Calisto Tanzi: i fratelli Piccini (Sergio e Pio) e la loro differente sorte


La morte di Calisto Tanzi obbligherebbe ogni persona adulta e “vaccinata” (capisco che di questi tempi la formula diventa una battuta di cattivo gusto) a informarsi su come la giustizia in quel crack sia stata spesso matrigna non solo con alcuni ma con il soggetto primo da tutelare che doveva essere sempre il “padrone di casa” cioè il popolo italiano. Tutti i soldi che sono svaniti sono soldi sottratti al controllo del fisco e pertanto alla collettività. Invece ogni ricostruzione di quegli eventi (decine di anni di malversazioni, truffe, corruzioni, calcoli opportunistici, svuotamento di casse, acquisto di aziende in coma profondo, politica foraggiata con nomi e cognomi di politici “bonificati”, sponsorizzazioni per facilitare false fatturazioni, campagne pubblicitarie ideate per far girare “stecche”) ha assunto poco valore “giudiziario” (Lei ha preso soldi da Tanzi? Ma certamente no, dottore! Le pare? Va bene così. Avanti un altro…) e non ha avuto, fino ad oggi, alcun valore educativo e formativo a vantaggio di una coscienza civile di quello che banche, banchieri, finanzieri sono capaci di fare per favorire i membri della Casta a discapito delle persone “normali”.  E questo a prescindere dal mondo che è stato in parte descritto da Luca Palamara da Santa Cristina d’Aspromonte e da Pietro Amara da Augusta.

Descrizioni che devono sempre accompagnarci quando mettiamo testa, buona testa, a ricostruzioni che viceversa potrebbero apparire eccessivamente fantasiose se non caricaturali. Difficile infatti credere che alla fine (tranne qualche morto su cui sarebbe stato onesto indagare con metodo scientifico) migliaia di milioni di vecchie lire prima e milioni di euro dopo siano spariti senza dei veri beneficiari. Stralcio un brano da quanto, da anni, cerco di evidenziare sempre nella speranza che qualcuno, potendolo fare, faccia un po’ di luce su quel groviglio bituminoso che è stato il dissesto della Parmalat. Ma veramente potete credere che avrei perfino sopportato di frequentare una come la reggi coda di Pio Piccini (stiamo parlando del fratello minore di Sergio) tale Claudia Pasqui (vedi) se non avessi avuto la grande curiosità (e la speranza) che “collaborando” con  Pio (per mesi l’ho fatto turandomi il naso, assecondandolo perfino quando i comportamenti “ganzi” lo rendevano pericoloso per sé e per gli altri), alla fine avrei saputo perché suo fratello (il grande elemosiniere di Tanzi) era morto in circostanze tanto oscure. Perché, sentite a me, era la figura di Sergio Piccini (e la dinamica della sua morte) che andava investigata a suo tempo e debito per capire, ad esempio, come la politica, corrotta (incassava parte dei denari ricavati dalle vendite dei prodotti della Parmalat), fosse la vera sponda del disegno criminale del Tanzi. Tanzi amava comprare qualche quadro di grande valore e i politici di prima grandezza di quegli anni. Sempre ben consigliato, finché era vivo, a “chi” passare soldi. Anche perché Sergio era lui a consegnare il denaro. Sempre accompagnato, a Roma o fuori Roma, dal fedelissimo autista che proprio la sera dell’incidente fatale non guidava il mezzo con cui Sergio tornava dal Pavarotti Day. E questo dettaglio non minore me lo raccontarono non solo Pio ma soprattutto l’autista “assente”. Autista (mi sembra di ricordare anche ex poliziotto) che, anni dopo, per alcuni mesi, ha avuto l’onere (sono un petulante passeggero che non si fida quasi di nessuno come pilota ma lui, al volante, era un signor professionista) di accompagnarmi, dentro o fuori Roma. Autista professionale che mai mai mai avrebbe avuto un incidente in fin dei conti banale (da soli e senza impatto con altri veicoli) nella sua dinamica raccontata dal superstite. Banale ma sufficiente perché Sergio Piccini (il grande consegnatore di denaro illecito) morisse e, viceversa, il pilota (in sostituzione “forzata” da alcuni giorni del titolare fedelissimo) riportasse una banale escoriazione ad una mano. Questo tre anni prima del grande crack. E per uno come me questo dettaglio era stato più che sufficiente per appassionarmi a Pio, in fin dei conti, ora la sparo grossa, un bravo ragazzo, un po’ criminale, ma con la vera macina al collo di essere cresciuto all’ombra di un fuoriclasse del fenomeno corruttivo quale era il fratello maggiore Sergio. Pio riteneva, con tale esempio in casa, che quella fosse la strada maestra dell’imprenditore e i miei appelli a che, rinunciando alla vita facile (anche se doveva per mantenere il ritmo produttivo/corruttivo lavorare 20 ore su 24), utilizzasse solo la sua intelligenza e conoscenza della materia informatica che certamente non gli mancavano, come si sa caddero nel vuoto. Ma era più “ganzo” (è così che la pensavi) fottere il prossimo che lavorare onestamente. Difficile, con questi pensieri dominanti, non finire male. Come è finito. Non malissimo come suo fratello Sergio, ma certamente male.


Oreste Grani/Leo Rugens


Durante il processo, Tanzi ha dichiarato alla magistratura italiana di aver finanziato fin dagli anni sessanta diverse banche, per ottenere crediti e condizionarne le nomine. Dai verbali di queste dichiarazioni inoltre risultano tra i finanziati molti nomi di politici, gran parte dei quali riconducibili alla Democrazia Cristiana di allora: Arnaldo Forlani, Emilio Colombo, Paolo Cirino Pomicino, Fabio Fabbri, Claudio Signorile, Calogero Mannino, Carlo Fracanzani, Francesco Speroni, Stefano Stefani, Massimo D’Alema, Lamberto Dini, Gianfranco Fini, Ciriaco De Mita, Bruno Tabacci, Adriano Sansa, Oscar Luigi Scalfaro, Pier Luigi Bersani, Renzo Lusetti, Giuseppe Gargani, tutti i quali hanno peraltro negato la circostanza. Hanno invece ammesso di aver ricevuto somme inferiori ai cinquemila euro, e quindi esenti da dichiarazione, Pier Ferdinando Casini, Romano Prodi, Rocco Buttiglione, Pierluigi Castagnetti e Mariotto Segni. Mentre la procura di Parma ha accertato e rintracciato questi flussi di denaro, molti si sono difesi in virtù del fatto che pensavano che i fondi in questione provenissero direttamente da Tanzi e non dalle casse della sua società. Nel 2004 Fausto Tonna avrebbe parlato del coinvolgimento Donatella Zingone, moglie del politico Lamberto Dini, e di Franco Bonferroni. La prima aveva posseduto una linea di supermercati in Costa Rica: uno stabilimento di questi sarebbe stato comprato da un consulente di Tanzi, Ottone, «a un prezzo a dir poco osceno» con i soldi di Parmalat Nicaragua. Il secondo avrebbe consigliato l’acquisto di certi stabilimenti in Vietnam e Cambogia, operazioni per cui avrebbe percepito delle commissioni. In merito al finanziamento al quotidiano Il Foglio, Tanzi ha dichiarato di aver versato dai 500 milioni al miliardo di lire, ma interpellato dal procuratore di Bologna, Vito Zincani, Ferrara non ha ritenuto di dover deporre. L’autorità giudiziaria italiana rilevò che sono uscite dalle casse della Parmalat, coperti in bilancio dalla voce sponsorizzazione, circa 12 milioni di euro.[1] Inoltre riguardo l’acquisizione di Eurolat la magistratura ha supposto che l’operazione d’acquisto da parte di Parmalat fosse stata pilotata da gruppi bancari per alleggerire la loro esposizione in posizioni “incagliate” con un’operazione contestata anche dall’Autorità per la Concorrenza.