Deltacron?


Isolato a Cipro il virus Deltacron. Stiamo dicendo che gli “scienziati” (ormai una corporazione benemerita in seduta permanente davanti ai microscopi o dove si da la caccia ai virus) ritengono l’ibrido tra il Delta e l’Omicron pronto a trasmettersi da uomo a uomo con la velocità che vedremo. Stiamo parlando di pandemie su pandemie. Per intendersi (sono consapevole di non essere nessuno se non la persona che, nella sua marginalità e ininfluenza, sia dal 2013, lasciava in rete la preoccupazione che ci si dovesse preparare all’ipotesi che una delle tante epidemie stagionali trovasse modo di assumere la forma devastante di una pandemia planetaria) sarebbe forse onesto dire alle persone che lo scenario che si prefigura prevede di dover affrontare la complessità di più pandemie contemporaneamente caratterizzate da virus capaci, da piccoli focolai, di diffondersi con velocità esponenziale tra la gente già aggredita (e da tanti punti di vista debilitata) da altre ondate perniciose di altri virus. Virus quindi quanto mai eterogenei, vari a secondo del focolaio/territorio/ambiente umano in cui sono nati, diversi da zona geografica a zona geografica, che assumono forme a seconda dei livelli delle difese immunitarie presenti in quella popolazione dove avviene la “mutazione”. 

Se ho capito quel che ho letto in questi anni (e quindi non mi sto improvvisando in veste di nulla e in totale umiltà di intenti) sono tante le pandemie che stiamo contestualmente affrontando quasi fossero orde di nemici che ci attaccano in campo aperto o tra le nostre stesse fila ma con tempi e modalità difficilissime da prevedere. Il sistema immunitario di ciascuno deve affrontare, senza reali protezioni farmacologiche se non il grado di eccellenza salutare pregresso, più virus ed ognuna di queste “bestioline” potrebbe scardinare il nostro apparato difensivo. E questo, che nessuno me ne voglia, per anni. Direi che aver mancato il compito di addestrare i cittadini alle ipotesi quali quelle che stiamo vivendo, è colpa grave. E la mancanza di ragionamenti su chi ha mancato al compito (parlo della politica che ha piazzato negli ultimi quindi anni personaggetti di infimo livello a presidio dei ministeri competenti) di sviluppare Piani Nazionali e, in base a quei piani, attuare simulazioni teoriche (qualora, dovremo fare così e così) ed esercitazioni pratiche. Capisco che una cosa sono le esercitazioni in previsione dei bombardamenti e una cosa è la tempesta di fuoco quando si abbatte in guerra. Capisco che una cosa è ipotizzare un terremoto e una altra cosa è il sisma quando si verifica. Capisco il gap tra il dire e il fare ma che, a pandemia scoppiata e riconosciuta, si sia stati in balia, per un tempo eterno, di un piccolo affarista partitocratico quale il bradipo Domenico Arcuri (con annessi e connessi) è questione che non riuscirò mai ad accettare come un semplice errore di valutazione. Così come lo sbandamento di un ministro quale Roberto Speranza che ha ritenuto, certamente mal consigliato, di cogliere l’attimo, quasi fosse un’occasione di mercato, per scrivere (o far scrivere) un libro di cui si è dovuto subito dopo vergognare. 

Si è aperta una stagione che va onestamente definita complessa che per risolversi (non parlo quindi solo del dramma dei morti e dei feriti ma di quanto sta accadendo in campo economico, politico e sociale) ha bisogno di tempo. Un tempo che potrebbe essere quantizzabile in anni. Forse, molti anni. Oggi quel poco che vedo attuarsi come risposta al dramma in essere ha le caratteristiche di semplici interventi “a contenimento” delle emergenze. Se non troviamo modo di cominciare noi esseri pensanti a dettare l’agenda (quanto vi è piaciuta questa espressione quando doveva essere spesa nel mondarello politico istituzionale?), i virus avranno per troppo tempo campo libero. Dobbiamo, mentre ci difendiamo ed esercitiamo ogni forma di prudenza possibile, cominciare a individuare i percorsi possibili per uscire dal processo di limitazione giuridica in cui accettiamo di vivere o avranno ragione i violenti e gli  incapaci di adeguarsi all’emergenza. Dobbiamo avere chiaro che siamo in attesa di riprendere il percorso (che si è gravemente interrotto) della separazione dei poteri, della vitale disputa sulle funzioni di competenza di chi detiene il potere in un determinato territorio, il potere di fare le leggi, di farle eseguire e di giudicare in base ad esse del giusto e dell’ingiusto. Stiamo dando vita ad un inenarrabile casino e da questo casino dobbiamo cominciare ad uscire quanto prima ma certamente non pensando di affidare il percorso salvifico a gentarella come quella che il setaccio partitocratico ha posto in sella.

Non dico di affidarci ad una schiera di improbabili eroi disperati e caparbi, a donne e uomini che “sanno troppo” e che potrebbero arrivare a dimostrare “che le macchine pensano”, ma almeno che mostrino di saper interpretare il presente provando a vedere il mondo futuro pensando per sistemi arrivando a semplificare la complessità senza banalizzarla. Capisco che detta così la cosa ci porta a dover cercare per guidare il Paese degli Albert Einstein che, non a caso, ho appena, sia pure a modo mio e con i miei notori limiti, citato. E se devo cercare/trovare un’altra citazione eccola: “se vogliamo un futuro degno per tutti, in Italia come nel Mondo, non possiamo che andare in questa direzione“.  Sarebbe di ri-cominciare a pensare e chiedere conto di come le questioni vengono affrontate. Si tratta certamente di cominciare a pensare anche per sistemi. Tenendo conto che non mi riferisco/rivolgo a Matteo Renzi, Matteo Salvini, Giorgia Meloni, Giancarlo Giorgetti, Maurizio Gasparri, Ignazio Larussa, e tutto il ciarpame sopravvissuto aggrappato alle zattere che galleggiano intorno a Giuseppe Conte o a Enrico Letta
Oreste Grani/Leo Rugens