Nelle due capitali, Roma e Milano, come previsto, il 1° partito è quello di chi non vi vota

Percentuali e numeri assoluti mai visti da quando è stata ripristinata la democrazia: il 1° partito d’Italia è, senza se e senza ma, quello rappresentato da chi non si è recato a votare. Abbiamo stravinto, ma lo raccontiamo con tanta amarezza nelle dita. Ripartire da queste macerie mentre dei fastidiosi becca morti danzano cercando di attribuirsi meriti al positivo, ci appare quasi impossibile. Il miracolo potrebbe avvenire solo se ci ricordassimo la lezione strategica che Aldo Moro, morituro, affidò, da animale politico quale era stato in vita e a maggior ragione quando si preparava a morire, ai suoi carcerieri: “Io apprezzo tutti e dico a tutti: stiamo vicini. Se dovessimo sbagliare, meglio sbagliare insieme; se dovessimo indovinare, ah, certo, sarebbe estremamente bello indovinare insieme“ e che Leo Rugens, mesi addietro, vi ha riproposto. Passi (ma è un modo di dire che in realtà non lo assolve) il PD che pur perdendo, ancora una volta, anche lui, migliaia di elettori (questa è la proiezione a livello nazionale di quanto è accaduto con le percentuali di astensione di ieri) si consola con capriole claonesche, ma che gli oligarchi del M5S non sentano il dovere di ammettere che a loro (e solo a loro, a cominciare da Beppe Grillo passando per Luigi Di Maio e finendo a Virginia Raggi) va ascritto il “merito” del più violento fenomeno dissipatorio politico mai visto nella storia della Repubblica, è veramente insopportabile. 

Gli astenuti forse sono trasversali ma in modo prevalente sono cittadini che, avendo sperato nel cambiamento paradigmatico culturale rappresentato dal M5S, delusi e incazzati, sono rimasti a casa. Evitate, pertanto, attenti lettori di Leo Rugens, di semplificare i risultati. Il M5S, ad esempio, nei suoi attuali vertici, ha la colpa gravissima di aver disperso (venduto è il temine più consono) la speranza di 11 milioni di italiani. Come scrivo da tempo certo, il M5S, elettoralmente (qualche clientes opportunista rimarrà sempre) e politicamente (non c’è un barlume di elaborazione teorica) tende a zero e la prova è proprio rappresentata dal risultato romano dove il 1° partito è quello di Carlo Calenda e il M5S ha visto svanire (come chiamate quanto è accaduto?) non solo il risultato che fece eleggere Virginia Raggi, ovviamente, ma quelli del 2013 e del vicinissimo 2018. La Raggi con le sue sceltine (tutte donnette e ometti fino a finire nel ridicolo estetico con la signorina Lorenza Fruci o i biascicamenti del vecchio piduista Maurizio Costanzo), da ciuccia presuntuosa (senza neanche essere pugliese!), è l’emblema di questo cataclisma. Fino a far tappare buche e dipingere strisce pedonali in quelle stesse periferie dove era stata stravotata, con lavori febbrili e ridicoli tra la notte del giovedì e il venerdì che hanno preceduto questo voto. Offendendo perfino la dignità e la residua intelligenza di quei coatti, ladri, spacciatori, estorsori, rapinatori che abitano quelle periferie. Nessuno si è preso cura di loro (e delle loro famiglie a volte innocenti) per anni e poi ci si è presentati ad asfaltare all’ultimo minuto? Ti è andata male, asinella.

E sono stati “loro”, gli ultimi tra gli ultimi, a rifilare la lezione della storia ad una tale “mascalzona ingrata” (ma chi cazzo era la Raggi prima di essere elevata al rango di prima sindaco-donna della Capitale d’Italia?) che aveva avuto tutto e viceversa, arrogate come nessuno, aveva dato, a nome di tutti noi che l’avevamo votata, il segnale al Re di Roma (Francesco Gaetano Caltagirone), arruolando i Fratelli Marra (lasciate perdere i goffi tentativi di prendere le distanze nelle pieghe dei processi) e così facendo mandandogli a dire che poteva stare tranquillo in quanto, banalmente, la capessa dei Grillini, non capiva un cazzo di niente. E con lei Di Maio e Beppe Grillo che avrebbero dovuto fermare lo scempio e la “dissipazione” e che invece l’hanno sempre difesa. Dissipazione (oltre trecento parlamentari oggi allo sbando se non quelli piazzati nelle pieghe calde dello Stato) che è cominciata proprio a Roma con le scelte delle collaboratrici e collaboratori della sindachessa. Il disastro dell’Italietta che arriva superimpreparata alla Pandemia (chiarirò questa affermazione in un altero post apposito) è cominciato con le occasioni mancate di Roma e della sua impossibilità ad assumere una visone da trasmettere perfino a palazzo Chigi. Occasioni mancate dalla Raggi e opportunità rimossa dal PD di un dialogo intelligente con Calenda. Penso pertanto che dalla Capitale si debba tassativamente ripartire per cercare e trovare una identità nazionale. Altro che fare da gruccia a questo o a quello. A Roma pare che sia finita così:

Enrico Michetti 30,21%, Roberto Gualtieri 27,02%, Carlo Calenda 19,71%, Virginia Raggi 19,15%. Questo è il risultato definitivo delle elezioni comunali a Roma con tutte le sezioni scrutinate. Al ballottaggio vanno il candidato del centrodestra e il candidato del centrosinistra. Clamoroso sorpasso per una manciata di voti di Calenda sulla sindaca uscente che arriva quarta.

… E aggiungo, alla luce di questi numeri relativi, che se quei mascalzoncelli del PD che in nessun modo si sono voluti sedere al tavolo indetto/richiesto, a tempo debito, da Carlo Calenda, lo avessero fatto, questa mattina il Sindaco di Roma sarebbe stato l’antipatico (ma non ladro o incompetente) Calenda, eletto al 1° turno. 

Oreste Grani/Leo Rugens