Ancora di riso, della sua centralità nella lotta alla fame nel mondo e del chi, in Italia, ne controlla la “movimentazione”! 

I nostri lettori più attenti si saranno certamente accorti che mi sono messo di buona volontà a capire il mondo straordinariamente complesso dell’alimentazione e in particolare del mercato del riso. 

Da come ne scrivo, sia pur nella mia semplicità e marginalità, sono certo che i più svegli di voi avranno capito che qualcosa del riso (oltre al fatto che mi piace comunque venga cucinato) mi ha incuriosito. 

E dire incuriosito è un vero eufemismo. 

La curiosità per lo straordinario alimento mi è sorta a seguito di una riflessione più ampia a cui mi sono lasciato andare intorno a quali sarebbero state le sfide del futuro prossimo venturo. E anche tirato per le orecchie (e non solo) da altro.

Dai primi del millennio avevo capito che ci sarebbe stata una crisi finanziaria di grande portata (e non mi sono sbagliato) ma senza una vera preparazione in materia ho potuto solo individuare alcuni protagonisti (organismi e istituzioni internazionali) e, rimanendone distante (comunque cosa altro avrei potuto fare?), ho organizzato il mio privato e quello della mia famiglia per pagare il minor prezzo possibile di tale ipotetica tempesta. Ma non del mio rapporto con il denaro e il risparmio (tranne il mio scherzoso ragionamento sui bitcoin – come ho fatto pochi giorni addietro – della finanza c’è poco da pensare di poter pensare, contro i banchieri e gli speculatori) vi volevo lasciar scritto qualcosa attinente la produzione alimentare.  

Oltre alla permanente evoluzione della forma finanziaria (in fin dei conti la meno problematica) ho pensato che finalmente un numero crescente di individui si sarebbe reso conto che la vera minaccia veniva rappresentata dal cambiamento climatico. In corso e particolarmente pericoloso. Oltre al clima (ora ci si mettono in tanti a cercare soluzioni e quindi potete stare tranquilli!), per le conseguenze sulla vita quotidiana (sofferenza compresa) di miliardi di persone, ho indirizzato lo sguardo verso quella che per semplicità chiamerò “crisi alimentare”. 

Sull’argomento intuivo da tempo che il nodi sarebbero stati tanti e imminenti. Come faccio solitamente quando sono attratto da un tema cerco di capire se altri hanno avuto da dire cose serie in materia e dalla loro conoscenza cerco di farmi aiutare nel formarmi una mia di posizione. In particolare, normalmente, sono attratto da cosa sostengono persone che considero “grandi mascalzoni“. Direte che è un modo bizzarro di procedere e di accostarsi ad una questione, ma è il mio. 

Per lasciare scritto qualcosa quindi di questo argomento che mi affascina (come sfamare – con equità – miliardi di persone) sono andato a scegliere lo scritto di uno di questi “grandi mascalzoni“. Nella ricerca parto solitamente alla cieca e mi chiedo se il tale (ho una black list) ha scritto/detto qualcosa in tema. Non mi indirizzo pertanto verso uno scienziato della materia, uno specialista notorio, ma cerco uno che è famoso per altro. Come sapete non so scrivere e oggi in particolare mi accorgo di stentare più del solito ma qualcosa del metodo paradossale “Grani/Leo Rugens” spero di essere riuscito a trasmetterlo. Il testo che segue è stato pensato e rilasciato da uno che credo abbia gravi responsabilità per come l’Italietta si ritrova. Ho deciso comunque di “plagiarlo” e non lasciar detto chi esso sia. 

Il nostro se ne esce così e molte cose sono condivisibili:

Una sfida nodale è la crescente instabilità del mercato. Questa instabilità è il risultato delle fluttuazioni delle riserve, degli squilibri alimentari e della segmentazione del mercato; dei tassi di cambio, oltre che della sensibilità del consumatore alla qualità, al prezzo e alla sicurezza degli alimenti. 

Vi è inoltre incertezza anche riguardo ai tempi d’impiego per le innovazioni come la biotecnologia, la nanotecnologia, l’agricoltura di precisione, cattura del carbonio e la tecnologia informatica. Infine, esiste la sfida per chi pagherà i servizi pubblici legati all’agricoltura, curati dai proprietari terrieri e per i quali il mercato non paga, quali la conservazione dei paesaggi rurali, la protezione ambientale e la biodiversità.

I terreni agricoli inoltre sono sotto stress. 

Per il World Earth Institute le principali ragioni della stretta nei rifornimenti mondiali di alimenti sono: l’esplosione demografica, l’accelerazione dell’urbanizzazione, i cambiamenti negli stili di vita, la diminuzione delle falde acquifere e la deviazione dell’acqua irrigua verso le città. 

Tutto ciò porta a perdite sulla disponibilità, qualità e utilizzo di terreno per le coltivazioni alimentari. La scarsità dell’acqua si traduce in scarsità di cibo. 

Mentre un individuo beve soltanto dai due ai quattro litri d’acqua al giorno (in diverse forme), ci vogliono 2 mila litri d’acqua per produrre il cibo che un individuo consuma quotidianamente (circa un litro d’acqua per ogni caloria alimentare).

Altri fattori concorrono a peggiorare il quadro, come le eccessive arature e l’eccessivo sfruttamento dei pascoli, la crescente produzione di biomassa per il carburante, la diminuzione dei raccolti con risorse d’acqua in calo, temperature in crescita e così via. 

I coltivatori si chiedono come fare per bilanciare le scorte d’acqua e di cibo, risparmiare energia e acqua e preservare l’ambiente, tutto allo stesso tempo. Ad ogni modo, credo fermamente che il migliore utilizzo delle scarseggianti risorse d’acqua non sia di produrre più petrolio e meno cibo. 

Stiamo indubbiamente assistendo a una competizione montante fra cibo e carburante e a un conseguente cambiamento strutturale nei mercati agricoli negli Stati Uniti e in Europa. Anche se la maggior parte dei terreni agricoli produttivi è già stata sfruttata, esiste ancora un buon potenziale di nuovi terreni per la coltivazione, specialmente nell’America Latina, in Africa e nell’Europa dell’Est. Ma, la nuova terra non basta. O è inappropriata a causa della povertà o dell’inquinamento del suolo, oppure è difficile da utilizzare per via di dubbi diritti di proprietà e/o di una finanza povera. 

Gran parte del potenziale per la produzione di cibo su nuovi terreni soffre anche della mancanza di una buona gestione governativa, di servizi di consulenza deboli e della mancanza di infrastrutture dei trasporti per raggiungere i mercati interni o quelli stranieri.

Per far fronte alla domanda mondiale, la necessaria crescita della produzione alimentare dovrà essere soddisfatta entro una certa misura da una crescita nella produttività della terra già coltivata oggi. La tecnologia ovviamente può aiutare a incrementare una produzione sostenibile di cibo. 

Le tecniche a bassa o nessuna coltivazione di terra aiutano a conservare l’acqua, a far crescere il contenuto di anidride carbonica nel suolo, a ridurre l’energia necessaria alla coltivazione e a ridurre altresì l’erosione provocata dal vento e dall’acqua, ma fino a un certo punto. Le nuove tecnologie capaci di aumentare la produttività della terra stanno diminuendo e saranno sempre di minor aiuto man mano che i raccolti di grano, riso e cerea li raggiungeranno il tetto imposto, in definitiva, dai limiti stessi dell’efficienza fotosintetica. Nonostante le sostanziali crescite di raccolto attese in India, negli Stati Uniti, in Russia e in Ucraina, sarà quindi estremamente difficile invertire il declino nella crescita di produttività agraria globale che è andata dal 4% all’anno negli anni Sessanta ad appena l’1% dal 2000 al 2030 (previsione).

L’Europa è attualmente il maggiore importatore e anche esportatore di cibo. Ma il suo ruolo di fornitore di cibo al mondo sta diminuendo. Ci si può aspettare che in questo campo la posizione reale dell’Unione Europea a 27 possa deteriorarsi. 

È possibile che tra il 2005 e il 2015 (ricordatevi che ho scelto un testo volutamente datato ndr Leo Rugens) la domanda dell’Unione Europea di grano e di oli di semi cresca più dei suoi rifornimenti. Per il frumento, l’Europa passerà dalla posizione di esportatrice a quella d’importatrice. Ciò è in parte dovuto al passaggio alla produzione di biocarburanti. Di conseguenza, la capacità dell’Ue di aiutare a combattere la fame nel mondo sarà ridotta nel momento in cui la produzione di cibo calerà principalmente in quei paesi che già stanno registrando una crescente necessità di importare generi alimentari.

L’Europa, ovviamente, è soltanto uno degli elementi. La stessa tendenza caratterizzerà l’agricoltura Usa. Tutti i paesi dovranno migliorare le loro politiche di sicurezza alimentare. In molti di essi, in particolare in Africa, non ci si può aspettare di aumentare la produzione agricola senza riforme agrarie e politiche coraggiose sul prezzo del cibo che aiutino l’agricoltore e costino al cittadino. La stretta alimentare potrà essersi attenuata, ma non ci si illuda: la crisi ritornerà. Le nazioni in via di sviluppo spendono circa un terzo sul conto mondiale delle importazioni alimentari, e quel conto sta aumentando rapidamente. 

La Fao ha messo in guardia contro un falso senso di sicurezza, poiché essa prevede che la presente combinazione di bassi prezzi alimentari, alti costi di distribuzione e restrizioni normative e finanziarie alle esportazioni finiranno per scatenare una crisi alimentare ancora più grave di quelle sperimentate di recente. Ci sono numerosi segnali di una corsa internazionale al cibo e alla terra per produrlo. Secondo la Fao, nel caso di alcuni paesi questa corsa all’accaparramento di terreni agricoli in paesi stranieri rischia di creare un sistema neocoloniale. Un numero crescente di paesi, inclusa la Cina, sta cercando di prendere in affitto o magari comprare vaste aree di terreno produttivo, per esempio in Madagascar, Etiopia, Sudan, per soddisfare la domanda interna di cibo. Questa corsa alla terra dimostra quanto sia diventata importante la sicurezza alimentare. Si può facilmente immaginare quali problemi politici potrebbero sorgere un domani se un paese ospitante investimenti agricoli stranieri si trovasse a dover fronteggiare una seria crisi alimentare.

È chiaro che anche le crisi bancarie hanno un forte impatto sulla domanda e sull’offerta di generi alimentari, specialmente per quanto riguarda la coltivazione, gli investimenti e il commercio. I più poveri fra i paesi del mondo in via di sviluppo mancano del potere d’acquisto necessario per procurarsi cibo sul mercato. I grandi esportatori risentono della mancanza di coperture finanziarie. Al tempo stesso, i mercati di prodotti alimentari sono così imprevedibili e capricciosi che è diventato difficile resistere alla tentazione degli scambi in barato. Se ancora prevale un ragionevole equilibrio fra la domanda e l’offerta di forniture alimentari, ciò è soltanto perché al mondo esistono circa un miliardo di persone affamate e un altro miliardo di persone denutrite. Se ci fossero, come ci dovrebbero essere, i redditi necessari per sfamare tutti, il quadro mondiale sarebbe catastrofico, con una domanda che eccederebbe l’offerta e con i prezzi alle stelle. Ciò avrebbe conseguenze assai serie sulla spesa alimentare di quella settantina di paesi in via di sviluppo che vivono sulle importazioni di cibo. Questa prospettiva tutto sommato negativa degli squilibri alimentari nel mondo non può lasciarci indifferenti, con quasi tre miliardi di persone che prevedibilmente si aggiungeranno alla popolazione mondiale entro il 2050 (due terzi dei quali in Asia e in Africa) e con otto paesi che da soli conteranno 47 miliardi di abitanti, la maggior parte dei quali non avrà in futuro né il clima né il suolo né le altre condizioni necessarie per sostentarsi.

L’agricoltura contribuisce alle emissioni di gas serra, e l’una e l’altra possono risentire o trarre benefici dai cambiamenti climatici. Sulla lunga distanza, la sicurezza ambientale è l’immagine speculare della sicurezza alimentare, perché non c’è cibo senza risorse idriche pulite, senza terreni produttivi, senza un clima appropriato. A sua volta, l’incapacità di affrontare il degrado ambientale mette a repentaglio il futuro dell’agricoltura e della campagna. Ciò richiede in particolare un’ulteriore riduzione del contributo dell’agricoltura all’emissione di gas serra.

Le politiche agricole attuali abbisognano di una revisione alla luce delle sfide che dobbiamo affrontare. In particolare, bisogna scoraggiare le pratiche non sostenibili e migliorare la produttività delle risorse (più importante della produttività del lavoro). Secondo la Fao, l’agricoltura è responsabile del 25% delle emissioni di CO2 in gran parte a causa della deforestazione, del 50% delle emissioni di metano a causa dei processi di fermentazione, e di oltre il 75% delle emissioni di protossido d’azoto, principalmente a causa dell’uso di fertilizzanti. 

Una nuova rivoluzione verde non aiuterebbe a ridurre le emissioni, a contenere il deterioramento dei terreni o a diminuire il consumo di acqua; esattamente il contrario. Ma non siamo senza mezzi e strumenti per trovare una via d’uscita dal vicolo cieco nel quale ci siamo cacciati. Per esempio, l’Ue è riuscita a ridurre le emissioni di gas serra dovute all’agricoltura dall’11% nel 1990 al 9% nel 2004 (continuo a ripetervi che le riflessioni sono datate ma questo spero vi allarmi maggiormente ndr).

Nel momento in cui i sostegni all’agricoltura puntano verso il basso, mentre le emissioni inquinanti e il degrado ambientale puntano verso la crescita, si presta sempre maggiore attenzione al bisogno di far meglio fronte alla domanda di beni e servizi pubblici prodotti dagli agricoltori. Gli imprenditori agricoli europei producono beni di pubblica utilità quali i servizi ecologici, che vanno dall’isolamento dell’anidride carbonica alla creazione di panorami piacevoli. Eppure, le imprese agricole europee tuttora producono più mali che beni, vale a dire più inquinamento che salute ambientale. E se non si fa nulla, l’equilibrio ambientale delle nostre fattorie può peggiorare. Se nel lungo periodo i prezzi agricoli e, presumibilmente, anche i costi aumenteranno, il costo per gli imprenditori agricoli di produrre ecosistemi e altri beni e servizi di pubblica utilità salirà altrettanto. Se dopo il 2013 (!!! ndr) gli introiti delle aziende agricole si ridurranno, potremmo assistere a un’intensificazione dell’agricoltura e all’abbandono della paesaggistica.

Ci sono due vie d’uscita. O si trova un modo per assegnare un prezzo invitante a queste risorse pubbliche, o – se non si sa come, se non si vuole farlo, se non si può farlo – si provvedano i sussidi necessari per assicurarsi la produzione di quei beni pubblici che gli agricoltori possono produrre. In ogni caso, per salvare il nostro pianeta dobbiamo dare un valore a ciò che non può essere comprato, com’è il caso per i tanti pubblici beni. La globalizzazione polarizza i punti di vista: alcuni credono che essa conduca ai cancelli della salvezza, che il consumismo sia il lasciapassare per la felicità e che frenare gli eccessi del mercato sia fonte di disagi; altri credono che essa sia una falsa alba, una distruttrice di posti di lavoro, e che i vincenti in un sistema finanziario globalizzato siano le corporazioni di avventurieri e di speculatori i quali capitalizzano sulla volatilità del mercato a spese degli investitori e dei lavoratori produttivi. Queste opposte visioni sono il terreno di coltura dell’attuale crisi della governance.

Io non credo che l’incontenibile perseguimento dell’avidità di possesso nel mercato globale possa condurre a risultati sociali ottimali. Ciò nonostante sono un sostenitore della globalizzazione del mercato. Fondamentalmente, perché un mercato funzionante è e resterà un propulsore di sviluppo, e poi perché il libero commercio basato sui vantaggi della concorrenza è un extra in più per tutti i partecipanti. Secondo me, dobbiamo incoraggiare la ricerca del profitto, ma al tempo stesso fare in modo di darle un volto umano, e aiutare e provvedere a coloro che sono meno capaci di competere e che si trovano marginalizzati. 

Dobbiamo essere più responsabili e più leali nel commercio mondiale per evitare che la globalizzazione permetta a pochi di arricchirsi in modo inimmaginabile escludendo molti altri. In particolare è necessario un trattamento differenziato in favore dei paesi in via di sviluppo che adottano temporanee misure protezionistiche per permettere loro di recuperare il distacco dai più competitivi paesi industrialmente avanzati. Ai paesi in via di sviluppo si dovrebbe in primo luogo permettere di proteggersi da impennate delle importazioni alimentari. Questo è stato il maggiore pomo della discordia al Doha Round e ha di fatto causato il suo fallimento, con poche speranze che esso possa essere ripreso nel prossimo futuro.

Il Doha Round non può continuare restando sullo stesso binario. Le tariffe dell’Ocse sono particolarmente alte per le merci principali dei paesi più poveri. Una prova di questo fatto è che, in base a tali tariffe, il governo americano ha incassato introiti maggiori dall’importazione di scarpe (dai paesi meno sviluppati) che dall’importazione di automobili, anche se il valore di queste ultime era dieci volte più grande del valore delle prime.

Come ha scritto il Nobel Joseph Stiglitz, se il Doha Round fosse arrivato a una conclusione, come stava per accadere, questa avrebbe penalizzato i paesi sottosviluppati come già aveva fatto l’Uruguay Round. Di fatto, c’è una notevole asimmetria di potere nei negoziati internazionali: i paesi sviluppati ci guadagnano liberalizzando i loro mercati, essendo capaci di adeguarsi, mentre i problemi loro causati dai paesi sottosviluppati sono trascurabili. 

I paesi in via di sviluppo si trovano in una posizione assai più svantaggiata: essi non possono adeguarsi a meno che non sia dato loro tempo e denaro. Essi possono anche trovarsi a dover accettare condizioni gravose per accedere alla Wto. Come ha spiegato Stiglitz, la Cina ha dovuto accettare una forte riduzione delle tariffe nell’agricoltura, molto al di là degli obblighi dei paesi già membri, e ha dovuto accettare una clausola speciale di salvaguardia – in violazione del principio della nazione più favorita – consentendo ai singoli membri della Wto di limitare le importazioni di prodotti cinesi in caso di eccesso. Ciò avrebbe potuto creare una cascata di misure discriminatorie contro la Cina. Viceversa, gli Stati Uniti hanno preferito lasciar fallire il Doha Round piuttosto che accettare la richiesta indiana di una clausola analoga per proteggere i suoi agricoltori.

L’agricoltura è la chiave dello sviluppo e del commercio, perché la maggior parte della popolazione dei paesi sottosviluppati vive di essa. 

Se con un colpo di bacchetta magica si abolissero tutti i sussidi all’agricoltura e tutte le barriere alle importazioni, alcuni paesi sottosviluppati ne trarrebbero beneficio, ma quelli importatori totali ne soffrirebbero, perché i prezzi dei cibi schizzerebbero in alto.

In ogni caso, l’agricoltura è diversa da ogni altro settore produttivo – e ciò dovrebbe essere preso in considerazione nelle trattative commerciali  – a causa del clima e della geografia, e perché i fattori chiave della produzione, come la terra e a causa della forza lavoro, sono praticamente immobili. Allo stesso modo, il cibo è diverso da qualsiasi altro genere di prodotto, essendo esso il primo dei bisogni e dei diritti umani. Questo spiega perché tutti i paesi del mondo abbiano adottato questo o quel tipo di politica agricola e addirittura alimentare, secondo i rispettivi bisogni. Io credo che l’ultima tornata di trattative commerciali sarebbe arrivata in porto se Cina e India non avessero fatto da contrappeso agli Stati Uniti e ad altri paesi. Forse è stato meglio così e i negoziati potranno un giorno riprendere se si sarà d’accordo sull’obiettivo da raggiungere: “Giusto mercato per tutti”.

È chiaro che ci aspetta un futuro di scarsezza di cibo, con prezzi alti, ancorché volatili, sia per la gestione sia per la produzione.

La scarsezza di cibo sarà aggravata dal commercio regolamentato e dalla mancanza di risorse finanziarie, e magari anche dal degrado ambientale. I cambiamenti climatici rappresentano lo stesso rischio per tutte le società e tutte le attività. Il fallimento della sola agricoltura porterebbe alla fame nei paesi sottosviluppati e a una migrazione di massa (mezzo miliardo di persone, secondo le Nazioni Unite). Il mercato ha perso la sua magia. I recenti avvenimenti hanno dimostrato che i mercati possono fallire. I loro fallimenti possono essere tenuti sotto controllo soltanto mediante appropriate regolamentazioni. Da questo dipendono il libero commercio con i suoi addentellati finanziari. I sussidi all’agricoltura che non distorcono il commercio dovranno restare, non solo in Europa, ma in tutto il mondo, per evi tare che la scarsezza di cibo peggiori ulteriormente.

In ogni caso, noi dobbiamo mantenere la nostra sfida collettiva destinata ad aggiornare le esistenti politiche agricole nazionali, in modo da massimizzare la possibilità  di soddisfare la domanda interna di cibo e, quando possibile, di contribuire a soddisfare la crescente domanda mondiale. 

Questo richiede riforme delle politiche agricole, soprattutto allo scopo di mitigare i cambiamenti climatici e di adattarci ad essi. I paesi dell’emisfero Sud dovranno in particolare introdurre riforme agrarie che consentano ai poveri l’accesso alla terra, e adottare più efficienti politiche circa i prezzi dei generi alimentari. E tutto questo potrebbe ancora non bastare. Saranno necessarie anche politiche ambientali più ambiziose, in modo da garantire la sostenibilità di una maggiore produzione di cibo necessaria a nutrire il mondo e da contribuire al controllo dei cambiamenti climatici nonché all’adattamento a essi.

I coltivatori di tutto il mondo svolgono un ruolo fondamentale e hanno il diritto di chiedere come possano contribuire alla soddisfazione della richiesta mondiale di cibo, risparmio d’acqua e d’energia, e al tempo stesso preservare l’ambiente naturale. Se vogliamo avere abbastanza cibo per tutti a prezzi ragionevoli, forse dovremmo cambiare anche le nostre abitudini alimentari, per non dire i nostri stili di vita.

Concludendo, dobbiamo affrontare una sfida difficile e fondamentale: come nutrire nove miliardi di persone e al tempo stesso raddoppiare la nostra produzione alimentare di qui al 2050.

È una sfida difficile da vincere, ma che sarebbe tragico perdere. Per evitare la tragedia dobbiamo agire, rendendoci conto che non abbiamo tempo da perdere. Trattando con un problema di tale importanza vitale dobbiamo elaborare una linea d’azione che funzioni anche qualora qualcosa, o tutto, vada storto. 

Primo: dobbiamo aumentare significativamente l’attuale andamento della produttività agricola. (Spero di cominciare a farmi capire perché mi interesso al riso!!! ndr Soprattutto, amici lettori, se penso a chi oggi sembra controllare questo mercato ndr).  È necessario un piano mondiale per stimolare ricerca e sviluppo in agricoltura, creando le condizioni politiche, tecniche ed economiche per una rapida diffusione mondiale delle innovazioni. Occorrono delle task forces nazionali e internazionali per diffondere la conoscenza della pratiche migliori fino alle regioni più ignorate del mondo.

Secondo: dobbiamo mettere fine alla competizione fra energia e cibo. Il cibo ha la precedenza. Bisognerebbe adottare una riduzione generale degli incentivi al le produzioni agricole non alimentari.

Terzo: abbiamo bisogno di più terreni (anche e soprattutto quelli che confischiamo alle mafie!!! ndr), anche se dobbiamo sottolineare che quelli più produttivi sono già sfruttati e che troppe terre vengono occupate dall’urbanizzazione.

Quarto: è necessario un migliore uso dell’acqua disponibile. (Spero capiate come queste due cose siano in strettissimo rapporto e come anche l’acqua non possa essere lasciata in mano alle mafie ndr). Bisognerebbe adottare nuovi sistemi d’irrigazione, mettendo in atto e diffondendo le migliori tecnologie disponibili e riducendo la dispersione di acque dalle fattorie.

Pertanto, sono indispensabili un maggiore impegno circa l’uso dell’acqua dei grandi bacini fluviali internazionali e uno sforzo più deciso nello sviluppare colture resistenti all’acqua salata. Qui la soluzione della crisi alimentare si collega alla produzione di energia. L’abbondante produzione di energia solare, campo nel quale la Cina è attualmente all’avanguardia, consentirà nei prossimi vent’anni la desalinizzazione dell’acqua di mare su larga scala. E ciò consegnerà all’agricoltura vaste estensioni dei deserti di oggi.

Quinto: se non attueremo queste politiche dovremo sicuramente affrontare fra breve un generale e inaccettabile aumento dei prezzi, con le intollerabili conseguenze della fame e del malcontento sociale.

Io dunque penso che, dato il suo crescente ruolo nel mercato mondiale del cibo e del nutrimento, la Cina dovrebbe mobilitare gli Stati Uniti, l’Unione Europea, l’India, il Brasile, la Russia e altri paesi interessati, e mettere sul tavolo nuove proposte per far fronte alla drammatica sfida della sicurezza alimentare.

Fin qui il “grande mascalzone“. Sapendo che rischio la querela, se arriva a leggermi. Rischio la querela ma non è detto che in tribunale vinca lui. 

Fate domande perché sono pronto, se mi aiuterete, a non arretrare di un centimetro sul terreno della necessità per l’Italia di produrre più riso e di esportarlo dove serve. Mi voglio interessare di riso, su chi ne controlla la produzione in Italia e sulla conseguente commercializzazione ed esportazione nel Mondo. 

Oreste Grani/Leo Rugens