Paolo Fulci: Signora, io sono l’ambasciatore d’Italia, non un sergente dei Marines!

E’ morto l’ambasciatore Paolo Fulci. Il Direttore, siciliano di Messina (era nato il 19 marzo 1931 e quindi ha vissuto a lungo e intensamente) si era laureato con lode in giurisprudenza nel 1953 all’Università di Messina, ha conseguito un “Master in Diritto Comparato” alla Columbia University di New York, dove ha studiato con una borsa di studio Fulbright dal 1954 al 1955. Successivamente ha conseguito il prestigioso Diploma dell’Accademia di Diritto Internazionale a L’Aia e ha frequentato il Collegio d’Europa di Bruges in Belgio, in preparazione del concorso diplomatico.

– Diplomatico di carriera, era entrato al ministero degli Esteri, per concorso, nel 1956. Nel corso della sua lunga carriera diplomatica, Fulci ha servito l’Italia in importanti capitali mondiali come Tokyo, Parigi, Mosca. Dal 1976 al 1980, è Capo della Segreteria del Presidente del Senato Amintore Fanfani; dal 1980 al 1985 Ambasciatore d’Italia in Canada e dal 1985 al 1991 è stato Ambasciatore alla NATO a Bruxelles.

– L’Ambasciatore Fulci è Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana e Cavaliere d’Onore e Devozione del Sovrano Militare Ordine di Malta.

– È stato Segretario Generale italiano del Comitato Esecutivo italiano per la Sicurezza e l’Intelligence (CESIS) dal 1991 al 1993, alle dirette dipendenze del Capo del Governo.

– Ha concluso la carriera diplomatica, come Rappresentante permanente d’Italia alle Nazioni Unite (1993-1999). Nel gennaio del 1999 venne eletto all’unanimità Presidente del Consiglio Economico e Sociale (ECOSOC), dopo aver ricoperto, l’anno prima, il ruolo di Vice Presidente.

– Come Rappresentante Permanente (incarico prolungatogli eccezionalmente dal Governo italiano per quasi due anni dopo il raggiungimento dei limiti d’età), l’Ambasciatore Fulci è stato altresì per due volte Presidente del Consiglio di Sicurezza (settembre 1995 e dicembre 1996). Nel 1997 fu il primo degli eletti nel Comitato ONU per i Diritti del Fanciullo a Ginevra.

– Alle Nazioni Unite, in collaborazione con gli Ambasciatori d’Egitto, Messico e Pakistan, ha fondato il cosiddetto Coffee Club, un gruppo di Paesi, nato nel 1995, per opporsi all’aumento dei membri permanenti del Consiglio di Sicurezza e favorire l’ampliamento dei seggi non permanenti. Nel 1998 l’Ambasciatore Fulci è stato il proponente e principale sostenitore della risoluzione procedurale, presentata dai Paesi del “Coffee Club” e approvata dall’Assemblea Generale: questa ha stabilito che qualsiasi risoluzione, documento o decisione sulla riforma del Consiglio di Sicurezza, in qualunque stadio del processo di riforma, debba essere adottata con la maggioranza dei due terzi degli Stati membri delle Nazioni Unite. Il “Coffee Club” è stato recentemente rifondato dall’Italia e dal Pakistan e ribattezzato col nome di “Uniting for Consensus”: ciò sempre al fine di bloccare il tentativo di Germania, India, Giappone e Brasile di ottenere un seggio permanente nel Consiglio, lasciando fuori altri Paesi non meno qualificati, tra cui l’Italia.

– Nella sua qualità di Presidente del Consiglio Economico e Sociale, Francesco Paolo Fulci ha redatto e sottoscritto il “Manifesto contro la Povertà”, elencando dieci priorità. Gran parte di queste ultime è stata successivamente inserita nella Dichiarazione ONU del Millennio e negli Obiettivi dello Sviluppo del Millennio, adottati nel Settembre 2000, così come nel “Monterrey Consensus” del 2002, a conclusione della Conferenza Internazionale sul Finanziamento allo Sviluppo.

– Il suo modo di agire fermo ma franco gli ha procurato il rispetto anche da parte di politici che sperimentarono direttamente la sua fermezza nel perseguire un ruolo non subalterno dell’Italia sullo scenario internazionale:

Alla Casa Italiana Zerilli Marimò così come più volte nel libro, sono state anche ricordate le parole che l’ex inviata Usa all’Onu Madeleine Albright scrisse sulla fotografia regalata a Fulci (e che lui tenne sempre nel suo ufficio) prima di tornare a Washington come segretario di Stato dell’Amministrazione Clinton: “Your diplomacy is legend”, la tua diplomazia è leggendaria. E la Albright sapeva di cosa stesse parlando. Nel libro, il diplomatico Paolo Casardi… racconta un episodio emblematico: “Ricordo… il primo incontro dell’Ambasciatore USA, Madeleine Albright, con l’Ambasciatore Fulci… L’ambasciatore Fulci ed io sedemmo su un divano, la Albright su una poltrona vicina. Senza troppi preamboli la Signora cominciò a spiegarci la sostanza dei vari dossiers in trattazione al Consiglio di Sicurezza… Cominciò quindi ad elencare le cose che evidentemente si aspettava dall’Italia e dall’Ambasciatore italiano: per la Libia dovete fare questo, sul Sudan dovrete dire quest’altro. Il tono della Albright era quello del professore con l’alunno; notai che il volto dell’ambasciatore Fulci andava scurendosi. Purtroppo la nostra interlocutrice continuava spedita: per l’Iraq ci aspettiamo che facciate così, sulla Corea del Nord dovrete dire la tale cosa, ecc. Arrivati a circa metà dell’esposizione, l’Ambasciatore Fulci interruppe la Albright e con tono deciso disse: Signora ho ascoltato abbastanza; lei ha evidentemente dimenticato che io sono l’Ambasciatore d’Italia, non un sergente dei Marines!”.

– Fulci è stato fautore di un approccio innovativo nella diplomazia multilaterale, ponendo maggiore enfasi sul coinvolgimento stretto e costante di tutti i collaboratori, sulla comunicazione e sui rapporti personali. La formula è stata illustrata in un saggio redatto da 14 collaboratori di Fulci a New York, pubblicato sotto il titolo L’Italia all’ONU 1993-1999. Gli anni con Paolo Fulci: quando la diplomazia fa gioco di squadra, a cura di Ranieri Tallarigo, Rubbettino. Grazie a tale formula, l’Italia vinse all’ONU, in quegli anni, ben 27 su 28 competizioni elettorali a cui partecipò: un record mai prima raggiunto.

A questa mole di attestati, aggiungiamo, con un sorriso sulle labbra e l’acquolina in bocca, che il signor ambasciatore è, dal 24 giugno 2011, festa di San Giovanni Battista, presidente della, a mio giudizio, più importante azienda italiana: la Ferrero spa, cioè il gruppo industriale produttore della “cosa” più buona del mondo, cioè la Nutella.

Da questo sorriso che mi sono voluto concedere e che ho voluto offrire ai pochi lettori, ai miei familiari, torniamo a Francesco Paolo Fulci.

Nel maggio del 1993 l’ambasciatore, ex direttore del CESIS (il comitato che coordinava i servizi prima della riforma del 2007), persona sana di mente, denunciò alla Procura di Roma 15 o 16 (mi scuso ma comincio ad invecchiare) ufficiali della VII divisione del SISMI con sede centrale a Cerveteri, dove operava anche un centro intercettazioni dell’Intelligence Militare ed una sorta di unità specializzata nel contrasto al terrorismo e nella guerriglia psicologica. L’ambasciatore accusava gli ufficiali di essere gli ispiratori della famigerata ed enigmatica Falange Armata, una sigla che fra il 27 ottobre del 1989 e il 29 marzo del 1993 aveva rivendicato oltre 400 azioni di carattere eversivo, tra cui anche la strage di Capaci e l’autobomba in via Marino D’Amelio a Palermo dove morirono Paolo Borsellino e i 5 uomini della scorta.

Questi sono alcuni dei misfatti organizzati dalla Falange armata:

27 ottobre 1989

Un uomo con accento straniero rivendica ad un gruppo dalla denominazione simile, la Falange Armata Carceraria, con una telefonata all’ANSA di Bologna, il prossimo omicidio di Umberto Mormile, educatore del carcere di Opera, vicino a Milano .

11 aprile 1990

Umberto Mormile è assassinato.

5 novembre 1990

Un uomo con accento straniero – con una telefonata all’ANSA di Torino – avverte di un attentato ai carabinieri. Questa volta, ma non si sa se di tratta del lo stesso uomo, parla a nome della Falange Armata e si assume la responsabilità del duplice omicidio, avvenuto a Catania il 31 ottobre, degli industriali Alessandro Rovetta e Francesco Vecchio delle Acciaierie Megara. Secondo lo sconosciuto, Moretti e Gallinari sanno molto di più e così pure i servizi segreti.

15 dicembre 1990

Un uomo con accento tedesco telefona alla sede ANSA di Genova per leggere un messaggio della Falange contenente minacce di morte contro quattro educatori e sei direttori di altrettante carceri.

30 dicembre 1990

Ancora la Falange Armata Carceraria, con una chiamata all’ANSA di Bologna, prende su di sé la responsabilità dell’esplosione di un a bomba in un edificio sulla strada Massa-Marina di Massa. L’obiettivo è la casa del direttore del carcere di Massa.

5 gennaio 1991

Un uomo con accento straniero rivendica, con una telefonata all’ANSA di Torino, l’uccisione di ieri di tre giovani carabinieri a Bologna . L’uomo dice: “Vi avevamo avvertito” . Le tre giovani vittime sono: Otello Stefanini, Mauro Mitilini, Andrea Moneta. Gli investigatori stanno però vagliando anche due chiamate al Sindacato di Polizia di Bologna tre ore prima del massacro. Uno straniero ha definito “banditi di stato” i tutori dell’ordine e li ha minacciati di morte, dicendo che avrebbero pagato per le stragi.

l° aprile 1991

Con un a telefonata anonima alla Redazione Romana di La Repubblica un tizio ribadisce la condanna a morte del giornalista Giuseppe D’Avanzo, preannunciata la settimana scorsa agli uffici bolognesi di La Repubblica.

20 giugno 1991

Minaccia il Capo dello Stato Francesco Cossiga con due telefonate: una al Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri ed una alla Questura di Roma. Una persona con accento tedesco afferma: “Faremo un attentato al Presidente Cossiga”. La minaccia è firmata dal Movimento Nazionale Rivoluzionario, ma gli inquirenti vedono dietro questa firma l’ombra della Falange Armata.

21giugno 1991

La stessa firma indirizza altre minacce al presidente della Commissione Stragi, On. Libero Gualtieri, con identico tono, con identica voce. Le telefonate di questi ultimi giorni hanno messo in allarme Questura e Carabinieri. li servizio di sicurezza attorno al Presidente della Repubblica è triplicato. In Questura un funzionario afferma: “Siamo molto preoccupati, anche in relazione al fatto che Cossiga è sta to Ministro dell’interno in uno dei periodi più oscuri” .

11 luglio 1991

Minacce di morte contro il Presidente Cossiga con un comunicato telefonico alla sede ANSA di Firenze. Minaccia di attentato contro il direttore di La Repubblica, Eugenio Scalfari, con un comunicato telefonico alla sede torinese di La Repubblica.

3 novembre 1991

Rivendica in serata – con una telefonata all’ANSA di Palermo – l’attentato di ieri – con benzina e 10 kg. di dinamite – alla villa di Pippo Baudo, presentatore della RAI TG1. La villa, ad Acireale, è stata completamente distrutta ed il danno sfiora i tre miliardi di lire.

7 gennaio 1992

Progetto politico continuo. Così un anonimo telefonista della Falange Armata rivendica l’attentato al treno Lecce-Zurigo. Il solito accento tedesco, la solita chiamata in ritardo rispetto agli attacchi ed il solito scetticismo da parte degli inquirenti. Di quale “progetto politico” si tratta? Lo avevano già annunciato tre mesi fa: i terroristi puntano alla “militarizzazione del territorio nazionale”.

23 maggio 1992

Con una telefonata all’ANSA di Palermo, verso l’ora di cena, rivendica l’attentato delle 17,58 al giudice Giovanni Falcone. Mille chili di esplosivo – piazzati in una fossa, a un metro dal sottopassaggio che taglia l’autostrada Trapani-Palermo all’altezza dello svincolo di Capaci e Isola delle Femmine a 5,6 chilometri dal capoluogo siciliano – fatti esplodere a distanza con un telecomando – uccidono Giovanni Falcone, Direttore Generale degli Affari Penali del Ministero di Grazia e Giustizia – sua moglie, Francesca Morvillo, 36 anni, tre uomini della scorta, Antonio Montinaro, Rocco Di Clio, Vito Schifani e feriscono molte persone. Lo scoppio è stato tale da distruggere 50 metri di autostrada su ambedue le corsie di scorrimento. Falcone è morto tra le lamiere di un’auto bianca Fiat Croma. L’attentato avviene in un momento difficile e confuso del Paese e rappresenta un intreccio tra atti della malavita organizzata e le scadenze della politica che avvelenano la vita pubblica dell’Italia.

11 luglio 1992

Alle ore 21,30 un uomo della Falange Armata telefona all’agenzia Adnkronos per fornire un“codice di riconoscimento” per accertare l’autenticità di eventuali azioni o rivendicazioni. L’uomo minaccia Leoluca Orlando e l’ex magistrato palermitano Giuseppe Ayala.

13 luglio 1992

La solita voce con accento straniero, poco prima delle 17, parla con la redazione dell’agenzia Adnkronos a nome della Falange Armata. L’anonimo ripete che Orlando non verrà ammazzato in Sicilia. Secondo la Falange, “intorno alla figura” dell’ex sindaco di Palermo, “si sta producendo allarmismo esaltato, artefatto, giustificatorio e beffardo”. Il telefonista, un uomo che si esprime in perfetto italiano, si qualifica con il “codice di riconoscimento” fornito sabato scorso . L’ex sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, è in pericolo. La Mafia, o chi per essa, che da tempo ha inserito il leader della Rete nella lista dei nemici potrebbe aver deciso di attentare alla sua vita. Preoccupazioni per l’incolumità di Orlando sono state espresse da più parti, ma erano rimaste prive dell’autorevole conferma degli esperti. Oggi questa conferma è arrivata dal Viminale. Una nota del Dipartimento di Pubblica Sicurezza non lascia dubbi sulla natura delle preoccupazioni: vi sono timori di attentati alla vita del deputato della Rete. Scontate, quindi, le contromisure: “Sulla base di indicazioni pervenute dalla Criminalpol – si legge nella nota – è stata data ospitalità al parlamentare in strutture dell’amministrazione e suggerito al medesimo di contenere le attività pubbliche all’esterno”. Il deputato siciliano, dunque, quando si trova fuori Palermo, dorme nelle caserme della polizia o dei carabinieri.

19 luglio 1992

Alle ore 16,55 muoiono, massacrati da un’auto-bomba in via Mariano D’Amelio a Palermo, il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti della sua scorta, fra cui una donna. Giungono, alle redazioni dell’ANSA di Torino e di Roma, due telefonate: una persona dice di parlare a nome della “Falange Armata” rivendica la strage di Palermo. Le due telefonate sono state fatte da un uomo che ha parlato senza la minima inflessione. Nelle brevi conversazioni l’uomo ha anche lasciato un “numero come codice di riconoscimento” ed ha detto che la “Falange Armata” rivendica la responsabilità politica e la paternità morale di quanto è accaduto a Palermo.

25 luglio 1992, dopo le ore 16

Rivendicazione della strage di Palermo di domenica scorsa, minacce per Nicolò Amato, direttore degli Istituti di Prevenzione e Pena, annuncio di un programma di militarizzazione dell’ intero territorio nazionale. Questi i contenuti di due “risoluzioni” della Falange Armata, dettate all’agenzia Adnkronos.

l° agosto 1992

Giunge all’agenzia di stampa Adnkronos di Roma una telefonata a nome della  Falange Armata. L’interlocutore, parlando con accento siciliano che non sembra del tutto autentico, dice: “Qui Falange Armata. Il ministro Martelli, ragazzino viziato, impudente ed arrogante che si diletta a combattere guerre di carte con i soldatini di piombo, ha tirato anche al buon Caponnetto (giudice ispiratore del pool antimafia) e alla sua famiglia uno scherzo mortale” . “Ancorché una o due volte il problema sia stato con attenzione esaminato e vagliato – aggiunge il messaggero della Falange Armata – nessuno fino ad oggi aveva seriamente pensato di torcere un capello ad Antonino Caponnetto ed alla sua famiglia. In questa direzione la Falange Armata ha usato sempre la sua autorità e capacità di persuasione politica e strategica, ma adesso constatiamo purtroppo che tale problema effettivamente si pone”. Nella telefonata, la Falange Armata – per farsi riconoscere – usa il codice di riferimento comunicato in data 19 luglio. Nel fatto di specie la Falange Armata comunica un numero corrispondente a quello convenuto. La telefonata smuove inquietudini mai sopite e ravvivate dalle ultime stragi. Antonino Caponnetto, ex capo del pool antimafia, ha di fatto accettato l’incarico di consulente antimafia offertogli dal ministro Claudio Martelli.

10 agosto 1992 ore 12,00

Informa, con una telefonata ed è la 269esima, che ucciderà Claudio Martelli, Ministro di grazia e giustizia e Nicolò Amato, Direttore Generale delle Carceri.

31 ottobre 1992

Giunge all’agenzia Adnkronos questa telefonata: “Al termine di una lunga, intensa, laboriosa e assai circostanziata discussione, il Comitato Politico della Falange Armata è pervenuto alla conclusione di decretare la condanna a morte del procuratore della Repubblica di Palmi Agostino Cordova”. La telefonata giunge al termine di una giornata di tensione e clamorose novità nella delicatissima inchiesta sulla Massoneria. Proprio oggi è stato interrogato per quattro ore il Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia, Giuliano Di Bernardo, davanti al procuratore di Palmi Cordova. Proprio oggi sono stati spiccati trenta avvisi di garanzia e sono state fatte perquisizioni in logge massoniche sparse per tutta Italia.

16 dicembre 1992

Una voce anonima detta per telefono – a due sedi periferiche dell’ANSA – questo secco comunicato: “È questo un annuncio brevissimo, diretto, incontrovertibile, per dire soltanto, naturalmente non creduti, che adesso tocca ad altri, Spadolini in primo luogo” . Con un’altra telefonata a Il Mattino di Napoli la Falange Armata afferma: “Attenzione alla Falange Armata, avvertite Spadolini”.

20 dicembre 1992

Un uomo, che sostiene di parlare a nome della Falange Armata, telefona in tarda serata all’agenzia ANSA di Roma per pronunciare frasi contenenti minacce di morte al capo della Polizia Parisi. La telefonata fa seguito al ritrovamento di un timer, assolutamente innocuo, in un cassonetto metallico per i rifiuti nella centralissima via Cavour. Il ritrovamento è stato fatto dagli addetti alla nettezza urbana della capitale. Il timer apparteneva ad un vecchio elettrodomestico, tanto che si può ancora leggere il suo numero di matricola insieme all’identificazione del modello e della ditta costruttrice. La telefonata, in ogni caso, riapre la vicenda del timer e del falso allarme e complica le cose.

26 dicembre 1992

Testo della telefonata della Falange Armata a La Repubblica: “Promettemmo qualche anno fa al direttore della Repubblica Eugenio Scalfari che un giorno o l’altro inevitabilmente i nostri percorsi si sarebbero incrociati. Bene, quel giorno è arrivato, oramai sicomincia a giocare a carte scoperte. Due vie da percorrere: una politica e una militare. Le utilizzeremo entrambe, anche al di là di ogni prudenza, pur di raggiungere lo scopo di stanare questo predone di coscienze nel suo torbido covo politico finanziario e risanare finalmente il libero pensiero collettivo da questa perniciosissima infezione. In altra parte di quel comunicato parlavamo anche del settore carcerario. È tempo di rivedere infatti anche a questo riguardo alcune strategie di intervento che l’organizzazione effettivamente riconosce essere risultate in prospettiva del tutto insufficiente. Gli obiettivi rimangono i medesimi: Nicolò Amato, naturalmente, e i quattro operatori penitenziari ostaggi della organizzazione da tempo operanti uno presso il dipartimento amministrazione penitenziaria a Roma e gli altri tre presso le carceri di Firenze, Porto Azzurro e Messina. Diamo il codice di riconoscimento numerico della Falange Armata 875591”.

29 dicembre 1992

Il codice 875591 diventa 997130. Lo comunica la Falange Armata con una telefonata all’agenzia Adnkronos. Il precedente codice andato in pasto ai giornalisti – dice una voce adulta senza inflessioni diaIettali – deve essere eliminato.

11 gennaio 1993

Con due telefonate giunte contemporaneamente alle ore 18,45 agli uffici ANSA di Trieste e di Palermo, la Falange Armata annuncia un attentato contro il Presidente del Senato Giovanni Spadolini, che da tempo è oggetto di simili minacce.

27 gennaio 1993

In una telefonata giunta in serata all’agenzia Adnkronos di Roma uno sconosciuto della Falange Armata trasmette un messaggio registrato. L’anonimo afferma tra l’altro: “È impropria, falsa e pericolosa la facile equazione avanzata ultimamente dal senatore Spadolini. Falange Armata uguale Mafia. Dimostreremo a quest’ uomo, soprattutto a quest’uomo, colpendolo al cuore, come tale ipotesi costituisca di fatto un alibi scaltro e stranamente generico e precostituito” .

2 febbraio 1993

Con una telefonata fatta all’ANSA di Bologna, un uomo dice di parlare a nome della Falange Armata. Detta un lungo comunicato minacciando politici e magistrati. Dopo aver annunciato “l’inizio della quarta e probabilmente ultima fase di lotta” l’uomo – che non aveva particolari inflessioni dialettali – ha rinnovato minacce al presidente del Senato Giovanni Spadolini, al Ministro dell’Interno Nicola Mancino, al capo della polizia prefetto Parisi, al procuratore di Polizia, Agostino Cordova, al direttore di La Repubblica, Eugenio Scalfari, al direttore degli istituti di pena, Nicolò Amato, e a quattro direttori di istituti penitenziari, Salomone, Quattrone, Scalone e Ciottola.

13 febbraio 1993

Il presidente della Confindustria, Luigi Abete, è minacciato di morte dalla Falange Armata. La minaccia è stata fatta per telefono all’agenzia di stampa Adnkronos di Roma ed a quella d’ANSA di Genova.

27 marzo 1993

Nel primo pomeriggio minaccia, con una telefonata all’ANSA di Roma, Mario Segni. Poco dopo le 16, con una telefonata alla redazione de La Repubblica di Bologna, minaccia ancora Mario Segni per il tentativo di portare i comunisti al governo. In particolare, chi parla a nome della Falange Armata afferma: “La sua (di Mario Segni) condanna a morte è già stata decisa”.

29 marzo 1993

Questa sera, poco dopo l’annuncio ufficiale che il leader dei popolari, Mario Segni, lascia la Democrazia Cristiana, la Falange Armata rilancia. Un anonimo chiama la redazione romana dell’Adnkronos. “Mario Segni ha oggi firmato la propria sentenza”, dice. “Viene abbandonata l’opzione politica, che a questo punto appare insufficiente, e viene fatta prevalere quella militare. Non avevamo alcuna volontà né interesse a giungere a questa decisione”, prosegue l’interlocutore, “ma gli eventi a questo punto correranno a rovescio ancora più velocemente. E giungeranno prestissimo al punto zero”.

“Ma non di sole bombe, complotti e trattative si compone la crisi che stava travolgendo i servizi segreti italiani in quegli anni. Il 1993 è anche l’anno dello scandalo dei «fondi neri» al Sisde.

L’indagine era partita quasi per caso nella prim avera dell’anno precedente, ma i palazzi del potere avevano ricevuto le prime avvisaglie già all’inizio dell’estate del 1991.

La miccia viene innescata dalla bancarotta della Miura Travel, una piccola agenzia di viaggi romana.

Nella relazione della Commissione parlamentare di controllo del 1995, pubblicata poi sul trimestrale dell’intelligence italiana «Gnosis», la vicenda verrà così riassunta: «Nel luglio del 1991, l’ambasciatore Francesco Paolo Fulci, Segretario generale del Cesis ed Autorità nazionale per la sicurezza (in base alla delega del presidente del Consiglio Andreotti), venne a conoscenza di una situazione irregolare, relativa a due funzionari del Sisde, Michele Finocchi e Gerardo Di Pasquale.

Il primo era Capo di Gabinetto del Servizio, il secondo dirigente dell’Ufficio logistico. Risultò che essi rivestivano la carica di soci in una società di viaggi, la Miura Travel, dal marzo 1988, svolgendo così un’attività commerciale. Non si trattava di una società di copertura del Servizio. Molto semplicemente, l’attività dei due funzionari era privata ed aveva scopi di lucro. Ma la Miura Travel era l’agenzia presso la quale venivano acquistati tutti i biglietti di viaggio e prenotati i soggiorni fuori sede dei dipendenti, per una disposizione interna che era stata impartita già a maggio 1987 dal direttore del Sisde, prefetto Riccardo Malpica.

Tale direttiva era in contrasto con un elementare criterio di riservatezza, poiché i viaggi dei dipendenti del Sisde divenivano così assai più facilmente individuabili. I biglietti venivano acquistati tutti a prezzo intero. Contemporaneamente, l’agenzia utilizzava attrezzature e uomini del Servizio. Assumeva individui, che venivano poi dirottati nel Sisde, come il figlio di Gerardo Di Pasquale o il figlio di Matilde Martucci, segretaria del prefetto Malpica.

Questa situazione offrì lo spunto all’ambasciatore Fulci per aprire un’indagine più ampia. Egli aveva comunicato prima al presidente del Consiglio Andreotti, poi al suo successore Amato e al direttore del Sisde, prefetto Alessandro Voci, le informazioni dalle quali scaturiva una necessità di approfondimento. Si trattava di informazioni fondamentalmente rispondenti al vero, come si sarebbe visto più avanti, le quali delineavano un quadro impressionante di clientelismo, di favori personali e di inefficienza nella gestione del Sisde».

Dai conti di quell’agenzia, le cui azioni, intestate alla sconosciuta signora Aurora Patrito (legata sentimentalmente a Michele Finocchi) ma in pratica sotto il controllo dei due funzionari amministrativi dell’intelligence, si risalirà sino a svelare i trucchi contabili dell’intero sistema.

Si scoprono «fondi neri» per circa 14 miliardi, sottratti dal bilancio del Sisde e depositati a favore di cinque funzionari. Altri 35 miliardi vengono individuati a San Marino. Vengono arrestati anche Riccardo Malpica, l’ex direttore del Sisde, e Maurizio Broccoletti, uno dei responsabili amministrativi del servizio civile.

Personaggio centrale dell’inchiesta è l’architetto Adolfo Salabè che grazie alle sue società consentiva di far sparire i fondi dal bilancio del servizio segreto. In cambio Salabè poteva disporre di accesso illimitato agli appalti del Sisde e ai fondi riservati. In media, stabiliranno i periti del Tribunale di Roma, Salabè faceva pagare i lavori il 60 per cento in più del loro valore reale.

Oltre al danno, per lo Stato c’era anche la beffa di una colossale evasione dell’imposta sul valore aggiunto. La Gattel, società di copertura dei servizi, non aveva l’obbligo di tenere la contabilità in regola e il suo amministratore, Maurizio Broccoletti, frazionava gli incarichi, anche quelli a favore dell’architetto Salabè, per fare in modo che ognuno di essi restasse nel regime dell’affidamento diretto e non incappasse nelle maglie della gara pubblica, obbligatoria oltre una certa soglia.

Con una sola delle sue società, la Frasa, Salabè si aggiudica dal servizio civile – proprio grazie all’escamotage del frazionamento degli incarichi – commesse per oltre 43 miliardi in tre anni. Un fiume di denaro che serve a creare anche le provviste in nero. Tutti i funzionari e i dirigenti coinvolti nell’inchiesta tentarono di dimostrare l’utilizzo legittimo dei fondi riservati.

Quando Malpica cede il passo al prefetto Alessandro Voci, la situazione non cambia. Salab è ha ancora forti ramificazioni all’interno dell’intelligence e, nel 1992, con le inchieste già avviate, tenta di vendere un immobile al servizio: si tratta di una palazzina in via Poli, a Roma, offerta alla «modica» cifra di 24 miliardi di lire. Benché la perizia dell’intelligence stabilisca che quell’immobile vale soltanto 9 miliardi, il via libera per la trattativa, grazie ai fondi riservati del bilancio, viene dato lo stesso. A far saltare l’affare sarà lo scoppio dello scandalo”.