A che punto sta la civiltà dell’acqua?

Mi sto mordendo le dita a proposito dell’acqua e delle condizioni speculative in cui stanno per precipitare le nostre comunità agricole e non solo. Sarebbe l’ora degli insulti velenosi, se non di altro.
A Gioia del Colle, Bari, Puglia, Italia, Europa, Mondo si stanno liberando le piante dalle ciliegie per alleggerire gli alberi dalle necessità idriche.
E’ una vera alternativa del diavolo dove l’agricoltore deve scegliere tra rinunciare al prodotto come era destinato a finire (sulle tavole a prezzo equo e in parte remunerativo) o consegnarlo alle aziende di trasformazione, a prezzi stracciati. Ma l’agricoltore, pur di salvare un’ipotesi di futuro (l’anno prossimo!) ha già scelto e stringerà ancora una volta la cinghia, lui sì con una qualche visione strategica.
Lui solo però perché – viceversa – la classe dirigente preposta, in presenza della prevista e prevedibile crisi climatica (e per tanto idrica), sembra ancor più imbambolata e inadeguata del solito.
Così dopo la pandemia prevista e prevedibile ora dobbiamo subire una passerella di saputelli che ci spiegano come e perché non hanno fatto un cazzo di niente per non farci trovare nel vicolo cieco in cui ci troviamo.

Tenete conto che fino al 2008, anno in cui si tenne l’Expo Internazionale di Saragozza dedicata al tema dell’acqua e del Mediterraneo, in un documento ufficiale della Regione Puglia che aveva un stand per mostrarsi ai visitatori, si sosteneva che l’acquedotto Sele Calore, ovvero il “Canale principale” dell’Acquedotto pugliese S.p.A. (244 km di lunghezza e 3000 se si contano le diramazioni), è dal 1919 l’acquedotto più grande del mondo. E i materiali illustrativi aggiungevano, in tre lingue, che l’acquedotto partendo dal bacino del Sele, nei pressi di Avellino, portava acqua fino a Martina Franca e che l’approvvigionamento annuo dell’Acquedotto pugliese era pari a oltre 600 milioni m2, per una portata idrica totale di circa 18.000 l/s. In realtà l’acquedotto è un colabrodo ma questo come al solito è un altro discorso e al tempo, lo stesso. Oggi, in terra pugliese, i nostri compatrioti agricoltori sono attanagliati dalla scelta se dare da bere alla pianta o ai frutti.
Il resto sono chiacchiere.

Gallicano

Se penso a quanti anni addietro (18/5/2003) proposi di far nascere nel territorio del comune laziale di Gallicano un centro studi strategico che fosse dedicato alla geopolitica dell’acqua e ai conseguenti equilibri internazionali, mi si riferma il cuore vanificando gli esiti dell’intervento recentemente felicemente riuscito. Descrivevo il centro studi come un vero “santuario dell’acqua” in cui forti del genius loci (per il territorio di Gallicano nel Lazio i romani, duemila anni addietro, facevano passare ben quattro acquedotti che portavano l’acqua nella vicina capitale dell’Impero) si sarebbero affrontati con largo anticipo gli effetti delle prevedibili siccità in grado, una volta verificatesi, di destabilizzare le popolazioni, quelle vicine e soprattutto quelle lontane. Mi sembra di aver già pubblicato l’articolo di Corrado Maria Daclon in tema comparso su Gnosis nel giugno 2014. Ripetere cosa comporterà la carenza d’acqua non può certo fare male. Sono i cretini e i ladri quelli di cui non ne possiamo più.

Oreste Grani/Leo Rugens