Il mondo che vogliamo

Nella spazio metafisico “romano” che auspichiamo prenda vita tra il Congresso Mondiale di Filosofia del 2024 e il Giubileo del 2025, comincio, con largo anticipo, a scegliere brani che servano di confronto sinergico tra i due avvenimenti. Nella mia fantasia, sogno testi utili ad architettare un edificio, in condominio, capace di accogliere, quasi fosse una sede permanente, discussioni sui futuri possibili dell’umanità. Un tavolo di discussione dove sensibilità, sia pure differenti, lavorino, quale primissimo ed urgente esempio, verso una condivisa delegittimazione dei conflitti, quelli in essere e quelli in divenire. Un tavolo utile ad interrompere in modo ragionato ma audace, il corso degli ultimi trent’anni di ultraliberismo economico che per primo e in modo spietato non ha cessato di erodere il territorio della politica, riducendo in modo drammatico il perimetro della democrazia. A quel tavolo si dovrà trovare il coraggio di organizzare l’obbligo di boicottaggio, fino alla reale asfissia e relativa soppressione dei cosiddetti paradisi fiscali, zone in cui continua a regnare il segreto bancario, destinate a occultare (a che altro deve servire un luogo criptato se non a questo?) le malversazioni e gli altri delitti della criminalità finanziaria, sempre coincidente con i conti della grande criminalità organizzata cioè – banalmente – con le mafie.
Occorrerà a quel tavolo di probi (e intelligenti) ideare una nuova distribuzione del lavoro e del reddito, nell’ambito di una ritrovata economia pluralista in cui il mitico mercato occupi solo una parte dello spazio disponibile.
In quel luogo di incontro e conoscenza sogno che filosofi, religiosi ed altri pensatori complessi opportunamente individuati e invitati per tempo e senza pregiudizio alcuno, ragionino, fino a legittimarlo, di uno stipendio base (chiamatelo come volete, poco cambia), incondizionato e universale, concesso a ciascun individuo sin dalla nascita, indipendentemente dallo status familiare o professionale, obbedendo al principio – capisco rivoluzionario e in quanto tale “preoccupante” per alcuni – secondo cui ogni essere umano ha diritto ad uno stipendio per il semplice fatto di essere vivo, e non per vivere. La sua introduzione si baserebbe sull’idea portante che la capacità produttiva di una società è il risultato di tutto il sapere umanistico, scientifico e tecnico accumulato dalle generazioni precedenti. E darmi torto risulterebbe molto molto molto complesso anche se ci trovassimo in presenza degli eredi di Leonardo da Vinci

Questo stipendio incondizionato rappresenterebbe infatti l’eredità di questo patrimonio comune, groviglio virtuoso inestricabile, frutto di mille e mille azioni non riconducibili ad un singolo ma a tutta l’umanità sviluppatasi nel tempo. Il beneficio, sentite a me, potrebbe estendersi a tutti, giacché oggi la produzione mondiale, di ogni bene producibile, equamente ripartita, sarebbe sufficiente a garantire una vita dignitosa a tutti gli abitanti del pianeta. Vita dignitosa a cominciare dall’equo accesso all’acqua potabile a quei due miliardi di persone che ancora ne è privo. Investimenti massicci per l’acqua quindi, per l’istruzione, per gli alloggi salubri e soprattutto sanità, sanità, sanità per tutti. Tutti uguali quindi davanti alle malattie e all’aggressione dei virus.
Questioni che solo ieri venivano marchiate come fastidiose utopie e che viceversa sostengo essere, alla vigilia degli avvenimenti evocati (25° Congresso Mondiale di Filosofia e Giubileo del 2025), partendo da quella che chiamerò neuroeconomia (cioè la scienza che mira a fornire una teoria delle scelte economiche a partire dall’analisi del funzionamento del cervello), obiettivi culturali, per molti perfino sentimenti e dettami religiosi e infine, ma non come cosa ultima, politici concreti. E per concreti intendo solo ciò che consente di cum crescere. Cioè, senza voler dare lezioni a nessuno, crescere insieme. Il primo testo che ho scelto per alimentarsi in questa maratona culturale è “Il sale della terra” di Laura Paoletti e a me, che continuo a non essere nessuno, ha fatto pensare.

Oreste Grani/Leo Rugens