Perché sono cresciuto “atlantico” ed antisovietico

Come altre volte ho condiviso anche in questo blog, avevo compiuto da pochi mesi nove anni quando mi appassionai agli avvenimenti politici. Ero ragazzo, ma ogni mattina, prima di andare a scuola, mi informavo ascoltando la radio e leggendo i giornali. Tra fine ottobre e i primi di novembre del 1956 ci fu la rivolta di Budapest e il conseguente repressivo intervento militare sovietico. Questi episodi tragici resero incandescenti le passioni che percorrevano l’universo comunista, in particolare quello italiano.
Per l’Unità, all’epoca l’organo del Partito Comunista Italiano, la chiave dei fatti di Budapest stava, una volta di più, nella «provocazione». La Macchina del Tempo mi obbliga ad un accostamento e un’analogia che potrebbe apparire debole se non avessi dovuto sentire Vladimir Putin, ieri 9 maggio 2022, sulla Piazza Rossa, a Mosca, parlare, come solo i paranoici sanno fare, di quanto ha scatenato in Ucraina come l’unica possibilità che aveva per reagire all’imminente attacco che la sua Russia stava per subire da parte della NATO.

Ho scritto “come solo i paranoici” perché lasciate perdere che le semplificazioni psichiatriche sono poco chic, Putin mi appare come uno che vuole giustificare il massacro della propria famiglia attuata con coltello o martello convinto del fatto che fosse imminente l’aggressione che moglie e figli stavano per indirizzare contro di lui. Come vogliamo chiamare se non paranoico un tipo che ha un evidente disturbo psichico caratterizzato da un delirio basato su un sistema di convinzioni principalmente a base persecutoria? Putin, lo ripeto, ha affermato che la Nato stava per attaccare la Russia!!!? Torniamo a quei giorni del lontano/vicino 1956.
«Verso le ventuno (del 23 ottobre – ndr.) i tentativi di provocazione che si erano già avuti alla fine della manifestazione popolare si ripetevano in forma più grave. Gruppi di teppisti (sono gli ubriaconi drogati nazisti gay di cui oggi parlano Kirill-Putin? ndr) quali lanciavano slogans che incitavano apertamente ad una azione controrivoluzionaria, a bordo di camion e di motociclette e a piedi si dirigevano verso il Parlamento, verso la sede della radio e verso piazza Stalin… I teppisti, approfittando anche del fatto che la polizia non intendeva usare le armi tornavano alla carica… sparando per la prima volta alcuni colpi di arma da fuoco. Gli agenti erano allora costretti a rispondere, stroncando il tentativo dei teppisti di infiltrarsi negli uffici. Era così che si avevano le prime vittime. L’atteggiamento responsabile della polizia limitava le perdite umane

Il 25 ottobre, così in un articolo sull’Unità dal titolo «Da una parte della barricata a difesa del socialismo», il Migliore (Palmiro Togliatti) s’era prodotto in prima persona nei suoi tortuosi e cinici sofismi.
«I ribelli controrivoluzionari hanno fatto ricorso alle armi. La rivoluzione socialista ha difeso con le armi se stessa, le sue conquiste, il potere popolare come è suo diritto e dovere sacrosanto. Noi siamo vivamente addolorati che si sia dovuti giungere a questo punto

Addolorato ma irremovibile nella sua sudditanza a Mosca, Togliatti tornò sull’argomento il 30 ottobre. Ammise «l’incomprensibile ritardo dei dirigenti del Partito e del Paese» nel capire le esigenze popolari, ma concluse come cinque giorni prima. «Alla sommossa armata, che mette a ferro e fuoco la città, non si può rispondere se non con le armi, perché è evidente che se ad essa non viene posto fine, è tutta la nuova Ungheria che crolla. Per questo è un assurdo politico, giunti a questo punto, volersi porre al di sopra della mischia, imprecare o limitarsi a versare lagrime. La confusione era tale che hanno aderito alla sommossa lavoratori non controrivoluzionari. L’invito rivolto alle truppe sovietiche, segno della debolezza dei dirigenti del Paese, ha complicato le cose. Tutto questo è molto doloroso, tutto questo doveva e forse poteva evitarsi, ma quando il combattimento è aperto, e chi ha preso le armi non cede, bisogna batterlo.» 

Il dovere dell’obbedienza, anche se sofferta, aveva messo a tacere in qualche modo il dissenso di alcuni dirigenti comunisti, fossero pure della levatura d’un Di Vittorio. Ma gli intellettuali, soprattutto quelli più genuinamente idealisti, disinteressati, giovani, e indifferenti alle lusinghe delle conventicole, dei posti e dei premi procacciati dal Partito, non potevano essere domati altrettanto facilmente. Il direttore della rivista Società, Carlo Muscetta, tracciò la bozza d’un documento che, discusso turbolentemente per un’intera notte nella sezione comunista romana del quartiere Italia, raccolse 101 firme. Figuravano tra i sottoscrittori (ne citiamo alcuni), oltre al Muscetta, Natalino SapegnoLucio Colletti, Elio Petri, Enzo Siciliano, Antonio Maccanico, Renzo De Felice, Lorenzo Vespignani, Alberto Asor Rosa, Giorgio Candeloro, Piero Melograni, Paolo Spriano, Vezio Crisafulli. Antonio Giolitti, che concordava, non firmò perché era deputato del Pci.
II Manifesto dei 101, come fu chiamato, aveva un avvio conciliante e riconducibile alle posizioni togliattiane: ma poi se ne distaccava rudemente. «La condanna dello stalinismo – vi si precisava – è irrevocabile.» E poi: «Il nostro Partito non ha formulato finora una condanna aperta e conseguente dello stalinismo. Da mesi si tende a minimizzare il significato del crollo del culto e del mito di Stalin, si cerca di nascondere al Partito i crimini commessi da e sotto questo dirigente definendoli errori o addirittura esagerazioni».

Più avanti, per quanto riguardava l’Ungheria: «Occorre riconoscere con coraggio che in Ungheria non si tratta di un putsch o di un movimento organizzato dalla reazione (la quale tra l’altro non potrebbe trascinare con sé tanta parte della classe operaia) ma di un’ondata di collera che deriva dal disagio economico, da amore per la libertà e dal desiderio di costruire il socialismo secondo una propria via nazionale, nonostante la presenza di elementi reazionari». Anche un ragazzetto di nove anni era in grado di capire chi diceva cazzate propagandistiche e chi provava ad avvicinarsi all’amica verità. Il Manifesto dei 101 chiedeva, concludendo, «un rinnovamento profondo nel gruppo dirigente del Partito» e la integrale e immediata pubblicazione del documento sull’Unità.

Il Manifesto fu pronto il 29 ottobre. Un paio di giorni dopo – Lucio Colletti ha ricostruito questa vicenda sull’Espresso – Colletti stesso e Alberto Caracciolo lo recapitarono alle Botteghe Oscure. Li ricevette Giancarlo Pajetta – che in quei frangenti s’era distinto alla Camera con il grido «Viva l’Armata Rossa» e subito obbiettò che i firmatari mancavano di realismo. «Il mondo è diviso in due blocchi… forse non sapevate che Estonia, la Lituania e la Lettonia sono occupate dai russi?»

Vi basta quando il pazzo sanguinario prova a fare lo storico nella Mosca contemporanea?

Mi dicono che non si devono usare riferimenti psichiatrici per descrivere i fenomeni politici.

Mi dicono che nella storia non esistono i corsi e i ricorsi e che tutto “cambia/scorre”.

Come chiamereste se non paranoico uno che inventa che stava sul punto di essere aggredito militarmente dalla NATO per cui ha scatenato il casino che è in essere per impedire ai guerrafondai assetati di sangue “occidentali” di catturarlo e conseguentemente “passarlo per le armi”? E’ un pazzo furioso paranoico e come tale va affrontato e trattato.

Così come si deve affrontare il coro di quelli che in Italia, dentro e fuori le istituzioni, sostanzialmente gridano ancora oggi come l’indimenticato Pajetta: “Viva l’Armata Rossa/Russa“? Se non sono dei pazzi/opportunisti/nostalgici, cosa sono?

E non sono neanche (per provare a giustificarli) dei Concetto Marchesi (era uno degli esegeti della scelta repressiva con uso opportuno di carri armati e impiccagioni/fucilazioni dei ribelli) la cui biografia andrebbe con opportuna attenzione approfondita. Grande latinista ma anche altro, se avrete la pazienza di leggere di lui e degli avvenimenti che intorno a lui si sono articolati in quel lontano/ancor vicino 1956.. Questo per dire che uno va sempre guardato quando difende, a vario titolo, i dittatori liberticidi. E Putin è un dittatore liberticida. Trovatevi nell’oggi il Concetto Marchesi di turno e vedrete che non è tutto oro quel che luccica a proposito di biografie e di innocenti pacifisti.

Non faccio nomi per stanchezza e perché le incaute liti (mi querelano) obbligano gli avvocati che mi difendono ad un super lavoro. In questi giorni, ad esempio, mi devo difendere da tale Stefano Bisi, Gran Maestro del GOI che sostiene che lo diffamo. A lui e al comitato relazionale affaristico che dirige.

Ma questa è un’altra storia. O la stessa, trattandosi della super rossa Siena?

Fermiamoci o dicono che insinuo e che, nell’insinuare, diffamo.

Oreste Grani/Leo Rugens


https://it.wikipedia.org/wiki/Concetto_Marchesi