La Commissione Parlamentare e il caso David Rossi

Buongiorno vecchi e nuovi lettori, direi che se i membri della Commissione parlamentare d’inchiesta, da poco insediata, sulla oscura morte di David Rossi vogliono  provare a capire in quale atmosfera (per un romanzo giallo l’ambientazione è fondamentale) il grave fatto sia avvenuto, una lettura attenta di questo post dovrebbero farla. Mille/diecimila altre carte vano ovviamente lette ma queste paginette sarebbe meglio non trascurarle. Il mio ego, come sapete, non ha limiti, pur marginale e ininfluente come mi ritengo essere.
Tenendo conto che l’autore della “ricostruzione” è Stefano Bisi, attuale Gran Maestro del GOI, all’epoca semplice direttore del Giornale di Siena ma già massone e rizoma senese del ravennate (già pacciardiano di ferro) Gustavo Raffi. Il Bisi era buon conoscitore (se non buon amico), sin da quando scrisse il pezzo (2006) di Rossi. Che non è mai citato nelle pagine scelte perché, a quella data, contava poco o niente nel MPS. Tenete pertanto nel debito conto la personalità e il futuro dell’autore della narrazione dettagliata che trovate a seguire. E per chi (i committenti erano Silvio Berlusconi, Vittorio Feltri e Renato Brunetta) il Bisi eseguiva l’incarico di parlare, al mondo intero, di Maurizio Cenni, Pierluigi Piccini, Giuseppe Mussari, Gabriello Mancini, Franco Ceccuzzi, Giovanni Cresti, Antonio Vigni,Vincenzo Visco, Piero Fassino, Massimo D’Alema.  Dieci piccoli indiani, per rimanere in clima giallo. 

Oreste Grani/Leo Rugens 

P.S.
A Siena, vive ancora il “romano” Vittorio Stelo, già direttore (1996-2001) del SISDE, che dovrebbe ricordare questi avvenimenti per filo e per segno, essendo stato, tra l’altro, compagno di Lista Civica (la Mongolfiera) di Pierluigi Piccini, ex sindaco, espulso dai DS e la cui non elezione a Presidente della Fondazione del MPS (nasce tutto da questo sgarbo massonico) innesca il groviglio bituminoso, crogiolo alchemico ribollente, in cui, ad una certa data, muore, drammaticamente, David Rossi. 
Io, più che ai soliti, la ricostruzione dell’antefatto (senza antefatto sarà difficile capire se Rossi si è suicidato o lo hanno ucciso), se fossi membro della Commissione, la andrei a chiedere proprio al già prefetto di Siena, Stelo.  

P.S. al P.S. 
Quando decisi di interessarmi di Siena e del “groviglio bituminoso” che si intravedeva intorno alla cassa (il vero movente di tutto oltre che storie di ordinaria miseria provinciale) della Fondazione, accettai dicendomi che il primo che avrei richiesto a Pierluigi Piccini di farmi conoscere era proprio l’ex direttore del SISDE.  E proprio Stelo, nonostante lo richiedessi con forza, fu l’unico che Piccini ebbe cura di non farmi mai incontrare. Mi introdusse a gentarella di tutte le risme, ma mai all’ex direttore che aveva scelto, da romano come Piccini, di trasferirsi a Siena, per godersi la liquidazione e la pensione. Impegnandosi anche in politica, facendosi eleggere consigliere comunale. Direi che cominciare ad ascoltare Stelo potrebbe essere una “mossa del cavallo” (e a Siena di cavalli se ne intendono) utile alla scoperta dell’identità dell’eventuale autore del crimine, se non di suicidio si trattasse. 
Stelo, preparato servitore dello Stato (tenete conto che al Ministero redigeva personalmente i provvedimenti), va ascoltato solo per documentarsi sull’antefatto. Poi, in umiltà (durante l’investigazione l’umiltà è atteggiamento prezioso) e dubitando sempre, cominciare ad analizzare, diffidenti ed autocritici verso se stessi e le proprie semplificazioni. Questa vicenda insanguinata (Rossi è morto) ha bisogno di un agire logico, di intelligenza, di serietà, fermezza e tanta tanta onestà intellettuale. 
Per cercare ed eventualmente trovare l’autore di un reato si dice che si debbano saper percorrere 23 passi.  Prima di inoltrarsi su questo sentiero aspro e a volte strettissimo si dice che si debba saper predisporre la mente a non avere pregiudizi avendo chiara la differenza fra l’impossibile e l’improbabile.  Perché quanto si potrebbe arrivare a sentirsi raccontare ha bisogno di grandissima qualità delle osservazioni  e delle considerazioni. Bisogna che a guidare la Commissione ci sia qualcuno che abbia almeno esperienza su come si evitano gli errori investigativi. O la Commissione passerà il tempo a pestare acqua nel mortaio. 
Non ho citato l’acqua a caso: la mente dell’investigatore (e i parlamentari in questo caso devono diventarlo) dovrà essere come l’acqua.
Così come infatti l’acqua avvolge, accarezza, lambisce, si insinua, ne prende le forme interne ed esterne, ne esplora i meandri e i posti inaccessibili e ad inizio investigazione sconosciuti, così la mente dei parlamentari chiamati a spese della Repubblica a risolvere il problema “Rossi suicidatosi o ucciso scientemente” (i magistrati con i loro possibili errori e limiti hanno già sentenziato che si è ucciso) dovranno essere capaci di avvolgere, controllare, insinuarsi, esplorare da indipendenti e senza pregiudizi arrivando a conoscere le forme interne ed esterne del caso che gli è stato affidato. Che senso ha altrimenti l’istituzione di una Commissione Parlamentare?


Maurizio Cenni (Siena): l’orsacchiotto che fa bye bye (e dice molti no) a D’Alema
di Stefano Bisi

“Tra un giorno da leone e cento da pecora, preferisco viverne cinquanta da orsacchiotto”. Era la filosofia di Massimo Troisi, l’attore preferito da Maurizio Cenni, classe ’55, nato nella contrada del Nicchio sotto il segno del Capricorno, sindaco diessino di Siena dal 2001. Il primo cittadino della città del Palio ripete spesso questa frase. Lo ha fatto soprattutto nella campagna elettorale della primavera del 2006 quando a tentare di sbarrargli la strada alla riconferma è sceso in campo il suo predecessore, quel Pierluigi Piccini cacciato dai Ds per incompatibilità dopo che aveva sostenuto una lista civica alle elezioni provinciali. Piccini e i suoi amici hanno attaccato spesso Cenni, con comunicati, libretti, manifesti e un sito internet chiamato Sunto, come il campanone della torre del Mangia che svetta in piazza del Campo. “Sindaco invisibile” gli scrivono sui muri; “Sindaco incapace e inadatto” gli dicono dal sito internet, ma Cenni non si perde d’animo. Lo sostiene la moglie Ornella Agresti, una donna tanto minuta e riservata quanto coraggiosa, che gli ha dato due figli, Benedetta e Matteo. Non si sentono i “figli del sindaco”, vanno in discoteca e in contrada come i loro coetanei. Ma in campagna elettorale si beccano qualche “bastonata”, come la loro mamma, dagli amici di Piccini, riuniti sotto le insegne della Mongolfiera, un circolo nato per fini culturali e poi trasformatosi in lista civica (di centro con riferimenti a sinistra, tengono a precisare gli interessati). I baby Cenni vengono accusati di qualche uscita in pubblico fuori luogo e la madre Ornella di essere un po’ troppo presenzialista. In realtà la first lady c’è sempre, o quasi, ma un passo indietro al marito. Si vanta che il farmacista sotto casa non sa ancora che è la moglie del sindaco.
Cenni ha pochi amici, ma fidatissimi. Il migliore è Bruno Valentini, sindaco anche lui, di Monteriggioni, il comune che “di torri si corona” come cantava Dante. Si conoscono da quando portavano i pantaloni corti e vivevano a Ravacciano, un quartiere popolare dell’immediata periferia della città. Crescono a pane e politica: il futuro sindaco di Siena è figlio di un netturbino del Comune e di un’operaia dell’industria dolciaria Pepi. Sotto casa ci sono il circolo Arci e la sezione del Pci.
Cenni si appassiona alla politica mentre frequenta l’istituto magistrale guidato dal preside Glauco Tozzi, un uomo buono, competente, figlio dello scrittore Federigo, e di destra. Arrivano anche a Siena gli echi della contestazione studentesca con i primi scioperi. Cenni abbraccia la politica e a Ravacciano è tra gli animatori del circolo della Federazione giovanile comunista. Passa le serate d’estate alla festa dell’Unità, nella fortezza medicea della città, tradizionale appuntamento politico e gastronomico dell’estate senese da almeno quaranta anni. Di giorno fa il cameriere al bar Palio o al Fontegaia in piazza del Campo e la sera va in fortezza e ne combina una grossa, proprio insieme a Valentini. Sono gli addetti alla ruota della fortuna, un gioco un po’ crudele: un maialino d’India deve infilarsi in un anfratto numerato. Il concorrente che ha quel numero, vince.
Cenni, una sera, si dimentica il maialino d’India nella ruota della fortuna e lo fa morire soffocato.
Meno male che in quegli anni la coscienza ambientalista è solo agli albori e nessuno protesta. Oggi, un fatto analogo, provocherebbe un’ondata di proteste tra gli ecologisti, che sono alleati di Cenni nella maggioranza comunale, anche se, talvolta, si prendono la licenza di dissentire, come quando il sindaco decide di asfaltare i viali della fortezza medicea.
Ma l’uomo a cui piace vivere da orsacchiotto va avanti per la sua strada. “E’ duro come la pietra serena con cui è pavimentata la città” dicono anche i suoi amici. Alla fine, però, le decisioni sono quelle a lui gradite. Sarà anche un bluff ma, ad esempio, è Cenni che sceglie, di fatto, il direttore generale della Banca Monte dei Paschi quando, all’inizio del 2006, c’è da individuare il sostituto di Emilio Tonini, ormai in età da pensione. Il prescelto è Antonio Vigni, di Castelnuovo Berardenga, uno dei comuni più importanti del Chianti senese, cresciuto all’ombra di Sallustio Bandini, l’inventore della cambiale che sta in bella mostra nella piazza della banca, dove sorge la statua a lui dedicata. E’ di formazione cattolica, ma va d’accordo con il marxista Cenni, che lo “consiglia” al presidente della Banca Monte dei Paschi Giuseppe Mussari, al presidente della Provincia Fabio Ceccherini, al presidente della Fondazione Monte dei paschi Gabriello Mancini e al leader locale diessino Franco Ceccuzzi. E Vigni diventa direttore generale. Le sue strategie per lo sviluppo della banca collimano con quelle di Cenni: aggregare, mai essere preda. Ma non è solo la loro opinione. Più o meno è condivisa dai vertici della città; piace soprattutto ai sindacalisti del Monte dei Paschi, dalle cui file proviene Cenni. Infatti anche il sindaco è montepaschino dalla fine degli anni Settanta, quando vinse il primo concorso nazionale per impiegato bandito dalla banca. “Si svolse in una Roma blindata per il sequestro di Aldo Moro – ricorda Cenni – erano gli anni caldi della lotta armata”. Il neoassunto, con diploma di maestro, viene spedito ad Amalfi, poi Positano, Maiori, Ravello, Latina e Firenze. Si laurea, da studente-lavoratore, in scienze economiche e bancarie nell’omonima facoltà voluta dal Monte dei Paschi.
L’esperienza sindacale comincia quasi subito dopo l’assunzione. Nel ’79 si iscrive alla Fisac-Cgil e a Latina ne diventa segretario provinciale. Con i sindacalisti del Monte è in sintonia e contano proprio sull’alleanza con Cenni per porre un freno ai matrimoni impossibili che metterebbero in crisi la senesità della banca di Rocca Salimbeni. “Macchè San Paolo” ha detto il sindaco quando è circolata la voce su una possibile alleanza con la banca torinese. “Gli olandesi di Abn Amro? Quelli che fanno lo sponsor dell’Ajax? Pensiamoci bene e poi lasciamo perdere” è la risposta di Cenni, al quale piace che il Monte faccia qualche acquisto, che cresca ma non troppo.
Immobilismo? Forse. Potrebbe dipendere da scottature del passato. La Banca del Salente [sic], incorporata nel 1999, è ancora vista come il fumo negli occhi dai senesi. E’ costata tanti tanti soldi e ha provocato molti guai e una caduta di immagine per alcuni prodotti finanziari al limite della legalità. Fu un grande bluff, quello sì. E la prudenza, talvolta eccessiva, di Siena verso le grandi operazioni bancarie che coinvolgono il Monte dei Paschi potrebbe derivare proprio dagli strascichi che ha provocato l’acquisto della Banca del Salente [sic], la famosa “121”, da leggersi “one to one”, come il marketing, diretto, immediato: prototipo della banca on line nella new economy. Siena, quella volta, non seppe dire no alle pressioni dei ds romani. Anche l’allora sindaco Piccini non si oppose all’acquisto. Aveva la sindrome delle piramidi, si potrebbe dire oggi, credeva di essere un faraone e fece cose fuori misura.
Da Roma ci provano sempre a spingere il Monte verso avventure. In piena bagarre Bnl-Unipol, il segretario Piero Fassino convoca nella Capitale i compagni senesi. C’è anche Cenni nella Multipla che porta a Roma i vertici Ds della città. Dicono no alla richiesta di entrare nell’operazione che ha portato solo guai a Unipol e danni di immagine ai Ds. Svanisce il sogno sussurrato al telefono da Fassino a Consorte: “Allora abbiamo una nostra banca?”. Andò male e a Siena gongolano. “Lo diciamo spesso ai romani di lasciarci fare. Facciamo banca, e bene, da più di cinque secoli” dice il presidente della Fondazione Monte dei Paschi, Mancini, esponente della Margherita e dalla parte del sindaco nella linea dell’espansione con giudizio.
Anche nell’estate del 2006 dal Botteghino tornano alla carica. Non riescono a sopportare di essere stati lasciati quasi all’oscuro dell’operazione San Paolo-Intesa e puntano ad un’aggregazione tra Monte, di cui si considerano impropriamente quasi azionisti di riferimento, e Capitalia. Ma non fanno i conti con il Sistema Siena. Cenni non è il solo guardiano della senesità. Da queste parti, dove si porta il cavallo in chiesa per la benedizione prima del Palio, saranno anche un po’ matti, gente vana diceva il Divin Poeta, ma il Monte se lo tengono stretto e tutti vogliono capirci.
“A Siena c’è l’assemblea permanente degli azionisti. E’ lungo il Corso, lo struscio cittadino” disse Piero Barucci, il fiorentino che negli anni Ottanta era presidente del Monte, riferendosi al legame che hanno i senesi per la banca fondata nel 1472, prima addirittura della scoperta dell’America.
Cenni, eletto per la seconda volta nella primavera del 2006 con più del 54 per cento dei consensi, non si farà mettere i piedi in testa, neppure dai capi romani del suo partito. Il ricordo del Salente [sic] è ancora troppo fresco per partecipare a grandi partite. “Meglio quelle sportive” dice il sindaco, grande tifoso delle squadre della città alle quali ha portato fortuna. Durante il suo primo mandato di sindaco il Siena calcio, la vecchia Robur che Cenni frequentava fin da bambino, ha conquistato la serie A per la prima volta nella storia e la Mens Sana ha vinto lo scudetto del basket. Traguardi impensabili che, nel caso del Siena, hanno creato anche qualche problema: lo stadio, il vecchio Rastrello, in una conca verde a mille metri da piazza del Campo, è stato ammodernato più volte negli ultimi anni ma non ce la fa più.
Il Comune decide di spostarlo in una zona periferica, ad Isola d’Arbia. Il sindaco si attira le critiche da una parte dei tifosi e dal suo ex compagno di partito Piccini: “Nascerà una cattedrale nel deserto. Meglio lasciare il vecchio stadio dove è. Si sprecheranno soldi e basta”. Ma Cenni non cambia idea. Ha promesso che nel 2008 Siena avrà il nuovo stadio. C’è da credergli? E nella conca del Rastrello dice che nascerà un auditorium per congressi e musica. “Manca una struttura così – spiega – nella città dell’Accademia Chigiana dove arrivano artisti di grande fama e siamo costretti a farli suonare in una chiesa”. L’auditorium lo pagherà la Fondazione Monte dei Paschi. E’ già stato deciso. Ma quando verrà posata la prima pietra?
Gli scettici ci sono ed hanno una parte di ragione. Per fare un ponte di ottanta metri sulla ferrovia ci sono voluti cinque anni. Lo volle Piccini, avveniristico, in ferro, da sembrare quello di Brooklin. Le ditte che dovevano costruirle sono fallite una dietro l’altra e il sogno del faraone di veder costruita la piramide, il ponte in questo caso, quasi svanisce. Cenni è la prima vittima del grande bluff. Si rimbocca le maniche e cambia il progetto: meno fantasia e più cemento. I lavori, in qualche modo, finiscono e il ponte di Malizia si può attraversare. Il sindaco non può neppure arrabbiarsi in pubblico perchè gli verrebbe detto: “Ma tu, dove eri quando Piccini sceglieva i progetti?”. Cenni era il capogruppo in consiglio comunale e sebbene avesse con l’allora sindaco “un rapporto dialettico”, come ammette, doveva condividerne i propositi.
Quando si trattò di scegliere il nuovo sindaco, Piccini che aveva guidato la città per due mandati e mezzo e quindi non era rieleggibile, all’inizio non gradì la scelta di Cenni perchè avrebbe preferito la sua vice, Anna Carli, un’ex socialista entrata nei Ds con la truppa di Valdo Spini. Per scegliere il candidato sindaco alle comunali del 2001, i Ds promossero le primarie. Piccini non dette indicazione di voto; se ne andò a Londra nell’ultima settimana della campagna con l’assicurazione che a luglio sarebbe diventato presidente della Fondazione Monte dei Paschi. Quando rientrò in Italia, scoprì che il candidato del centrosinistra era Maurizio Cenni. Non si scompose più di tanto, anche se in cuor suo sperava in un esito diverso delle primarie, e attese l’estate. Oltre al sole caldo arriva la circolare del ministro del Tesoro Vincenzo Visco che stronca le aspirazioni di Piccini: chi è stato sindaco non può diventare subito presidente di una Fondazione. A Siena viene giù il mondo. Si accenna a una timida resistenza, più di facciata che reale, da parte di Cenni, che intanto è diventato sindaco per la prima volta con il 60 per cento dei voti, di Ceccherini e di Ceccuzzi che, con tono sprezzante, definisce Visco “il deputato di Guastalla”. Alla fine, un po’ per togliersi di torno un personaggio ingombrante come Piccini e un po’ per non far correre alla Fondazione il rischio del commissariamento, le istituzioni di Siena cambiano cavallo per la presidenza del Monte. Scelgono Giuseppe Mussari, un avvocato diessino quarantenne e amico e legale di fiducia di Piccini. Pensano così di ammorbidire la delusione di chi da anni puntava alla Fondazione come coronamento di un percorso personale.
Piccini riesce ad ottenere, come ricchissimo premio di consolazione, la vicedirezione generale di Mps France, una banca parigina controllata da Siena, ma sotto sotto cova la vendetta. Soprattutto contro Cenni e Mussari. Si vendica lasciando al suo successore al Comune molte opere pubbliche avviate, ma da completare. Alla stazione ferroviaria, con i soldi del giubileo, doveva essere costruito un grande parcheggio: è finito quando i pellegrini erano già passati dai luoghi santi senesi, la casa di Caterina, il duomo e San Domenico.
Piccini lascia in dote a Cenni la cablatura della città. Doveva servire al telelavoro e alla telemedicina. Addirittura era stato detto che ogni cittadino poteva misurarsi la pressione senza andare dal medico ma sarebbe bastato premere un pulsante. Questa invenzione, per ora, non l’ha sperimentata nessuno, però per anni i senesi hanno camminato su strade sconnesse a causa dei lavori per far passare la fibra ottica sotto la pietra serena delle strade medievali. Un lavoro “regalato” dalla Telecom, un pacco dono da trenta miliardi delle vecchie lire. Peccato che il Comune, ogni anno, debba pagare 800mila euro alla Telecom per l’affitto. L’ambizioso slogan era “Legati al passato, collegati al futuro” e qualcosa di buono ha prodotto: ad esempio, ha consentito di togliere le antenne dai tetti della città. Ma costato caro il dono di Telecom alla comunità.
Piccini pensò di lasciare in regalo al successore due risalite meccaniche per collegare i parcheggi al centro storico: quella di San Francesco funziona subito, ma solo in senso ascendente. Lo scopre Cenni ma soprattutto ne fanno le spese i cittadini che si arrabbiano con lui. E un consigliere del centrodestra si arrabbia sugli scranni del consiglio: “E’ una risalita senza la ridiscesa”. Colorito ma vero.
Il sindaco corre ai ripari, in cuor suo manda qualche imprecazione al predecessore ma non può fare diversamente. A costo di passare da bischero, come dicono in Toscana, non può sconfessare l’operato di un’amministrazione di cui faceva parte come capogruppo del maggior partito di governo. Ma a procurargli guai è soprattutto la risalita meccanizzata del Costone: le scale mobili devono collegare un parcheggio alla zona del duomo e dell’antico ospedale di Santa Maria della Scala, che si sta faticosamente trasformando in museo. I lavori comportano lo sventramento di una parte delicata della città. Piovono le proteste degli abitanti della zona. Addirittura si fa sentire una contrada, la Selva, che ha la sede nel territorio della risalita. Ma, a quel punto, i lavori devono andare avanti.
Cenni, dopo cinque anni di cantiere, riesce a inaugurare l’opera. Che ora funziona. Trasporta soprattutto turisti, interessati al duomo e alla cittadella della cultura che dovrebbe essere il Santa Maria della Scala, secondo le intenzioni dello storico dell’arte Cesare Brandi che ne tratteggiò le caratteristiche negli anni Settanta. Piccini voleva farci laboratori artistici, musei, ristoranti e un centro congressi. Peccato che sia mal raggiungibile. Addio idea di centro congressuale, rimane un bel luogo da visitare o per il magico Pellegrinaio o per qualche mostra di buon livello che gli enti della città, con il munifico Monte, riescono ad organizzare. Sì, anche nella cultura c’è il Monte, banca o fondazione o tutti e due insieme.
Emilio Giannelli, senese della contrada del Drago, vignettista del Corriere della Sera, per anni capo dell’ufficio legale della banca e poi provveditore della Fondazione ha detto al settimanale Panorama: “A Siena ci sono tre categorie di persone: quelle che lavorano per il Monte, quelle che studiano per andare al Monte e quelle che si godono la pensione del Monte”. La Fondazione, il cui consiglio è nominato per metà dal sindaco di Siena, nel 2006 ha erogato contributi per 183 milioni di euro, di cui una buona parte sono andati per attività ed enti della provincia di Siena. Una vera e propria manna. Se il sindaco deve rinnovare il guardaroba dei vigili urbani bussa alla porta del Monte; se deve organizzare lo spettacolo di fine anno in piazza del Campo paga il ricco ingaggio di Gianna Nannini e Gianni Morandi con i soldi del Monte; se le contrade devono rinnovare i costumi del corteo storico che precede la corsa del Palio vanno “in processione” al Monte. E sempre o quasi, Babbo Monte, dice sì. Sennò, che babbo sarebbe. E i senesi se lo tengono ben stretto. Quando sentono parlare di risiko bancario cominciano a storcere la bocca. Provarono ad opporsi, all’inizio degli anni Novanta, anche alla trasformazione del Monte dei paschi da istituto di diritto pubblico in società per azioni. Venne minacciato un referendum locale che raccolse consensi trasversali. Poi hanno fatto l’abitudine a vedere il Monte diviso in due, da una parte la Fondazione che controlla e fa crescere il patrimonio e dall’altra la Banca che fa utili e utili. Così succede che in una provincia di 250mila abitanti, ci sia una banca con 12 miliardi di capitalizzazione di borsa e 188 miliardi di raccolta. Una manna dal cielo? Niente affatto, sono i senesi che nei secoli l’hanno fatta crescere. L’hanno tenuta lontana dai grandi scandali nazionali e si è garantita una sorta di rispetto anche da chi la vede come la banca rossa. Ad esempio, Silvio Berlusconi. Il Cavaliere ha la memoria lunga e ricorda quei meravigliosi anni Settanta, quando imprenditore edile che muoveva i primi passi, ottenne proprio dal Monte il sostegno per far crescere le sue aziende e diventare il capo di un impero finanziario. Il direttore della banca era Giovanni Cresti, un democristiano senese che aveva fatto la guerra di liberazione, che dette fiducia a quel giovane imprenditore. E con Cresti era d’accordo tutto il consiglio di amministrazione, formato da democristiani, socialisti e comunisti, una sorta di governo di unità nazionale che nella città del Palio si chiama Sistema Siena. Altrove, in senso dispregiativo, lo chiamano consociativismo. Provò a parlarne male alla fine degli anni Settanta anche Eugenio Scalfari. Non gli andava giù che una banca di medie dimensioni, come allora era il Monte, fosse governata dai partiti che si spartivano i posti nel consiglio di amministrazione, le promozioni dei dirigenti e le assunzioni degli impiegati. I senesi, anche quella volta, tutti d’accordo fecero spallucce e continuarono a comportarsi come se nulla fosse. Sembra di essere ritornati a quegli anni quando, nell’estate del 2006, da Roma insistono per il matrimonio tra Monte e San Paolo di Torino. Le trattative vanno avanti e, finalmente, i senesi avrebbero l’occasione di far contenti i romani, soprattutto quelli di sponda diessina. Ma la senesità questa volta si scontra con la torinesità degli amministratori del San Paolo e non se ne fa di niente. Si irritano Fassino, D’Alema e compagni. Non ne possono più di questa gente che si infiamma per un cavallo. Lo viene a dire a Siena, alla festa dell’Unità, anche il ministro Vannino Chiti, già presidente della Regione Toscana. Lo guardano e, per rispetto del ruolo, non lo mandano direttamente a quel paese ma poche sere dopo sullo stesso palco il presidente della banca Mussari tuona: “Non dobbiamo salvare e non dobbiamo essere salvati. Faremo quello che è scritto sul piano industriale”.

Qualche giorno dopo il Monte decide di crescere nel ramo assicurativo. Si parla di compagnie estere, in primo luogo una olandese. Anche per gli osservatori meno attenti vuol dire dare un calcio a Unipol, la compagnia bolognese presente nell’azionariato della Banca Monte dei Paschi. E’ un’altra stoccata a Roma che, invece, punta ad un’aggregazione tra Monte e Capitalia. Addirittura c’è chi ipotizza un organigramma con Cesare Geronzi presidente del consiglio di sorveglianza e Mussari presidente del consiglio di amministrazione con Matteo Arpe amministratore delegato. Ma non l’hanno detto a Cenni che, ovviamente, alza le spalle e tira dritto. Dagospia dice che l’ariete che può abbattere la roccaforte di Siena può essere solo D’Alema, il “leader maximo” che minaccia la Siria, tiene sulla corda Israele, passeggia sottobraccio con i ministri hezbollah e smorfieggia con Condoleeza Rice. Dagospia non conosce Cenni. Dopo il bluff del Salento difficile che Siena cada di nuovo in un tranello.

Semmai il sindaco può cadere sul vino. Non che ne apprezzi le qualità, perchè è quasi astemio, ma per uno scontrino fiscale per l’acquisto di 42 bottiglie di Chianti classico a 4 euro ciascuna. Lo scopre l’ex sindaco ed ora consigliere comunale Pierluigi Piccini, che è andato a rivedere le spese di rappresentanza dell’amministrazione comunale. Insieme ad un altro consigliere comunale, l’ex direttore del Sisde Vittorio Stelo, va a guardare quanto spende il sindaco in rappresentanza e in una lettera ai giornali scrive: “Bottiglie a quel prezzo non erano certo destinate ad un cerimoniale di grande prestigio”. La scoperta di Piccini finisce per trasformarsi in boomerang perchè all’ex sindaco viene ricordato che lui ama pasteggiare a champagne. Dal vino alla birra. Per Cenni un altro trabocchetto: i consiglieri di minoranza scoprono che all’Enoteca italiana, un ente controllato dal Comune, viene consumata birra. “Ma come, proprio all’Ente Vini si promuove un’altra bevanda?” si chiedono scandalizzati all’Angolo dell’Unto, un punto di ritrovo lungo il Corso accanto al bar dei Nannini. Poi, si scopre, che la birra è stata distribuita per una sera durante una festa privata. Proviamoci con il Palio. Un sito internet scopre che il sindaco ha costruito a Mociano, alle porte di Siena, una pista per addestrare i cavalli in un terreno dove non poteva essere realizzato. Comincia una campagna fuoco e fiamme, il sito promette rivelazioni, insulta Cenni, dice che ha commesso irregolarità gravissime, da codice penale. Alla fine in tribunale, però, ci va Sergio Profeti, direttore di Sunto, il sito internet che prometteva rivelazioni eclatanti sulla pista di Mociano e invece si è beccato una querela per diffamazione. In Comune non si parla dei costi delle case che a Siena raggiungono cifre da capogiro (la media è di quattromila euro per metro quadrato), da record italiano, ma dei tatuaggi. Sì proprio dei disegni che giovani e meno giovani si fanno fare sulla pelle. Due consiglieri comunali amici di Piccini, un giornalista (Marco Falorni) ed un professore universitario (Mario Ascheri), chiedono formalmente al sindaco “se ritiene che la moda di farsi tatuaggi costituisca un modello di comportamento sociale con carattere di esemplarità, da presentare ai cittadini”. Il via alla querelle lo dà l’iniziativa dei centro di aggregazione giovanile del Comune dove si possono fare o farsi fare tatuaggi non permanenti, cioè con l’hennè. Il sindaco, a Siena, deve rispondere a queste interrogazioni, i tatuaggi non permanenti e la birra dell’Ente Vini, la pista di cavalli e le bottiglie di Chianti a 4 euro. Macchè violenze e rapine, stupri e omicidi, strade dissestate e scuole in rovina.

Da queste parti è facile essere sindaci rossi (dalla Liberazione ad oggi sempre primi cittadini socialisti, comunisti o diessini), più difficile essere un bluff se anche il presidente della multinazionale del farmaco, Daniel Vasella di Novartis dice: “Siena, grazie anche agli eccellenti rapporti che esistono con il territorio, diventerà il nostro centro mondiale per i vaccini”. E’ la prosecuzione dell’opera del grande igienista Achille Sciavo che, nella seconda metà dell’Ottocento, fece di Siena una città all’avanguardia nella ricerca e nella produzione di vaccini ed altri farmaci, gettando le basi per un’economia che oggi spazia dalla finanza alle biotecnologie più innovative. E proprio nella provincia più rossa d’Italia un colosso del sistema capitalistico mondiale, qual è Novartis, pensa di lanciare un istituto no profit di altissimo livello per gestire progetti di vaccinazione preventiva nei paesi in via di sviluppo. La vera scommessa del sindaco venuto su in un quartiere della prima periferia della città e cresciuto tra le salsicce della festa dell’Unità e quelle della Pania, la festa annuale nella contrada del Nicchio, è far convivere le esigenze globali integrandole in un sistema locale che vanta un’alta qualità della vita. Del resto se ne accorse anche Italo Calvino, nel settembre dell’85, quando, morente sotto gli affreschi del Santa Maria della Scala, sussurrò: “Non so che cosa mi è successo, ma credo di essere a Siena. Lo percepisco dall’atmosfera”.