Ricchi e poveri. Sempre a proposito del “secondo pianeta”


Che cosa succederà nei prossimi cinquant’anni quando saremo in otto miliardi sulla terra, scrivevano Umberto Colombo e Giuseppe Turani. Il ragionamento odierno prosegue quanto ho cominciato a scrivere nel post:

PARTE IL VIAGGIO INTERSTELLARE VERSO LA GALASSIA RISO

Se uno ha avuto il privilegio e la curiosità intellettuale di poter leggere, sin dal lontano 1982, il libro di Umberto Colombo e Giuseppe Turani “il secondo pianeta – Che cosa succederà nei…Continua a leggere →


Come sarà distribuita tutta questa gente sul pianeta? In proposito esistono delle previsioni abbastanza precise, contenute in uno studio, Global two thousand, predisposto nel luglio 1980 per l’allora presidente degli Stati Uniti, Carter. Sono cifre poco conosciute, ma molto impressionanti.

Nel 1950 abitava nei paesi più ricchi, più industrializzati, circa il 34 per cento della popolazione mondiale. Un terzo, cioè, viveva nelle zone nelle quali il benessere economico si era diffuso, due terzi invece vivevano nel resto del pianeta, in condizioni di estrema povertà. Con il passare del tempo e il progredire dell’economia e della civiltà industriale questa situazione non è affatto migliorata, anzi. Si calcola che nel 1975 soltanto il 28 per cento della popolazione mondiale risiedeva nelle zone più sviluppate.

Secondo le previsioni dello studio appena citato, nel 2000 la popolazione mondiale avrà raggiunto i 6,3 miliardi, con un aumento totale di 2,3 miliardi. La crescita, nei confronti del 1975 e quindi in appena venticinque anni, sarà superiore del 50 per cento. Ma dove abiteranno questi 2,3 miliardi di gente in più? Cinque miliardi di persone, complessivamente, risiederanno nei paesi più poveri e soltanto 1,3 miliardi in quelli più ricchi.

Se si ricordano i dati attuali (poco più di un miliardo di abitanti nei paesi più ricchi e poco più di tre in quelli poveri), si nota subito come nei prossimi venti anni l’aumento della popolazione nelle zone più sviluppate sia molto basso mentre quello delle zone meno sviluppate raggiunge il 66 per cento (da tre a cinque miliardi). In termini percentuali, si stima che nel 2000 nei paesi ricchi abiterà il 21 per cento della popolazione mentre in quelli poveri risiederà il 79 per cento degli abitanti del pianeta.
Nei successivi trent’anni, l’aumento della popolazione rallenterà di molto: la Terra conterà infatti soltanto 1,7 miliardi di abitanti in più (contro una crescita di 2,3 miliardi nel periodo 1975-2000). E questo nonostante che la « base » di partenza sia molto più ampia: 6,3 miliardi di abitanti nel 2000 contro gli appena quattro del 1975. Si stima che gli abitanti delle zone più ricche saranno un miliardo e mezzo contro i sei miliardi e mezzo concentrati nelle zone più povere. In totale, la popolazione mondiale avrà raggiunto, nel 2030, gli otto miliardi di abitanti. Il 18 per cento abiterà nei paesi più sviluppati e 1’82 per cento in quelli meno sviluppati.

In conclusione, nel mezzo secolo compreso fra il 1975 e il 2030 alla popolazione della Terra capiterà questo: ci sarà un raddoppio degli abitanti, che passeranno da quattro a otto miliardi; a crescere saranno soprattutto gli abitanti dei paesi poveri (che passeranno da tre a sei miliardi e mezzo, più del doppio), mentre quelli dei paesi ricchi cresceranno soltanto del 50 per cento (da un miliardo a uno e mezzo); in conseguenza di questo diverso tasso di sviluppo si avrà che mentre ancora nel 1975 quasi un terzo della popolazione mondiale viveva nelle zone ricche e gli altri due terzi in quelle povere, nel 2030 meno di un quinto (il 18 per cento) vivrà nei paesi industrializzati mentre il resto (l’82 per cento, più di quattro quinti) vivrà nei paesi più poveri.”

Direi che a grandi linee ci siamo. 
Direi inoltre che mai questi devono essere considerati solo numeri. Il dato complessivo stupefacente e che sono tutte previsioni azzeccate. Rimane quindi da chiedersi come e perché, decine di anni dopo, si stia facendo poco poco per arrivare a “superare” la drammatica e insanguinata dicotomiaricchi e poveri“. Frattura non solo ingiusta ma una vera minaccia per la stabilità e la sicurezza di tutti. L’altro elemento che va sempre considerato nel leggere questi post dedicati al “secondo pianeta” e che le previsioni fanno parte di un volume andato in vendita nel marzo del 1982 e che gli autori si sono basati su dati certi di quasi dieci anni prima. Cioè il 1972. Mezzo secolo quindi. L’età di mio figlio Michelangelo. E a lui, ormai adulto, dedico questi ragionamenti. In particolare i post relativi a perché, suo padre, in tarda età si stia interessando di riso e dell’universo che ruota intorno a questo alimento. Il riso e l’acqua è il titolo di un altro capitoletto che Colombo e Turani dedicano alla relazione complessa tra queste due realtà.
“Sempre a proposito di cibo, e per fornire un esempio eloquente di quale problema esso rappresenti nei paesi in via di sviluppo, è il caso di esporre brevemente un progetto studiato qualche tempo fa per una vasta area del Sud e Sud Est asiatico comprendente le Filippine, l’Indonesia, Singapore, la Malesia, la Thailandia, l’India, il Pakistan e il Bangladesh.

In questa zona oggi vive circa un miliardo di abitanti (cioè un quarto della popolazione mondiale). Fra quindici anni, secondo stime attendibili, il numero degli abitanti sarà salito fino a un miliardo e 730 milioni. La popolazione sarà cioè quasi raddoppiata. Oggi, il consumo pro-capite di riso è di circa 150 chilogrammi all’anno ed è ritenuto insufficiente.

Lo studio di cui si parla ha individuato come proprio obiettivo quello di raddoppiare in quindici anni la produzione di riso dell’area. In questo modo, è bene notarlo, non si arriva a un grande miglioramento delle condizioni di vita delle popolazioni locali. Si riesce solo a impedire che ci sia un loro deterioramento. Infatti, se tutto dovesse funzionare e se il piano fosse realizzato, fra quindici anni ogni abitante della zona avrebbe a disposizione solo poco più della quantità di riso che ha oggi. E opportuno sottolineare che si sta parlando di un’area nella quale vive, e vivrà, circa un quarto della popolazione mondiale, che già oggi mangia meno del necessario e che, come si vedrà, è dubbio che fra quindici anni riesca a mangiare nella misura in cui mangia attualmente.

Basta quanto è appena stato detto, fra l’altro, per rendere evidente che gli obiettivi dello studio citato non erano straordinari, ma molto ragionevoli: si tratta, in pratica, proprio del minimo che è indispensabile fare. Di ciò che è necessario e urgente fare perché un quarto degli abitanti della Terra non veda peggiorare la propria condizione alimentare.

I risultati della ricerca, alla quale hanno partecipato numerosi tra i maggiori esperti mondiali, sono stati questi, in sintesi: aumentare la produzione di riso nella misura richiesta (il 100 per cento) è possibile, ma richiede risorse enormi, quasi al limite della fattibilità. Vediamo perché.

In Giappone esistono statistiche molto accurate sulla produzione di riso sin dai tempi più antichi. Partendo da questi dati è stato possibile costruire la progressione realizzata dalla produttività in questo particolare tipo di produzione alimentare.

Nel 600 dopo Cristo, ad esempio, in Giappone si ottenevano 600 chilogrammi di riso per ettaro. Nel 1870, avendo migliorato di molto i sistemi di irrigazione, la resa per ettaro era già salita a 2.700 chilogrammi. Verso la fine dell’800 è iniziata l’introduzione di tutta una serie di miglioramenti: fertilizzanti, antiparassitari, riforma agraria, meccanizzazione delle colture. Il risultato è stato semplicemente esplosivo: oggi in Giappone si producono 6.000 chilogrammi di riso per ettaro, esattamente dieci volte più di quanto non avvenisse nel 600 dopo Cristo, circa mille e quattrocento anni fa. Con in mano questi dati si è controllata la situazione dei paesi interessati al progetto e si è scoperto che esistono larghi “spazi” per aumentare la produttività. Il Laos e la Cambogia si trovano infatti, come produttività, all’incirca dov’era il Giappone nel 900 dopo Cristo, producono cioè 1.400 chilogrammi di riso per ettaro. Il Bangladesh, la Birmania e la Thailandia si trovano nel 1400 dopo Cristo. L’India e le Filippine sono invece un po’ più indietro, verso il 1200 dopo Cristo, con una produzione di 1.700 chilogrammi di riso per ettaro. Corea del Sud e del Nord hanno quasi la stessa produttività del Giappone.

È del tutto evidente, quindi, che è possibile arrivare, nella zona prescelta, a un sostanziale aumento nella produzione del riso, dal punto di vista della tecnica agraria. L’elemento fondamentale, come è stato facile accertare, è l’acqua. Per produrre più riso occorre irrigare bene, con regolarità e con molta cura. E infatti le proposte contenute nello studio in questione si riducono, in pratica, a un grande piano per la sistemazione delle acque, la loro canalizzazione e il loro uso nei modi più appropriati. Questa parte del progetto dovrebbe assorbire, e qui si arriva all’aspetto più problematico, cinquanta miliardi di dollari in quindici anni. Altri cinquanta miliardi di dollari dovrebbero essere investiti nello stesso periodo di tempo per la parte residua del progetto (fabbriche di fertilizzanti, di antiparassitari, macchinari, magazzini, sistemi di trasporto, ecc.). La spesa necessaria è quindi stata stimata in cento miliardi di dollari in quindici anni. Cioè una cifra vicina ai centoventimila miliardi di lire.

Si è fatta l’ipotesi di lasciare la copertura di cinquanta miliardi di dollari (quelli non necessari alla parte «irrigazione» del progetto) al mercato, cioè alla crescita spontanea dell’attività economica, ma anche in questo caso rimane il problema degli altri cinquanta miliardi di dollari. Si è compiuto un censimento delle risorse finanziarie locali disponibili per l’impresa e si è visto che non bastano assolutamente. D’altra parte, senza i cinquanta miliardi di dollari destinati a realizzare il piano di sistemazione delle acque e di irrigazione anche la seconda parte del progetto (quella che dovrebbe partire in modo autonomo) non decolla e comun que non avrebbe alcun significato. Con le sole forze locali, insomma, il raddoppio della produzione di riso non è possibile. Si sono quindi cercate altre soluzioni. E si è calcolato che il progetto può partire a patto che i paesi più industrializzati e quelli dell’area Opec siano disposti ad accordare ai paesi interessati un finanziamento di due miliardi di dollari all’anno per un periodo di 15-20 anni.

Si tratta di un impegno finanziario molto grande, che può essere attivato solo se nei paesi più ricchi si mobilitano grosse risorse finanziarie e si determina una seria volontà politica di fare qualcosa per questa zona del mondo. In ogni caso, data l’entità delle somme in gioco e la durata dell’impresa, sarebbero necessari anche una stabilità e un ordine in campo economico quali oggi non è dato vedere. E infatti il progetto stenta a partire. Recentemente si è però dimostrato molto interessato il Giappone, che evidentemente ha a cuore la situazione del Sud-Est asiatico, sia per ragioni economiche che politiche.

E interessante notare che anche in questo caso l’aumento del cibo disponibile avverrebbe assai più mediante un migliore sfruttamento di una zona che oggi è già coltivata, sia pure in modo relativamente semplice e scoordinato, che non attraverso la messa a coltura di nuove terre. E la ragione è piuttosto evidente: in quel caso i soldi investiti nel progetto comincerebbero a rendere immediatamente rendendo possibili i successivi investimenti. Una terra «nuova», invece, darebbe i primi risultati soltanto dopo una massa di investimenti molto più alta”.
Nella prossima puntata di questa “narrazione” riportando altre pagine del libro di ColomboTurani ci interesseremo di perché già nel mondo di cinquant’anni addietro c’era chi non aveva cibo a sufficienza  e chi lo sprecava in quantità molto rilevanti. Parleremo pertanto di “un bue e l’insalata“.

Oreste Grani/Leo Rugens… non potrete dire, quando si capirà dove andrà a parare, che non ve lo avesse detto.