E se Trump avesse ragione?

Non avevo sedici anni quando sui muri di Milano vedevo centinaia di manifesti che sostenevano il “NO” per il referendum sull’aborto; schiacciato come ero dal “Rocci”, alle prese con il mistero della bellezza delle ragazze non è che mi dedicassi più di tanto al problema ma sapevo che i miei cattolici genitori in particolare la mamma medico erano decisi a salvaguardare il diritto delle donne a interrompere una gravidanza non voluta. A essere sincero mi turbava non poco la questione perché, per quanto avessi perso la fede da poco, mi interrogavo sul mistero biologico della vita tanto più indirizzato dalla mamma a riflettere sulla dimensione drammatica della scelta che molte donne si sentivano di fare.

Quarant’anni dopo, l’amico Pompeo mi raccontava ancora inferocito il suo avvertimento inascoltato a non so più quale vescovo o cardinale, prospettandogli una sconfitta epocale che avrebbe recato nocumento alla Istituzione. Pompeo sapeva che molti nella Chiesa sapevano quanto fosse sbagliato sostenere il “Sì” ma non ci fu nulla da fare.

Veniamo all’oggi e dichiarando la mia assoluta inadeguatezza a commentare la scelta della Corte Suprema statunitense, leggete cosa ne pensa Cassese, mi limito ad aggiungere sue considerazioni che mi arrivano da McLean: a) i giudici hanno stabilito che l’aborto non può essere un diritto costituzionale (ha farfugliato un consigliere dei potenti); b) Donald Trump avrebbe dichiarato, contrariamente a quanto dice la stampa italiana, che la scelta della Corte è una sciagura per il Partito repubblicano in quanto gli elettori sono cristiani adulti (Biden è cattolico praticante, tra l’altro) e potrebbero punire il partito alle elezioni di midterm.

Vediamo se a) si verificherà l’ondata di violenza di chi vorrà festeggiare col sangue la sciagurata sentenza; b) gli elettori premieranno l’affannato presidente democratico.

Alberto Massari

corriere.it

Aborto, perché la Corte suprema ha sbagliato

Sabino Cassese


La maggioranza dei giudici della Corte suprema americana ha «ridato il potere di
regolare o proibire l’interruzione volontaria della gravidanza al popolo e ai suoi rappresentanti eletti», come ha scritto nella sua sentenza del 24 giugno scorso. Invece, la minoranza dissenziente ha osservato con amarezza che ora «uno Stato può forzare una donna a portare a termine la gravidanza anche se deve affrontare i più grandi costi personali e familiari, anche se il feto ha le più gravi anomalie o è il frutto di uno stupro o della violenza commessa da un padre su una giovane figlia».

Il presidente della Corte si è dissociato osservando che la maggioranza ha fatto un passo che non era necessario, mentre avrebbe dovuto autolimitarsi.  La Corte suprema, contestando sé stessa, ha scritto una delle più brutte pagine della storia della giustizia costituzionale e ha messo in crisi il modello che essa ha rappresentato nel mondo.

La sentenza che aveva permesso l’aborto, riconosciuto come diritto della donna, era di cinquant’anni fa. Era stata confermata da un’altra sentenza del 1992. I 28 casi citati dalla maggioranza a sostegno della propria tesi, in cui la Corte ha radicalmente modificato il proprio orientamento, si fondavano su precedenti decisioni della Corte stessa.

La sentenza e le opinioni concorrenti e dissenzienti mostrano che la Corte americana è divenuta più simile a un Parlamento che a un tribunale: prevalgono gli schieramenti sui ragionamenti; le tesi sono sostenute con acredine e in modo apodittico, senza evitare contrapposizioni e cercare il compromesso (proposto dallo stesso presidente). I tribunali sono solitamente organi collegiali perché lì si deve esercitare l’arte di ascoltare, convincere, cercare accordi, ragionare, ponderare, mostrare l’equilibrio non i muscoli, decidere incrementalmente, aiutando il progresso civile, non opponendovisi o imponendosi ad esso.

Questa decisione ha mostrato tutti i difetti della Corte suprema (che hanno contribuito a ridurre della metà la fiducia della popolazione). I suoi giudici hanno solo una provenienza: sono nominati dal presidente, con il consenso del Senato. Una provenienza, quindi, eminentemente politica. Sono nominati a vita e lasciano la carica solo per morte o dimissione. Ma questo consente ai singoli giudici di stabilire quando lasciare libero il posto, in modo che il successore sia nominato da un presidente e da un Senato dello stesso orientamento. La nomina senza durata, che doveva servire ad assicurare l’indipendenza dei giudici, si è rovesciata, diventando un modo per consentire la continuità dell’influenza politica sulla Corte. Infatti, l’attuale presidente degli Stati Uniti ha nominato una commissione con l’incarico di riesaminare le norme sulla Corte.

Il terzo paradosso messo in luce da questa sentenza è più generale. Nel Paese in cui è stato maggiormente enfatizzato il ruolo creativo dei giudici, dove si insegna che il diritto è quello che stabiliscono i tribunali («judge – made law»), piuttosto che quello che decidono i parlamenti, proprio i giudici supremi si sono spogliati del proprio potere e l’hanno delegato ai cinquanta parlamenti degli Stati.
   

Questa decisione evidenzia la bontà della soluzione scelta dai costituenti italiani nel decidere come comporre la Corte costituzionale e di quella del sistema politico-costituzionale italiano nell’introdurre nel nostro Paese la disciplina dell’interruzione volontaria di gravidanza. Infatti, la Costituzione italiana prevede che i giudici abbiano tre diverse provenienze: siano per un terzo nominati dal presidente della Repubblica, per un altro terzo eletti dal Parlamento e per l’altro terzo dalle supreme magistrature. Quanto alla disciplina dell’interruzione volontaria di gravidanza, ad essa si è arrivati con un processo lento, che ha visto l’intervento prima, nel 1975, della Corte costituzionale; poi del Parlamento nel 1978, con la legge numero 194; poi del popolo con i due referendum del 1981, e, infine, nuovamente della Corte costituzionale con la sentenza numero 35 del 1997. L’«iter» ha coinvolto popolo, Parlamento e Corte costituzionale. L’errore delle forze politiche americane è stato quello di pensare che la disciplina di un tema così sensibile potesse essere lasciata per mezzo secolo soltanto alla decisione della Corte Suprema del 1973.
  

 In conclusione, la Corte suprema americana, con questo atto eversivo, rovesciando una sua decisione di mezzo secolo fa e contestando sé stessa, ha ammesso che i giudici non hanno quel ruolo supremo o finale che viene illustrato in tutte le «Law School» americane, perché esso spetta ai rappresentanti dei cinquanta Stati (creando così forti diseguaglianze tra i cittadini appartenenti alle diverse zone del Paese), ed ha anche contribuito alla disgregazione della federazione, stabilendo che una questione tanto importante, su un diritto fondamentale, non va presa a Washington.

26 giugno 2022, 22:20 – modifica il 26 giugno 2022 | 22:20

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