Mando un saluto affettuoso al mio caro amico Fabio Aschei 

Il 12 gennaio 2020 ho consegnato alla rete un post che oggi ri-sottoscrivo in piena facoltà mentale. Sono ovviamente un bel po’ più vecchio (gli anni, alla mia età, valgono il doppio, se non il triplo) ma niente di quanto scritto in quel momento non sento il dovere di ribadirlo oggi.

Anzi. Di più, avendo avuto la possibilità legittima di conoscere personalmente Aschei e di apprezzarne la complessità umana e professionale. Qualche errore professionale compreso. Aschei vive, da anni, momenti difficili e ora è nuovamente in piena complessità. Tra l’altro un po’ malfermo in salute. Come il suo amico Leo Rugens. Perché, vediamo di non rimuovere il dettaglio, Aschei è anche diventato, nel frattempo, un mio caro e intelligente amico. Un amico in grado di farmi ragionare di cose complesse come la produzione e la movimentazione, in Italia e all’Estero, di un bene primario come il riso

Oggi è domenica che è sempre domenica e ne approfitto per mandare un saluto affettuoso a “chicco di riso” come ho preso l’abitudine di chiamarlo. Un saluto affettuoso a lui e alla sua bella e coraggiosa famiglia. Il web serve anche a questo.

Oreste Grani/Leo Rugens


E SE IL MIO AMICO FABIO ASCHEI AVESSE RAGIONE?

Una premessa doverosa rubando pensiero a chi sa pensare: “Devo ancora incontrare un problema che per quanto complicato, quando esaminato nel modo giusto non diventi ancora più complicato“. Poul Anderson.

Questo in quanto un sistema non è solo una qualsiasi classica collezione di cose. Un sistema è un complesso di elementi interconnessi tra loro, organizzato con coerenza al fine di perseguire qualcosa“. 

E questa frase semi-lapalissiana (vedremo, nel tempo, da considerare, inizio di considerazioni preziosissime) è di Donella H. Meadows. Di “Dana” questo blog (e spero di non rimanere solo quanto prima nella valorizzazione di questa figura) si prefigge di parlarvi (anche se in molti ritengo sappiate di lei e della sua genialità). Donna geniale morta troppo presto. Comunque siamo qui per non dimenticare grati ad un amico caro che ci ha spinto a ricordarci il “Balanton“, il Club di Roma e i nostri amori di gioventù. Intendendo Dana, la sua intellettualità complessa, direi “Ipaziana“, e non qualche procace ungherese conosciuta in riva al lago o nella indimenticabile Heviz.   

Quando dico che “parto lungo” vuol dire, ad esempio, che ho cominciato a parlare/insinuare di questioni delicate intorno al riso sin dal 16 agosto 2019. Vuol dire, vista la data, che scientemente ipotizzavo che nessuno avrebbe letto Leo Rugens. Mi riferisco – ovviamente – ad alcuni addetti ai lavori che, dovendo preparare i “mattinali”, solitamente mi leggono ma, si presume, il 16 agosto, con la crisi di governo in realtà ormai aperta, avessero altro da fare. Comunque, come spero sia chiaro a tutti gli estimatori (pochi) e agli avversari denigratori (un numero consistente), quando parto lungo, ho sempre un perché. 

Parto lungo perché, con tempo a disposizione, i protagonisti dei miei post facciano in tempo ad informarsi. 

Ad esempio su che razza di stronzo sono. Stronzo e tignoso. E su questa vicenda del riso (che mi piace cucinato in tutti i modi), da vecchio “pistarolo”, ho deciso di inoltrarmi. Perché, ripeto quello che ho scritto in altri post, se anche fosse vero un decimo di quanto sostenuto da tale Fabio Aschei, in più esposti, sarebbe “dovere” non solo di chi di dovere (vi suona?) ma di qualunque cittadino probo, metterci la testa. Questa è la sussidiarietà costituzionale a cui mi ispiro per servire la Repubblica e il suo Presidente. Negli anni chiunque esso sia. 

Aschei continua in tutti i modi a raccontare cose terribili che si muovono a cavallo del mondo del riso e della cocaina. E lo fa cogliendo la necessità di leggere i fenomeni complessi cercando “quel qualcosa” che è più delle sue parti. Questo tra l’altro e un sistema criminale: elementi, interconnessioni e una funzione/obiettivo. Un sistema può essere inglobato (come è nel caso della criminalità) in un altro sistema, ancora più vasto.  

E soprattutto facendo riferimenti sempre ad una certa massoneria intrecciata con alcuni traditori che si fanno avanti nelle istituzione repubblicane semplicisticamente denominate “servizi segreti” e, soprattutto con, chiamiamola con il suo nome, la ‘ndrangheta

Io posso fare poco da vecchio malandato pensionato quale sono ma quello che sto facendo (dare voce) ho intenzione di continuare a farlo. Lo faccio per i vostri figli, per i nipotini, per la nostra Italia, per la recondita ipotesi che Fabio Aschei abbia, sia pure in parte, ragione. Lo faccio perché alcuni dettagli delle sue complesse narrazioni non solo mi sembrano verosimili (ad esempio la descrizione del mondo socialista che ha coltivato il clima etico-morale dentro cui si sono determinati alcuni avvenimenti di quegli anni e dai quegli anni a venire all’oggi) ma alcuni dettagli mi constano personalmente. Ad esempio, sono stato sposato (in prime nozze) con una signora che era una giornalista dell’Avanti e al tempo dirigente del PSI. E per osmosi alcuni dettagli di quel mondo non mi sfuggivano. Mentre lei, sono certo, capiva poco o nulla del craxismo criminale e del brodo di cultura che esso rappresentasse. “Brodo” che bisognava evitare in tutti i modi di assumere. Poco nutriente e molto inquinante. 

Torniamo al riso e alla cocaina. 

Mi chiedo perché mai, ora che è tornato libero (ha dei “pendenti” ma si batte per dimostrare la sua innocenza), Fabio Aschei se la dovrebbe arrischiare, a questi livelli, se non credesse profondamente in quel che scrive e nella possibilità di poter dimostrare quanto afferma? Tenete conto che di calunnie ci si può morire in carcere e non solo perché ti puoi beccare molti anni da calunniatore.

Ho voluto conoscere di persona Aschei (come ho accennato in altro post) e mi sono fatto l’idea che, se ascoltato, potrebbe dare contributi determinanti a fare luce su pagine oscure della vita repubblicana. E non basta per ascoltarlo? E non basta per ridargli condizioni di sicurezza e di lavoro dignitoso? L’uomo ha dichiarato che qualcuno (a suo tempo attenzionato perfino da Pier Camillo Davigo!!!) si è comprato, pochi mesi addietro, all’asta giudiziaria i suoi beni pagandoli spicci dopo che a lui erano costati 54 milioni!!! E mi scuso se, girandomi la testa per le cifre, ho preso fischi per fiaschi. Un bene del valore di 54 milioni comprato per un milione e mezzo, da operatori del settore oggi si vede riconducibili ala criminalità (il recentissimo arresto di Roberto Rosso) non è un’informazione sufficiente per accendere almeno una lucetta a led? Io non solo dico di sì, ma farò in modo, che Aschei, se avesse ragione, non rimanga sul lastrico. Strana coppia quindi Aschei-Grani (due nulla tenenti) quella che la vita (e l’arroganza di alcuni) ha voluto che si formasse, nei fatti. E tra chi mi ha spinto ad interessarmi di Fabio Aschei (e a prenderlo in simpatia) metto la coppia degli iraniani ad honorem, Annamaria Fontana e Mario di Leva che sono stati, secondo i racconti di Aschei, il braccio operativo della sua messa in mezzo e della sua rovina economica. Prima che i due campani si dedicassero a trafficare con Angelo Tofalo. Elicotteri in un caso; elicotteri nell’altro. 

L’affare, sentite a me, si ingrossa. 

A riprova di questa crescita esponenziale ecco spuntare un articolone-inchiesta dell’Espresso, a firma di Giovanni Tizian, che descrive un capitolo, direi importante, della storia infinita che “a cicli che tornano“, evolvendo, tengono, in una solo romanzo, la storia d’Italia, dall’Unità a venire ad oggi. Cioè la storia stessa della Loggia Propaganda, che per regole massoniche ha dovuto darsi numerazioni progressive. Al di là di a quale numero si sia arrivati, la sostanza è quella inutilmente intuita da Agostino Cordova e da qualunque investigatore /magistrato /giornalista /politico onesto abbia provato ad affondare il paletto nel cuore di questi vampiri succhia-sangue ed energia vitale della Repubblica. Tra i racconti di Fabio Aschei (personaggio complesso ma che, per quello che valgo, non si deve sentire più solo) e l’inchiesta dell’Espresso, troviamo un “anello forte” rappresentato da quel Roberto Rosso. Anche da altri ma – per ora – rimaniamo, finalmente in buona compagnia, al colore “rosso” come la scelta cromatica del post FIN DOVE POTREBBE PORTARE IL CASO ROBERTO ROSSO? suggerisce. La Macchina del Tempo si è riavviata, è un po’ malandata e forse arrugginita, ma non “fuori uso”. Come spero si vedrà, a giorni.   

Oreste Grani/Leo Rugens 

FIN DOVE POTREBBE PORTARE IL CASO ROBERTO ROSSO?

31 dicembre 2019

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Se vogliamo parlare seriamente del caso Roberto Rosso, direi di partire da un approccio metodologico che consiglia di non ritenere che aver arrestato Rosso sia cosa minore: Roberto Rosso mi risulta essere (se mi sbaglio chiedo scusa sin da subito) in strettissimi rapporti con tale Francesco Sempio. Sempio è persona che definire complessa è una semplificazione che, altrettanto, bisogna da subito evitare di fare. Altrimenti si arriva al paradosso di storpiarne il cognome e, nel farlo, renderlo invisibile a conclusioni investigative che invece tutto avrebbero dovuto divenire meno che dei vicoli ciechi. Come sono diventati rispetto alla sua persona e al sistema imprenditoriale che Sempio rappresenta. Vediamo se, arrestato Rosso, si esce da questa cecità indotta e, viceversa, passo dopo passo, cerchio concentrico dopo cerchio concentrico, i meriti investigativi di chi ha acchiappato il politico Roberto Rosso ci portano a scoperchiare ben altri crogioli bituminosi. Dobbiamo inquadrare (se vogliamo fare un buon lavoro utile alla collettività) gli eventuali rapporti politici, economici, culturali intercorrenti tra il Rosso e Sempio in un quadro più ampio attinente la scenaristica alimentare planetaria trattata in un volume (quello del 1/2015) di Gnosis Rivista Italiana di Intelligence.

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Me ne vado lontano quindi ma solo perché come poi mi auguro emerga (se non sto prendendo una gravissima cantonata per omonimia) stiamo parlando del sistema mondo. E come se stessimo scrivendo di petrolio, armi, rifiuti, droga. Il riso infatti è materia prima di livello strategico e vediamo di trattarlo come va trattato. Se non ne sapete, studiate come ho fatto io. E ora so che anche le più inimmaginabili ipotesi criminali, intorno al riso, sono possibili. E non perché il riso faccia male. Anzi.

Qui mi fermo perché vorrei evitare di mandarmi di traverso il cenone che, nella nostra semplicità, come è tradizione, mia moglie ed io, affronteremo insieme. Guardando con fermezza e coscienza a posto, l’anno entrante e il tempo passato. Nel 2020 (che bel numero e come si presenta anche graficamente bene) vedremo di capire meglio che pesce sia stato pescato in Piemonte e come stiano gli eventuali rapporti tra il politico di turno e il re italiano del riso. Francesco Sempio, se è lui, potrebbe essere personaggio che deve le fortune imprenditoriali non solo al caso o a sue peculiari capacità personali. Come la vita insegna, ci sono sempre degli esordi difficili a cui bisogna dare una soluzione creativa e nel caso di Sempio la creatività potrebbe avere le fattezze di tale Giancarlo Piumazzi che lo condusse, partendo dalla provincia, a conoscere addirittura Angelo Epaminonda, il Tebano di Catania, a sua volta trasferitosi al nord e operativo addirittura per conto di Francis Turatello sul terreno delle bische (da far nascere e proteggere), della polvere bianca (solo cocaina si vantava Epaminonda di aver commerciato), prostituzione e quanto si poteva lucrare con modalità illecite.

Se non sono tutti casi di omonimia, Sempio un po’ di favori li ricevette da questi ambienti che proprio noti al mondo per far circolare denaro lecito non sono rimasti nella memoria collettiva di questo Paese (ci sarà pure qualche appunto riservato che si riferisca quel periodo e a quei contatti?), dell’FBI e, soprattutto, riguardando, negli anni successivi, anche business insediato a Cuba, negli archivi della CIA. Non vi faccio fare neanche lo sforzo di andare a consultare fonti aperte e vi riporto io quanto si può leggere del Tebano così, se fosse vero che Sempio gli deve qualcosa, avreste chiaro di quale complessità rizomica stiamo parlando.

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Angelo Epaminonda, detto il Tebano (Catania, 28 aprile 1945 – aprile 2016), è stato un criminale e collaboratore di giustizia italiano, attivo nel corso degli anni settanta e ottanta, soprattutto nella città di Milano.

Nato a Catania il 28 aprile del 1945, ancora bambino si trasferisce con la famiglia a Cesano Maderno, in Brianza, dove il padre, di professione scalpellino, tenta di sfuggire ai numerosi debiti di gioco accumulati. Minorenne, mette incinta una ragazza di origine veneta e, pertanto, si trova costretto a sposarla. Cambia spesso lavoro perché non riesce ad accettare le gerarchie e con lo stipendio da dipendente non può mantenere i suoi crescenti vizi: le donne, le carte e la cocaina. In seguito, il suo secondo figlio muore di polmonite a pochi mesi di vita. Il rapporto con la moglie si deteriora sempre di più, per i suoi tradimenti, le sue lunghe assenze da casa e la scarsa voglia di lavorare e condurre una vita familiare.

Inizia a frequentare alcuni locali e night del centro di Milano, frequentati allo stesso tempo dalla Milano Bene e dalla Mala. Inizia a compiere piccole truffe e alcune rapine in banca finché entra nel giro del potente boss della Milano dell’epoca, Francis Turatello, allora re indiscusso delle droga e bische clandestine, che gli affida la gestione di alcune di esse e lo introduce ai vertici della malavita locale.

Tra gli anni settanta e ottanta a Milano si contavano in media 150 omicidi all’anno. Proprio in quel sanguinoso contesto Epaminonda prese il posto di Turatello, e divenne il nuovo referente lombardo della mafia catanese.

Nell’inverno 1979 è autore della celebre strage di Via Moncucco, al ristorante “La strega”, in cui persero la vita 8 persone.

Gestisce diverse bische tra Imola e Riccione. Le prende tutte, sottomette i gestori e ne uccide due, il primo perché non voleva sottostare alle regole imposte e l’altro per dare una dimostrazione ad un altro gruppo di mafiosi. Si chiamavano Calogero Lombardo e Arcangelo Romano, uccisi nel 1983 e nel 1984. Uno a San Giuliano Mare, l’altro a Igea Marina.

Arrestato la prima volta nel 1980 per sequestro di persona, ma assolto per insufficienza di prove, fu rispedito in carcere il 30 settembre 1984 accusato di essere il mandante dell’omicidio di Turatello.

Dopo l’arresto, Epaminonda è stato il primo pentito di mafia a Milano. Ha confessato al magistrato milanese Francesco Di Maggio di aver ordinato o di essere stato complice di 17 omicidi, ricostruendone un totale di 44. Ha ammesso di aver gestito imponenti traffici di cocaina, in aggiunta al controllo del gioco d’azzardo e di alcuni casinò, ma ha sostenuto di non aver mai fatto vendere un solo grammo di eroina. Ai poliziotti che lo arrestarono Epaminonda fece i complimenti perché erano riusciti a scoprire la sua parola d’ordine e a pronunciarla in dialetto catanese. Le sue rivelazioni hanno consentito ai magistrati milanesi di arrestare 120 persone.

Il processo a Epaminonda, che fu il primo maxiprocesso a Milano, fu addirittura teatro di una sparatoria: il catanese Jimmy Miano sparò contro il presunto mandante dell’omicidio Turatello nell’aula bunker di San Vittore a Milano. Pur certificando il suo importante contributo alle inchieste antimafia, i giudici della corte d’assise inflissero al boss 29 anni di carcere, confermati sia in appello che in Cassazione. Una condanna che Epaminonda scontò quasi totalmente fuori dal carcere grazie alle normativa sui pentiti.

Nel 2007 Epaminonda è tornato in libertà cambiando per ragioni di sicurezza i propri dati anagrafici. Si è allora trasferito in una località segreta assieme alla sua famiglia.

È morto nell’aprile 2016 all’età di 71 anni, ma la notizia è trapelata solo nel dicembre successivo.

Nel libro Epaminonda racconta del rapporto con alcuni personaggi dello spettacolo ai quali vendeva cocaina, come Walter Chiari e Franco Califano. Racconta inoltre di quando fu visitato e operato dall’oncologo Umberto Veronesi e quando Turatello offrì rifugio al latitante Graziano Mesina.

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Per intendersi e scendere ad un linguaggio di più facile comprensione,  sempre se non ci fosse un caso di omonimia, questo Sempio a Berlusconi gli farebbe un baffo a tortiglione, se non una pippa. Ma, se non mi sto sbagliando, ad entrambi sono sempre piaciute le donne e quindi niente metafore sessuali. Di cattive frequentazioni comunque stiamo certamente parlando per entrambi. Agli esordi. Dopo è sempre difficile ricordare come è andata e chi ha messo i primi soldi. O chi ha consentito ad uno senza credito sufficiente di passare dalla piccola oreficeria (questo dicono che fosse l’attività di Francesco Sempio) a mettersi nelle risaie e a fare piccoli/grandi affari con Ligresti (quello) e Cabassi (quello). Per fare soldi bisogna avere soldi. Punto. E quando dico Ligresti mi torna in mente Catania (da dove saliva il Tebano e in generale da dove provenivano i mafiosi siciliani dalla pistola facile) e i grovigli bituminosi che hanno sempre accompagnato la fortuna/sfortuna dei Ligresti. Comunque se si avesse certezza di qualche business tra ilFrancesco Sempio e don Salvatore Ligresti direi di porci il problema di come sia stato possibile sedersi a quei tavoli. Tavoli a cui in quella Milano si arrivava anche grazie all’avvocato Antonino La Russa, anche lui siciliano proveniente dal comune di Paternò, provincia di Catania, e padre di Ignazio La Russa, 50 anni dopo compagno di partito di Roberto Rosso e di Giorgia Meloni.   

L’intelligenza, scrivo in altra sede, è circolare, frattalica e mai binaria.

Ho accennato ad affari del Sempio con Cabassi. Intendo Giuseppe Cabassi cioè il top di quegli anni. Se non sono mai avvenuti questi piccoli grandi investimenti e contaminazioni finanziarie, chiedo scusa ai Cabassi. Ma se viceversa l’ex sfigato Sempio ci si è seduto a quei tavoli, bisogna continuare a chiedersi come e perché.

Roberto Rosso arriva molti anni dopo a reggere la coda del Gruppo Euricom/Curti Riso/La Habana ma quando parla di riso nelle vesti di pubblico amministratore, al riso dei Sempio si riferisce. Questa è la sostanza. Sperando, per amor di Patria, di non scoprire che quando uno parla del riso dei Sempio si riferisce solo al loro legittimo aver saputo fare impresa.

Comunque se conoscete un po’ Leo Rugens cominciate a capire che se chi di dovere ci mette il naso, le orecchie, le dita, l’arresto di Rosso potrebbe portarci dove, viceversa, qualche anno addietro, un trucco semantico, ha impedito di capire come gira il mondo.

E non ritengo solo quello del riso. 

Oggi è l’ultimo dell’anno per cui mi è facile dire ci vediamo nel 2020 per continuare a trattare la materia.

Materia affascinante e pericolosissima se non ci troviamo di fronte a casi di omonimia o di errori calligrafici.

E poi – diciamolo – che il rosso non è solo il colore del sangue (e qui di sangue anche non metaforicamente ne è scorso) ma quello del cognome (Roberto Rosso appunto) del bandolo del fil rouge e, infine, cosa non minore, quella della MN Jolly Rosso.

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In che casino cromatico mi sto mettendo? O vi sto per mettere?

Oreste Grani/Leo Rugens