Presidente Urso (COPASIR) dorma sonni tranquilli

Proverò a lasciar detto qualcosa intorno a questa vicenda delle interferenze della Russia nella politica interna italiana. Comincio con il dire che di “interno” in un Paese, ormai, c’è veramente poco.

La politica estera è tutto e l’intelligence economica quasi tutto.

Questo per dire che se il presidente del COPASIR, Adolfo Urso, facendosi bene i conti, a maggio 2021, ha ritenuto di cavarsela passando le quote della sua Italy World Services a suo figlio, si sbaglia di grosso. In realtà è che conosce l’Italietta.

Come spesso faccio per andare al cuore investigativo di un argomento che mi attira parto da un cerchio concentrico lontano e mi soffermo su aspetti di quel ragionamento che potrebbero, inizialmente, apparire di poco peso. Di poco peso per gli altri, ma non per me. Anche perché è di come la pensa Leo Rugens si legge in questo marginale e ininfluente blog.
Per cui scrivo sostanzialmente della mia architettura valoriale.
Oggi, in particolare, lo faccio dedicando il post a come non non non si dovrebbe cercare di fare soldi (e non solo quelli) avendo incarichi istituzionali (per cui si è già lautamente pagati) attinenti la sicurezza della Repubblica, relazionandosi con mondi imprenditoriali a loro volta radicati in Paesi bollenti (semplifico) dal punto di vista geopolitico.
Uno di questi mercati “bollenti” è l’Iran.
Il cerchio concentrico largo (in questo caso, lo ammetto, larghissimo) a cui mi riferisco consiste nel dedicare un mini post (questo) all’avvocato Francesco Bello, socio di Pietro Urso, figlio del più noto Adolfo, presidente COPASIR e politico di lunghissimo corso.

Francesco Bello è un avvocato patrocinante innanzi alle Magistrature Superiori (Consiglio di Stato, Corte di Cassazione) ma soprattutto conoscitore dei complessi meccanismi di legge che regolano i finanziamenti pubblici e in particolare i denari previsti a sostegno delle attività di internazionalizzazione delle imprese. Un ottimo socio “tecnico” se si vuole navigare nei mari affaristici attinenti la delicatissima materia a cui ho fatto riferimento.
Perché saper trattare con un Paese come l’Iran è una specializzazione che non dico sia da studio evoluto in Economist Intelligence, ma poco ci manca.

L’Iran infatti, anche se si dice stia evolvendo da una condizione di mercato sostanzioso ma ancora scarsamente sfruttato, rimane uno Stato dominato da un regime politico “teocratico” e da un sistema di regole mal definito, spesso ostile alle imprese straniere.

Così dovrebbe essere con l’eccezione degli amici degli amici. Ma bisogna essere “veri” amici dell’Iran per ottenere un NOS e non come in Italia dove ormai un certificato non lo si nega a nessuno. In Iran sono i servizi segreti a stabilire che un’azienda non solo può svolgere attività ma che è utile alla causa complessiva della teocrazia e a quel che è stato il fenomeno delle bonyad (sarebbero le nostre opere pie e la nostra CL) e della corruzione che comunque è diffusa. Direi inoltre che è difficile, anche per un buon avvocato italiano, fidarsi dell’amministrazione della giustizia in Iran.

E senza giustizia certa e con lungaggini burocratiche se non si è ben visti nei potentissimi servizi segreti impossibili operare con profitto da quelle parti. Sarebbe come rivolgersi ad Anna Maria Fontana e al di lei marito.
Non basta quindi secondo me avere in squadra nella società Italy World Service un buon avvocato per riuscire a trovare soldi pubblici italiani (Sace e altro) a garanzia delle difficoltà che si incontrano da quelle parti. Anche perché, da quelle parti, non si tratta solo compravendita di petrolio e gas come, con semplicità di analisi, si potrebbe ritenere.
Il settore agroalimentare, tessile e dell’acciaio è, per fare un esempio alternativo, in forte crescita. L’industria agroalimentare, in particolare, sta evolvendo soprattutto per quanto riguarda la lavorazione del riso, dell’orzo, del mais e le conserve di frutta e verdura. Ora che è ri-scoppiata la guerra in Ucraina quasi tutti sanno che queste sono le vere armi del futuro, futuro già in essere. Tutto questo mette in moto grandi interessi tra l’Iran e l’UE.
Alcuni anni addietro, quando guardavo questi flussi, mi sembra che l’UE detenesse il 30% del mercato degli scambi commerciali con l’Iran. Il lontano Giappone era al 13%. Gli Emirati Arabi Uniti, la Grande Cina, la Corea del Sud ognuno raggiungeva il 7%.
Chissà quali siano i numeri oggi. Certamente la SACE (o chi per essa) che copre, a nome di tutti voi, i rischi assicurativi di chi opera da quelle parti, dovrebbe avere dati aggiornati.


Per riassumere: in Iran non si lavora se non si è ben visti dai burocrati del Ministero dell’Intelligence della Repubblica Islamica dell’Iran ( persiano: وزارت اطلاعات جمهوری اسلامی ایران ) o VAJA ( persiano: واجا ) cioè la principale agenzia di intelligence iraniana e membro del Consiglio di coordinamento dell’intelligence. Il Ministero è anche conosciuto con il suo vecchio nome di VEVAK, acronimo di Vezārat-e Ettelā’at va Amniat-e Keshvar.

Elemento essenziale dell’apparato di sicurezza della Repubblica Islamica, è particolarmente ben finanziato e attrezzato rispetto ad altri ministeri, costituendo spesso il braccio armato della politica estera del governo iraniano. Fino alla sua recente riorganizzazione, è stato spesso accusato di partecipare ad attività extraterritoriali, compresa la formazione e il finanziamento di Hezbollah. Vero.


Uno che per mestiere da decenni sta in rapporto con quel che avanza dei servizi italiani, come è capitato ad Adolfo Urso, non non non avrebbe dovuto scegliere di avviare attività di intelligence economico con quel Paese. Paese che a sua volta lo si trova (a prescindere dalla questione nucleare che potrebbe essere paradossalmente minore) coinvolto, da decenni, in questioni di sangue (macro e micro terrorismo tra la gente) in tutto il Pianeta.
E con questo lascio il primo più vasto cerchio concentrico. Se mi sarà possibile proverò in un post futuro a passare ad un cerchio minore e interno.
Sempre pensando alla famiglia Urso e al loro socio avvocato esperto nei complessi meccanismi di legge che regolano i finanziamenti pubblici. Pubblici e quindi non privati. Come avrebbe opportunamente ricordato l’ormai scomparso Stefano Rodotà.

Continua.

Oreste Grani/Leo Rugens

P.S. Come vede, caro Urso, la questione delle interferenze russe se ne porta ben altre dietro.

Questioni che, cerchio concentrico dopo cerchio concentrico, chissà dove ci portano particolarmente con la vittoria di Fratelli d’Italia. Il suo partito.
Per cui sonni tranquilli, presidente.