Sarà un caso il Papa in Kazakhstan?

Nursultan Nazarbaev e Giovanni Paolo II

Sono trascorsi ventun’anni dal quel 2001 quando Giovanni Paolo II visitò il Kazakhstan e si incontrò con il presidente Nazarbaev. Oggi sappiamo che Francesco vi si recherà a metà settembre in occasione del VII Congresso dei Leader delle Religioni Mondiali e Tradizionali, che si terrà nella capitale kazaka Nur-Sultan.

Mi chiedo se sia o meno un caso che, scomparso il grande presidente Nur-sultan, non perché sia morto ma perché poco prima della sanguinosa rivolta di gennaio si è volatilizzato come un Mifsud qualunque, il Santo Padre abbia deciso di prendere l’aereo e, con la fatica che gli costa, volare nella capitale del “paese più importante del mondo” per dire la sua e ascoltare i “preti” delle principali religioni del mondo (ci saranno anche Kirill e il “capo” della chiesa ortodossa Ucraina?).

Trovo abbastanza sorprendente che si possa svolgere un congresso così importante dopo tutto il sangue che è scorso ai primi di gennaio allorché, all’improvviso e per una futile ragione – il rincaro della benzina – la folla mise a ferro e fuoco alcuni palazzi governativi, suscitando la pronta reazione di Putin che ottemperando un accordo ventennale mai prima di allora applicato, spedì qualche migliaio di uomini che in un batter d’occhio soffocarono nel sangue la rivolta fecendo un paio di centinaia di morti dichiarati e oltre cinquemila arresti. Un pre riscaldamento in vista dell’aggressione all’Ucraina di pochi giorni dopo.

Personalmente, alla luce del poi, la rivolta nel paese più importante del mondo e in particolare per la Russia mi è parsa un tentativo di disturbo in vista di quanto si sapeva stesse per accadere, perché se quel focolaio avesse determinato la caduta del regime e il Kazakhstan fosse precipitato in una guerra civile, l’invasione dell’Uraina sarebbe stata di certo rimandata. Qualcuno mi ha detto di no, sarà.

Veniamo a Francesco e a quanto, coperto da OMISSIS, ho già raccontato, ossia che secoli fa suggerimmo agli avvocati di Ablyazov di fargli scrivere una bella lettera indirizzata a Francesco per chiedergli di intercedere presso Nazarbaev e addivenire a un definitivo pentimento e relativo perdono. Qualcuno fece il furbo, la letterà che avremmo personalmente consegnato nelle mani di OMISSIS in Vaticano fu, a quanto ci dissero, inviata direttamente e quando i servizi francesi mi offrirono di andare a trovare Ablyazov in un carcere francese, declinammo gentilmente l’offerta.

Poiché l’ho conosciuto e ne ho apprezzato stile e competenza, riporto il commento di padre Canetta alla visita di Francesco.

Alberto Massari

Il “palazzo” nel quale ha sede il Congresso dei Leader delle Religioni Mondiali e Tradizionali

Il Papa in Kazakhstan per dare “senim” e dire che la pace è possibile

fides.org
Agenzia Fides


Il Papa con i Vescovi del Kazakhstan

Milano (Agenzia Fides) – “Il viaggio del Papa in Kazakhstan è una notizia molto importante e ha molti legami con la crisi attuale”. Lo dice all’Agenzia Fides don Edoardo Canetta, ex Vicario Apostolico dell’Asia centrale, per vent’anni missionario in Kazakistan, dove ha insegnato all’Università di Karaganda, e poi all’Università Nazionale Euroasiatica Gumylyov di Astana. Oggi parroco a Milano e docente all’Accademia Ambrosiana a Milano, don Canetta, dopo l’annuncio del Presidente del Kazakhstan sulla visita di Francesco (vedi Fides 12/4/2022), afferma: “C’è da ricordare un significativo precedente storico, quando San Giovanni Paolo II, non curandosi del parere contrario di molti, decise di andare in Kazakhstan, 11 giorni dopo l’attentato alle Torri Gemelle di New York. Ricordo con emozione anche l’accoglienza di un popolo nel quale i cattolici sono una piccola minoranza, un popolo stupito di essere testimone privilegiato di un evento di pace che pochi si aspettavano”.
Oggi, prosegue il sacerdote “ancora una volta un Papa va nella steppa, prendendo lo spunto di un grande congresso interreligioso per mostrare che la pace è possibile. In questa terra ci sono tanti problemi e anche questioni politiche e sociali, come hanno dimostrato gli eventi di qualche mese fa, ma c’è la possibilità della pace”.
In Kazakhstan, ricorda il missionario, vive un popolo di oltre 100 etnie diverse: “Una terra che è stata teatro delle grandi deportazioni staliniane, sta faticosamente cercando una propria strada verso la democrazia e, nonostante tutto, vive in pace. E se ci sono tensioni tra cristiani e musulmani, tra kazaki e russi, ci sono quanti preferiscono la strada di una convivenza pacifica”.
“Nella lingua kazaka – osserva Canetta – non c’è un unico termine che indichi la parola ‘speranza’: ce ne sono tre e tutte hanno a che fare col tema della strada. C’è la parola ‘damiè’ che significa speranza nel senso di qualcosa di bello, di gustoso. E’ il pregustare un bene che si attende all’arrivo di un faticoso cammino. C’è poi il termine ‘medeu”’ che significa speranza nel senso di qualcuno su cui si può contare durante il cammino. C’è poi la parola ‘senim’ che indica la speranza come persuasione, fiducia, quindi fede: la speranza certa che la strada porti a un punto di arrivo, non solo bello e gustoso ma, in qualche modo, anche definitivo. Questa speranza andrà a testimoniare col suo viaggio Papa Francesco. Di questa triplice speranza ha bisogno non solo l’Ucraina, ma anche il mondo intero”, conclude don Canetta.
(PA) (Agenzia Fides 20/4/2022)