Perché intorno all’acciaio gira da sempre tanta corruzione?

Quelle che seguono sono pagine tratte dal 5° volume della Storia di Terni scritta, alcuni anni addietro, da Pompeo De Angelis. Mi colpiscono parallelismi con vicende contemporanee sempre attinenti ad impianti e alla produzione dell’acciaio. Scelgo per ora solo alcune pagine ma, come si vedrà, la storia delle analogie non finisce qui. Anzi, la storia dell’ILVA (quella che ancora dura) comincia tra le ultime righe di questo post, evocando il dramma di Bagnoli, Taranto e delle altre unità produttive. Basta saper leggere il capitoletto appositamente riprodotto per capire che siamo di fronte alla solita questione di fondo di troppe iniziative imprenditoriali italiane: corruzione di politici e arricchimenti parassitari di pseudo industriali. Ed altra fauna che non si estingue mai.

Oreste Grani/Leo Rugens

LO SCANDALO DELL’ACCIAIERIA

Siamo nel 1903. Qualcuno scrisse: “Il fatto è che di Terni quasi nessuno, da un pezzo in qua, fiatava”. Chi fece questa annotazione si chiamava Francesco Papafava ed era uno studioso che pubblicava una cronaca mensile sulla rivista “Giornale degli Economisti1.

I suoi articoli sono diventati, dopo che se ne curò la raccolta, un documento per ricostruire l’evoluzione della pubblica opinione italiana nel primo decennio del secolo Ventesimo2. L’occasione di annotare qualcosa su Terni gli venne data da un furibondo discorso alla Camera dei Deputati dell’on. Enrico Ferri, neo socialista e nuovo direttore dell’Avanti!, contro il Ministro della Marina Bettòlo3.

1) Il giornale degli Economisti principiò le pubblicazioni nel 1886, su ispirazione dell’economista Francesco Ferrara e, sulla prima serie (1886 1909), vi apparvero le firme di Vilfredo Pareto, di Matteo Pantaleoni, di Ugo Mazzola, di Antonio De Viti De Mario, oltre che di Papafava. “Il Giornale degli Economisti” è la rivista economica italiana di più lunga tradizione, alla quale collaborò anche Giulio Einaudi.

2) Le cronache di Papafava furono raccolte postume nel 1913 presso l’editore Giuseppe Laterza di Bari, con il titolo “Dieci anni di vita italiana, 1899 1909”. Vitttorio Foa, che ne fece una sua lettura, durante la sua prigionia in un carcere fascista, le ha definite “cronache politiche ed economiche davvero bellissime” nelle sue Lettere ai Famigliari, pubblicate da Einaudi nel 1998. La linea politica seguita dal Papafava fu contro lo “statalismo borghese e a favore di un riformismo socialista e marginalista. 

3) Enrico Ferri (1856 1929), allievo di Cesare Lombroso si occupò insieme al maestro di criminologia antropologica e fu tra i massimi esponenti della scuola positiva italiana. Divenne deputato del Partito Radicale nel 1886, poi aderì, sempre in Parlamento, al Partito Socialista nel 1893. All’abbandono di Bissolati, nel 1903 assunse la direzione dell’Avanti! che mantenne fino al 1908. Uscì dal Partito Socialista nel 1911, dopo aver giudicato positivamente l’intervento italiano in Libia. Neustralista durante la Prima Guerra Mondiale, fu rieletto deputato socialista nel 1921. Aderì al fascismo e venne nominato senatore del regno nel 1929, pochi giorni prima di morire. Giovanni Bettòlo (1846-1916) ammiraglio e capo di Stato Maggiore della Marina fu deputato della Liguria dal 1890 al 1913. Pubblicò Il “Manuale teorico-pratico di artiglieria navale” in due volumi (1879 1881). Fu per tre volte Ministro della Marina (1899, 1900. 1903). In seguito all’attacco di Ferri si dimise da ministro e querelò deputato socialista per diffamazione e vinse processo, ma la condanna di Ferri non venne eseguita.


Il 1° maggio del 1903, Bissolati lasciò la direzione del quotidiano socialista nelle mani di Ferri, il quale iniziò dalle colonne del giornale una campagna contro il Ministero della Marina. Accusò Bettolo di aver aumentato lo stipendio del presidente del Consiglio della Marina, per ungerlo e fargli firmare un contratto di forniture di corazze per 20 milioni di lire all’Acciaieria di Terni. Le accuse di collusione tra la Marina e la industria ternana destarono l’attenzione dell’opinione pubblica. Ecco perché Papafava scrisse che si “fiato” infine di Terni: “Il famoso j’accuse dell’on. Ferri contro l’on. Bettolo ha sconquassato la piccoletta vita parlamentare coi suoi gruppi, gruppetti e gruppettini, e ha buttato all’aria il ministero.”

Ferri dichiarò a Montecitorio che il ministro della Marina era un “divoratore di milioni” e sulle pagine dell’Avanti! fece illustrare il quadro della sua denuncia da una serie di articoli firmati “Free Trader” (numeri del 29 maggio, 2, 4, 9, 16 giugno) in cui si ripercorse la storia della Società Terni dal 1881 in poi, cioè da quando Cassian Bon si impadronì della ditta Lucowich e con Breda iniziò quella che abbiamo chiamato “la trasformazione della ghisa in oro, attraverso i contratti con la Marina per la produzione di acciaio per le corazze delle navi da guerra in una Acciaieria da far sorgere con il bluff. L’articolista mise in risalto le varie commesse e i vari anticipi che la SAFFAT ricevette dal Ministero, mentre i prodotti erano insoddisfacenti e poi, dopo che l’Acciaieria cominciò ad avere profitti, la storia dei milioni che furono “distribuiti agli azionisti grossi ed agli amici della società, in forma di propine agli amministratori e ai sindaci, di pareri retribuiti agli avvocati politici, di perizie e incarichi speciali profumatamente pagati agli ingegneri.” Free Trader, esaminando il trust che si era formato intorno alla Terni, proseguiva: “Si consideri inoltre la protezione doganale di cui la Terni fruisce non soltanto per le forniture allo Stato, ma anche per tutti i prodotti di consumo privato (verghe, travetti, lamiere, masselli, assi e cerchioni per veicoli, rotaie ed altro materiale per ferrovie tramvie, tubi per acqua e gas, materiali per navi, carrozze e velocipedi, ecc.) tutta materia prima per una folla d’industrie e per macchine e attrezzi indispensabili all’agricoltura, tutta merce che, per la protezione doganale, noi paghiamo ai ternaioli dal 30 al 50 per cento in più del vero valore”. Alle accuse di allegra amministrazione si unirono quelle di monopolio, attraverso accordi borsistici fra i vari soci di un trust, in una situazione di vantaggio artificialmente creato dalle protezioni governative. L’Avanti! concluse: “colla stessa spesa colla quale lo Stato paga due corazzate costruite in Italia, potrebbe comperarne tre costruite all’estero”.
Il Corriere della Sera, riprendendo l’argomento, sostenne che la terza nave era divorata dagli azionisti della Terni e dagli altri “succhioni” della Marina.

Ferri aveva suscitato una tempesta e il gruppo parlamentare socialista stabili, all’unanimità, di presentare un ordine del giorno alla Camera per la nomina di una Commissione parlamentare d’inchiesta sul Ministero della Marina, dopo aver constatato: “essere emerso da pubblicazioni e da relazioni e da dichiarazioni parlamentari che, per le costruzioni delle navi da guerra, lo Stato è insufficientemente difeso contro le pretese della privata speculazione e dell’affarismo e che cospicue somme vennero spese in diversi periodi, oltre i limiti degli stanziamenti”.
Il Presidente del Consiglio Zanardelli insabbiò la proposta e i deputati bocciarono l’inchiesta con 188 voti contro 149. A causa di queste decisioni negative, Giolitti uscì dal governo dimettendosi da Ministro degli Interni. Dimissioni, moralmente obbligate, diede anche Giovanni Bettòlo per andare a difendere il suo onore in tribunale. Zanardelli cercò di evitare la caduta del Gabinetto e assunse l’interim del Ministero degli Interni e affidò, sempre ad interim, quello della Marina al Ministro degli Esteri Morin. Ma non resse allo scandalo e venne esonerato dal re qualche mese dopo. Dopo pochi giorni dalle dimissioni, Zanardelli mori.

Nel 1903, quando ancora la tempesta non si era levata, il 4 gennaio era scomparso, all’età di 78 anni, Stefano Breda, il fondatore della SAFFAT, mentre il suo cofondatore Cassian Bon passava da una speculazione errata all’altra facendo buchi nel conto della Cassa di Risparmio della città, che gli concedeva con leggerezza imprevidente i prestiti. Durante la vita di entrambi, la SAFFAT originaria si era liquefatta. Breda rimase Presidente, ma i soci veneti avevano venduto ai “genovesi” le loro partecipazioni sostenuti dalla banca Comit. Proprio Breda aveva aperto la porta ai nuovi azionisti, cioè agli affaristi, ai banchieri, e ai “borsaioli”, come erano chiamati gli Odero e Orlando che avevano comprato nel 1898. Il Padre Fondatore fece scempio del suo progetto patriottico in Valternana per finanziare un’altra sua impresa dedita alle minoranza in Consiglio d’Amministrazione, ma visse mestamente gli ultimi suoi giorni consapevole che i suoi sogni erano stati buttati in borsa. Subì il nuovo corso accettando la vendita della siderurgica di Savona, i cui stabilimenti dovevano permettere alla SAFFAT di avviare la produzione commerciale e di non rimanere solo una fabbrica di stato. Tollerò un intreccio di partecipazioni a catena fra la Siderurgica di Savona, la Ligure Metallurgica e le Ferriere Italiane che incapsulò la Terni, che non fu più l’Acciaieria con il maglio più grande del mondo, ma un centro di potere politico-finanziario. Gli azionisti si ricompensarono reciprocamente imponendo un aumento dei dividendi e l’acconto sui dividendi dell’esercizio in corso. Lo sforzo speculativo del trust si concluse con l’ideazione di un programma per la costruzione di un centro siderurgico a ciclo integrale da impiantare a Bagnoli, per approfittare della legge speciale per Napoli. La “legge dell’8 luglio 1904 recante provvedimenti per il risorgimento economico della città di Napoli” conteneva due concessioni studiate apposta per incentivare il trust siderurgico. La prima permise l’esproprio rapido dei terreni su cui impiantare le industrie e la esenzione per 10 anni dell’imposta di ricchezza mobile sui fabbricati e i terreni. La seconda era contenuta nell’articolo 17 che diceva testualmente: “La maggiore escavazione di minerale, prevista nei contratti che regolano l’affitto delle reali miniere dell’Elba, dei terreni ferrieri del Giglio, e delle fonderie di ferro di Follonica, rispettati i diritti acquisiti dagli stabilimenti di fusione attualmente esistenti, sarà concessa con l’obbligo espresso di destinare il minerale escavato, fino a concorrenza di 200.000 tonnellate, a soddisfare i bisogni degli industriali aventi stabilimenti nelle provincie meridionali e a preferenza in quella di Napoli”.4

Per profittare della legge su Napoli, fu creata I’ILVA, con un capitale di 20 milioni cui concorsero la Terni, la Siderurgica di Savona, la Ligure Metallurgica, la Società Elba e i Bondi di Piombino. Nel 1903, l’inchiesta insabbiata da Zanardelli fu reintrodotta il 27 marzo 1904 dal governo Giolitti e se ne conobbero i risultati nel giugno del 1906. La riapertura del caso, tra i ternani, generò il terrore che si potessero perdere i posti di lavoro.

4) La legge per Napoli del 1904 prevedeva anche la municipalizzazione della forza idraulica per offrire energia motrice a prezzo ridotto; l’ampliamento e la sistemazione del porto con un carico del Ministero dei Lavori Pubblici di L. 12.500.000; provvedimenti a favore dell’istruzione (ingegneria, istituto nautico, istituto tecnico, scuole professionali)