo di spie, tiepida giungla bifronte.

Sandro Scandolara