Patrick Zaki. Draghi comincia a perdere colpi? Forse e proprio in politica estera 

Il banchiere planetario Draghi, oggi prestato al piccolo cabotaggio della politica nazionale, conferma (mi prendo un “rischio ragionato“) di masticare poco e male di politica estera. Quella mediterranea certamente. Lo si è visto quando durante la conferenza stampa di ieri gli è stato posto il problema di chi volesse conferire la cittadinanza italiana a Patrick Zaki, il coraggioso (ma si può compiere un passo come andarsi a consegnare nelle mani del dittatore Al-Sisi, il vero mandante dell’omicidio di Giulio Regeni, senza un gran coraggio al limite della follia?), ricercatore dell’Università di Bologna, oggi prigioniero al Cairo, con poche speranze di essere liberato in tempi ragionevoli. 

Un tempo, quando l’attuale premier stazionava, negli USA, da semplice uomo di finanza, se non capiva qualcosa di un particolare teatro geopolitico mediterraneo e mediorientale, poteva arrivare (e mi prendo un altro rischione ragionato ad affermarlo) a telefonare, da Washington, ad Antonio de Martini (quello che mi permetto, in amicizia, di chiamare Tonino) e chiedere a lui (che invece di questioni complesse mediterranee se ne intendeva e intende come pochi) cosa pensasse in proposito. Oggi (e per questo arrivo a dire che potrebbe trovarsi in difficoltà) il premier mi sembra più solo di quando era solo un maxi banchiere. In modo specifico, pochi giorni addietro, Draghi si è dovuto barcamenare in Libia dando l’impressione di non capire bene con chi stesse parlando e dove si trovasse. 

Soprattutto ritengo senza conoscere, nelle sue radici profonde (e condizionanti) il Lodo Moro. Cioè, dopo una certa data, la chiave interpretativa di tutto. A cominciare dalla morte stessa del politico democristiano. E, non capendo bene come stiano le cose il Libia (e, lo ripeto, quali siano ancora oggi le conseguenze di aver, da parte di Bettino Craxi, tanto per fare un nome, paragonato, nel Parlamento italiano, l’agire di Arafat a quello di Giuseppe Mazzini, assolvendo in un colpo solo, ogni attività terroristica che gli uomini dell’OLP – e forme derivate – potessero compiere, anche in Italia e contro gli ebrei, riconducendo il terrorismo mediorientale ad un momento politico patriottico di tipo risorgimentale), difficilmente Draghi potrà difendere gli interessi strategici (vuol dire futuri) dell’Italia. 

Ma se non capisce bene come stanno le cose in Libia, potrebbe anche essere che non abbia chiaro come i russi agiscono a quelle latitudini. 

E oltre a non capire i russi può essere che non colga a cosa mirano i turchi che comandano (così loro si augurano) in parte di quella regione dell’Africa che in troppi continuano a voler chiamare Libia. 

Se Draghi non capisce le dinamiche dei russi, dei turchi, potrebbe fare anche qualche passo falso nei confronti degli USA e di Israele. Per cominciare. 

Nella speranza che da buon provincialotto sia io a non capire nulla, condizionato, tra l’altro, dal fatto che il Ministero degli Esteri è retto da uno, Luigi Di Maio, che, in questo caso ho qualche certezza, non sa chi veramente fosse Moro e poco o nulla del trattato (il Lodo appunto) sottoscritto con il mondo “palestinese” (ed altri) dell’epoca.  

Ma come mi vengono dubbi del genere? Intendendo che Draghi, paradossalmente, si stia rivelando insufficiente in politica estera. Cioè sul terreno che conta. 

Oreste Grani/Leo Rugens