Alcuni personaggi sono una costante della politica estera italiana. A cominciare da Franco Bernabè


FRANCO BERNABE’ F.B. GROUP

In un recente post ho fatto riferimento alla politica estera della nostra travagliata e ormai indebolita Italia, evocando l’ENI ad alcuni suoi dirigenti particolarmente significativi. Ho citato ovviamente Enrico Mattei, Eugenio Cefis, Raffele Girotti  e altri. Sapete cosa teorizzo del plagio da quando esiste la rete. Se non lo sapete leggete il post IL PLAGIARISMO ALLA BASE DEL CONCETTO DI IPERTESTO PENSATO DA THEODOR NELSON. Questo per anticipare che quanto segue non è tutta farina del mio sacco ma è una ricostruzione molto puntuale di un periodo preciso della vita dell’ENI che faccio mia per introdurvi a quelle che saranno delle valutazioni (queste tute mie e di cui mi assumo la piacevole responsabilità) su Franco Bernabè non solo per quanto ha saputo fare in ENI ma, successivamente, in Telecom ed ora, e questo in realtà è il tema, si potrebbe accingere a fare o non fare nel comparto altrettanto strategico dell’acciaio. 
La fonte che ho scelto da cui attingere si sofferma ragionando di ENI in linea di massima e su Bernabè e Mincato in particolare e definisce il loro operato il “terzo momento” dell’intreccio indissolubile tra l’Italia, la sua politica estera e l’Ente Nazionale Idrocarburi.
Il terzo momento della politica estera diretta dall’Eni comincia quando da holding a totale capitale pubblico diviene società per azioni, compagnia a prevalente capitale privato. Siamo nell’estate del 1992 (ed io aggiungo… con in essere – Tangentopoli/Mani Pulite – la carneficina del gruppo dirigente politico imprenditoriale del Paese ormai obsoleto per overdose di corruzione e autoreferenzialismo) con il decreto sulle privatizzazioni predisposto dal ministero dell’Industria e dal ministero delle Partecipazioni statali del governo Amato. Cioè Giuseppe Guarino.
Il primo amministratore delegato che riesce dove altri non erano arrivati cioè la collocazione in Borsa dell’intero gruppo, sarà Franco Bernabè. Resiste anche alle pressioni che volevano lo smembramento della holding o la sua trasformazione in semplice holding finanziaria.

(…) Tra il 1992 e il 1994 viene avviata la razionalizzazione del portafoglio di attività con la conseguente concentrazione del core business, il contenimento degli investimenti al fine di liberare flussi di cassa da destinare prima alla riduzione dell’indebitamento e poi al pagamento dei dividendi, la riduzione dei costi mediante la riduzione del personale. L’autore di queste radicali correzioni è il direttore amministrativo Vittorio Mincato.

(…)

Rimane comunque in piedi la struttura integrata del core business connesso alla strategia dei vettori, ma ne viene alienato proprio l’asset fondamentale, quel Nuovo Pignone produttore di compressori, pompe, impianti di perforazione indispensabili all’Eni. 
Da sempre la società N.P. era stata uno dei bersagli preferiti della strategia internazionale degli Stati Uniti, impegnati ad impedire l’uso dei brevetti acquisiti dalla General Electric per l’ingegneria della ricerca e per i vettori in costruzione dall’Asia centrale e dai paesi dell’Est.

In quegli anni non è l’unica manovra (riuscita) contro la politica estera dell’Eni S.p.a. L’avvio delle sanzioni contro la Libia blocca i contratti firmati per la ricerca e lo sfruttamento di otto grandi aree per circa 60 mila kmq, proseguimento dei buoni contratti fifty-fifty degli anni di Girotti. La Libia è il primo fornitore di petrolio. L’lran il quarto. Cominciate a capire la delicatezza della fase e cosa dico quando dico che la politica estera è tutto e che l’ENI è stato il luogo, fisico e mentale, dove si è giocata l’identità della Repubblica? Nell’energia, così come poco dopo sarà nelle comunicazioni ed ora potrebbe essere arrivato il turno dei trafilati metallici. Il totale di interscambio dell’Italia nei due paesi (Libia e Iran) considerati parte dell’asse del Male è, per il 1995-96, di 12 mila miliardi di lire, sul totale del greggio importato pesano per il 45%. Si avverte l’assenza di una strategia europea. Per l’Eni c’è contemporaneamente una svolta ed una conferma. La svolta è che, a differenza del periodo di Mattei, la compagnia domanda protezione alla Farnesina perché si opponga alla legge americana sulle sanzioni, che violerebbero il diritto internazionale. La conferma viene da una forte ed esplicita contestazione alla strategia ameri cana dell’ embargo. Ma io dirò sempre che in politica estera ci sono chiacchiere e fatti. Cioè ci sono doppi/tripli livelli. E verità inconfessabili che si scoprono solo decenni dopo.
In una intervista del marzo 1998 Bernabè focalizza due concetti fondamentali: “Non è più epoca degli embarghi” (sarebbe interessante che qualcuno sapesse fare le domande giuste sull’oggi e sempre relativamente a politiche di forza che insistono sugli embarghi e “Noi stiamo ancora beneficiando degli accordi raggiunti da Enrico Mattei negli anni Cinquanta”. Così parlò Bernabè.Il che fa esclamare a più di uno come l’Eni abbia finalmente ritrovato dopo 35 anni dalla sua morte un manager di vertice che, pur nei tempi mutati e con stile diverso, ne reincarni il sogno e ne riprenda la bandiera. Con l’amministratore delegato che gli succede nel novembre del 1998, Mattei diventerà un’icona. (…)

In effetti è Bernabè a delineare lo schema che il suo successore Mincato applica nei sette anni seguenti: la crescita ad una dimensione di major, che porta l’Eni a divenire da ottava a quinta compagnia petrolifera nel mondo (fino ad un milione e settecentomila barili al giomo); l’ortodossia per un’azione nella scia del governo come le grandi multinazionali americane anche se, quanto alla petrolchimica, gli approcci di Berlusconi con l’Arabia Saudita falliscono; le conferme dei tempi lunghissimi per i risultati di quelle attività di ricerca all’estero che era stata contestata da chi privilegiava tra il 1955 e il 1970 la pubblicazione integrale; l’esplicito riferimento alla collaborazione con Libia, Iran, Iraq, in base al principio «sdoganare in nome del petrolio”.

Ma nel 1999 Mincato eredita anche un’altra componente dell’indirizzo che guiderà la sua Eni e che faceva già parte della futurologia di Mattei: la strategia mediterranea. Renato Ruggiero, allora presidente del gruppo, conclude con Gheddafi d’accordo per un gasdotto di 600 km. Il vettore sarà completato nel 2004 per una portata di otto miliardi di metri cubi. Ruggiero lo definisce un accordo europeo, nel senso che noi possiamo fare da ponte tra Tripoli e l’Unione. Petrolio e gas legano, più di ogni altro settore economico, i paesi in via di sviluppo con i paesi industrializzati. La nostra ambizione è quella di diventare lo snodo dei flussi di import/export del gas nell’Europa meridionale e nel Mediterraneo. In quest’ottica da remo energia anche per la ricostruzione dei Balcani».

Il forte interesse dell’Eni per la Libia non è nuovo: nel 1958-59 Mattei aveva cercato di introdurvi la sua formula, in accordo con il ministro del Petrolio cacciato da re Idriss per la pressione dell’ambasciatore americano; nel 1964 Cefis aveva stipulato l’acquisto dalla Standard Oil di tre miliardi di metri cubi di metano all’an 88 no da trasportarsi su navi metaniere; nel 1975 Andreotti aveva fortemente appoggiato il progetto del presidente Girotti per l’ingresso di capitale e greggio libico nella rete commerciale dell’Agip, progetto bloccato dagli Stati Uniti; nel 1981 stipulato un accordo con la Occidental, concessionaria a sua volta di vastissimi giacimenti per costituire una joint venture all’interno della quale forma una società petrolchimica; nel 1992, nell’ipotesi che si sbloccasse la situazione internazionale, vi era stata l’acquisizione delle nuove aree di ricerca.
Nel contesto di tutte queste iniziative si collocava verso la metà degli anni Settanta la struttura finanziaria Ubae, con sede a Roma, grazie alla quale finanzieri di Gheddafi agivano sia verso i paradisi fiscali sia per l’ingresso nel capitale Fiat. (…)

Mincato dà pragmatismo ed unità agli indirizzi della compagnia: razionalizzazione economico-finanziaria, conclusione della riorganizzazione dell’impresa, paletti alla privatizzazione, progetti per l’estero. Sono tutte decisioni riunite nelle sue mani.

Volendo schematizzare in breve le azioni più positive della sua direzione: a) restituisce compattezza all’impresa;

b) difende la stabilità finanziaria anche attraverso acquisti azionari contro rischio di scalate;

c) l’Eni diventa major, cioè sale al rango di «sorella». Perciò senza imbarcarsi nella burocrazia dei permessi off-shore in Italia punta ad acquisire disponibilità di greggio e reti di gas soprattutto all’estero;

d) prescinde dagli embarghi voluti dagli Stati Uniti contro paesi del Male (Libia, Iran, Iraq);

e) privilegia i «vettori».

Sono invece limiti della direzione Mincato:

a) Struttura statica nei rapporti di comando, con un rischio di invecchiamento di una scala gerarchica rigida. Al contrario della giovane. Eni di Mattei che si mobilitava nell’interesse nazionale; 

b) una dimensione finanziaria che va solo a beneficio del deficit del Tesoro.O almeno alcuni così pensano.
Veniamo ad una delle tante chiavi di lettura che hanno segnato la vita dell’ENI e pertanto come ormai avete capito pensa Leo Rugens il destino dela Repubblica.

L’ufficio di Mosca, nell’organizzazione delle stazioni estere dell’Eni, fa storia a sé, come quelli in Egitto (ho scritto Egitto) e in Iran. Nasce di fatto con gli accordi che definiscono per l’Eni ruolo di grande compratore negli anni di Krusciov, Kosighin, Patolicev, Gurov. Per costituirlo occorrono affidabili introduzioni, un accreditamento formale e fiduciario, la garanzia con la nomenclatura sovietica sull’uomo chiamato a reggerlo. Il Pci sarà l’intermediario legittimo riconosciuto dal ministero del Commercio con l’estero.

La presenza italiana in Urss non era iniziata con i contratti stipulati dall’Eni. Essi erano stati preceduti dagli scambi commerciali spot di Pietro Savoretti (un genio creativo di cui si è approfondito sempre troppo poco il ruolo) che si era installato a Mosca nel 1956 per occuparsi degli interessi di una società inglese, per poi diventare, dopo il 1960, uomo della Fiat. Questa iniziativa era stata resa possibile, dopo la stipula dei primi due contratti di acquisto di 600 mila tonnellate di petrolio nel 1958 e di un milione nel 1959, dall’accordo del 1960 per 15 milioni di tonnellate in cinque anni a un prezzo del 30-40% inferiore a quello praticato sul mercato internazionale. L’accordo di Mosca del 1960, con le sue connessioni altamente tecnologiche, è già un inizio di globalizzazione, derivante dall’evoluzione del trasporto di energia.
(…)

Mattei la sua crociata delle telecomunicazioni» l’aveva già cominciata nel 1950. Aveva previsto la funzione della rete a scala intercontinentale come sviluppo intermodale dove il trasferimento della merce energia integrasse i vettori a lungo raggio.
Direi che questa frase pescata nei materiali plagiati è una parentesi su cui sarà doveroso tornare a tempo debito per esplorarne i rizomi, rimandi, visioni sistemiche 

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L’Urss non aveva mai affrontato l’organizzazione di progetti di più ampio e diversificato carattere. Vi fu sollecitata dalle spinte che sconvolsero tra il 1959 e il 1960 il mercato del petrolio: la scoperta di grandi giacimenti negli Urali, attorno al Mar Caspio e al Volga. Contemporaneamente al greggio si definiva, dagli stessi giacimenti, la grande abbondanza di gas metano, più stabile nel prezzo e più continuo come mercato unico, attraverso l’utilizzo della rete dei vettori.

(…)

Attraverso questa gestione l’Eni ha acquistato da Gazprom, tra il 1969 e il 1996, 28,5 miliardi di metri cubi di metano di cui, con l’ultimo contratto, due destinati ad Edison attraverso una società mista Agip-Gazprom.

(…) Ma la stazione era anche il centro di smistamento della politica dell’Eni nei rapporti con le aree asiatiche dell’Urss, le sei repubbliche dell’Asia centrale sulle quali si estese, dopo la dissoluzione dell’Urss nel 1991, l’alone del «contraente musulmano». 
Ma guarda guarda cosa spunta!!!
Delle loro capacità, reali o potenziali, si conosceva assai poco anche perchè l’Urss ne aveva accuratamente tenute nascoste le prospettive a partire dal 1923. (…)

Il presidente dell’Eni Gabriele Cagliari, tra il 1989 e il 1990, nel clima della perestrojka di Gorbaciov, riesce a stipulare una joint venture per la concessione di un giacimento in Kazakistan. 
Ma cosa spunta tra le pieghe di questo post, lasciato in rete dal sempre più marginale e ininfluente Leo Rugens?
Per essa viene proposta la collaborazione di una società inglese, la British Gas, ma alla fine del 1991 lo sfascio dell’Urss cambia l’interlocutore. Questo diviene la repubblica musulmana indipendente presieduta da Nazarbayev (sarebbe quello del Caso Ablyazov/Shalabayeva ancora in essere), un oligarca islamico di origine sovietica. La Gazprom, e quindi Mosca, mantiene nel nuovo accordo (dove Agip e British Gas sono in parità di quote) un 15%. Nel 1998 la Gazprom dovrà andarsene ed al suo posto entrerà per la prima volta la Texaco, grande major Usa, con una quota del 20%. Che scambi, che Grandissimo Gioco è questo gioco del “petrolio”. 

(…) Il presidente dell’Eni, ancora totalmente pubblica, cerca accordi diretti con le repubbliche ex sovietiche o anche con quelle rimaste nella Confederazione degli Stati indipendenti. Il primo tentativo è con la Cecenia (i ceceni sarebbero quelli che …): Cagliari vorrebbe realizzare uno scambio tra petrolio e macchinari con una intermediazione complessiva di 300 milioni di dollari. Il contratto però non viene concluso perché, con la privatizzazione dell’Eni, il comando passa a Bernabè. Cioè la privatizzazione come si vede non è cosa da poco. Tantomeno il suicidio di Cagliari. 
Le singole società del gruppo hanno adesso più indipendenza contrattuale. Cosi il presidente della Snam riunisce le società tecnologicamente più avanzate (Nuovo Pignone, Snam Progetti, Saipem) ed apre trattative con il ministero dell’Industria russo e con la Gazprom. La fornitura sarebbe di 5,5 miliardi di metri cubi di gas. Il contratto, di cui non sono a conoscenza né Cagliari né Bernabé, viene firmato dalle società alla vigilia di Natale del 1992. Alla stazione di Mosca non c’è più una rappresentanza unica.

Nei primi mesi del 1993, le vicende giudiziarie della società di San Donato restituiscono a Bernabè quel potere che lo statuto gli ha assegnato. Riprende cosi funzione la rappresentanza di Mosca, mentre si conclude la cessione alla General Electric della Nuovo Pignone, i cui impianti nei paesi ex sovietici non potevano essere venduti per il veto Usa.

(…) Nonostante le iniziative strategiche per le concessioni di ricerca e produzione nelle repubbliche dell’Asia centrale si distacchino ormai da Mosca, la stazione ha ancora un ruolo molto importante. Dopo il nuovo e ultimo contratto per 8 miliardi di metri cubi di metano nel 1996, l’ingegner Moscato (ultimo presidente «interno dell’Eni) e l’amministratore delegato Bernabè nel febbraio del 1998 stipulano con l’allora presidente di Gazprom un accordo quadro di partnership. I russi tengono molto ad un impegno con l’Eni, perchè Mattei rimane l’europeo più prestigioso nella loro storia.

L’accordo riguarda tre punti fondamentali per l’ingresso dell’Eni nella struttura energetica della Russia verso l’estero: a) acquisizioni di azioni Gazprom in cambio di concessioni di giacimenti;

b) commercializzazione di gas Eni-Gazprom verso alcuni paesi europei, tra cui la Turchia;

c) realizzazione da parte di Sagem dell’oleodotto Blue Stream. L’Eni dovrebbe acquistare il 3% delle azioni Gazprom che in quel 1998 è valutata 16 miliardi di dollari. Il contratto lasciato in eredità al successore di Bernabè non verrà concluso. Mincato giudica troppo rischioso l’intervento azionario. La quota verrà assunta nel 2000 dai tedeschi della Ruhr Gas.

(…) L’Eni con la sua stazione è stato sempre considerato dai russi l’interlocutore più attendibile non solo per i programmi di acquisto di forniture ma anche per l’indotto relativo all’organizzazione della fornitura di tecnologia.

In realtà ho plagiato (vedi sopra) e per questo li ringrazio Michele Mennielli e Margherita Paolini. Due che ne sanno cento volte più di me. Ma loro nel raccontare non avrebbero mai potuto aprire (per ruolo e serietà professionale che io non ho) una riflessione su Franco Bernabè e il suo operato. Acqua passata non macina più direte voi e noi lo sappiamo ma mentre quasi tutti i protagonisti di quegli anni cruciali sono morti, lui è ancora di fiducia del Premier Draghi in un settore strategico come l’acciaio. Direi di non distrarsi e cercare di capire, dopo aver visto come sono andati a finire l’energia e la politica estera, le telecomunicazioni e i macro dati impliciti, quale sorte per la nostra gente, di Taranto e d’Italia tutta, si prefigura all’ILVA

Oreste Grani/Leo Rugens