L’elezione del Presidente della Repubblica avverrà in un clima torbido?


Sottotitolo: “Il processo tecnologico messo su senza inquadrare il problema non mi piace“.  Ugo La Malfa, 1965.


Qualche anno addietro (in realtà scrivo da decine di anni), Ugo La Malfa (quando io ero “pacciardiano” sfegatato), saggiamente e con lungimiranza, diceva in un congresso del Partito: “Personalmente passavo per un uomo moderno, tanto moderno che alcuni amici del PRI mi vogliono espellere. Per eccesso di modernità. Se essi credono che facendomi crescere una barba le cose vadano meglio, me la faccio crescere. Ebbene, i nodi vengono al pettine. Dopo la relazione dell’on. Petrilli sono diventato un passatista. Ma questa storia che noi dobbiamo accelerare il processo tecnologico, messa su senza inquadrare il problema, non mi piace. Il presidente dell’IRI Petrilli, che io stimo, ha rettificato il piano presentato dal ministro Pieraccini, affermando che il problema prioritario è l’efficienza produttiva e quindi la necessità di una accelerata trasformazione tecnologica. L’avevo già preceduto, mettendo i puntini sugli i, ammonendo di stare molto attenti. Per essere competitivi, si dice, noi dobbiamo metterci alla pari delle grandi organizzazioni industriali moderne degli Stati Uniti o della Germania. Ma gli Stati Uniti  e la Germania non hanno vasti strati di disoccupazione e sottoccupazione (eravamo nel 1965 ed oggi il ragionamento sarebbe molto molto molto simile ndr) quali noi abbiamo, e il nostro processo di sviluppo è necessariamente diverso. Sarebbe un’astrattezza se noi, per il gusto dell’ammodernamento tecnologico, ponessimo un problema avulso dal tipo di società in cui viviamo. Più passatista di così! Ma perché è così. L’accelerazione dello sviluppo tecnologico presuppone una società a pieno impiego e ad alti salari.”

Vogliamo dopo decenni dargli torto? Così era e così è. E chi non tiene conto di tali “verità” sa poco o nulla di economia e di società equa e, in quanto tale, giusta e sicura. “Finché queste condizioni non ci sono, non c’è nemmeno la possibilità o la convenienza di un accelerato sviluppo tecnologico. E poi, accelerando le trasformazioni e aggiungendo disoccupazione a disoccupazione, a chi si vendono i prodotti?” Si direbbe ancora oggi se fossimo onesti e ragionanti: non fa una piega.

Questo – continuava La Malfaè il vecchio dramma dell’economia italiana che crede di fondarsi soltanto sull’esportazione. Le grandi economie (giuste e quindi implicitamente sicure, aggiungo ancora oggi io nella mia marginalità e ininfluenza) si creano sul mercato interno e l’esportazione si fa, se non marginale, secondaria. Purtroppo – pre-vedeva il segretario del PRI – penso che per molti anni gli operai italiani dovranno sudare a più bassi salari per mantenere ed estendere l’occupazione. Triste destino: gli alti salari del Mercato comune europeo sono un punto di arrivo, non un punto di partenza. Quante illusioni legate al miracolo economico! Questo, del rapporto fra occupazione e trasformazione tecnologica, sarà l’oggetto del dibattito futuro parlamentare sulla programmazione. Io non accetto, lo dichiaro francamente, non accetto l’impostazione del CNEL. Lo sviluppo tecnologico nel deserto delle zone meridionali, della disoccupazione, della sottoccupazione, non è una prospettiva che mi piace. Alcune aziende pilota, all’altezza delle grandi industrie straniere, e poi? E poi la depressione che ci circonda.

Queste parole venivano pronunciate poche settimane dopo la “battaglia politica” per l’elezione del Presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat. Perché, anche allora, le elezioni per il presidente della Repubblica, venivano vissute come un momento cruciale della vita politica della comunità. Era il 29 dicembre 1964 quando fu eletto Saragat e l’angoscia di quella difficile battaglia era diffusa: si temeva infatti di aggiungere, sbagliando nella scelta, un punto di oscurità, per sette anni, al vertice della vita dello Stato repubblicano, un punto di condizionamento politico e costituzionali non chiaro. Si temeva, negli ambienti con un po’ di sale in zucca e un residuo di amor di Patria, di aggiungere alle difficoltà quotidiane della vita politica del paese segnali ambigui inviati, con una scelta inopportuna, nel “grande concerto internazionale“, si diceva allora. Si sapeva, sentite a me che c’ero, da ragazzetto ma c’ero, che taluni personaggi pensavano di poter pescare nel torbido, aggiungere difficoltà a difficoltà, equivoco ad equivoco. E i repubblicani, sia pur con pochi voti personali ma molti altrui, riuscirono a dare alla Repubblica un uomo dell’antifascismo, della Resistenza, della libertà e della democrazia. L’elezione del Presidente della Repubblica, allora come oggi, deve essere il punto di partenza per la riaffermazione di una politica limpidamente democratica. Nella scelta dobbiamo intravedere un futuro, non un passato oscuro e malandrino. Ciarlare di Berlusconi e della sua corte dei miracoli non ha nulla di limpido. Vedete, nei prossimi giorni, di far emergere altre ipotesi. 

Oreste Grani /Leo Rugens