Otto croissant ci escono. Per il pane ci stiamo organizzando

In Italia, da poche ore, gli ultimi (chi siano spero di non doverlo ancora una volta spiegarlo) hanno ricevuto, quali pensionati INPS, un aumento di euro 8/9 (otto-nove), si dice per affrontare l’emergenza “bollette” e “inflazione” di cui, come si sa, si parla da mesi.
Con un’inflazione che, viceversa, è ammesso ormai dall’ISTAT, veleggia oltre l’11%.
Tra poco gli ultimi si dovranno industriare (un paradosso dover usare questo termine) per capire come fare a non decedere “per fame, freddo, dignità violata”. Eppure si sapeva con largo anticipo che per una parte sostanziosa dell’Umanità le cose si sarebbero messe malissimo.
In questo luogo telematico, certamente sempre più marginale e ininfluente, da tempo vi parlo di un libro (Il secondo pianeta – Che cosa succederà nei prossimi cinquant’anni quando saremo in otto miliardi sulla terra) scritto da Umberto Colombo e Giuseppe Turani e andato in stampa nel lontano 1982 (si sarebbero dovuti celebrare in tutte le scuole d’Italia i quarant’anni di questo testo pre-veggente) a cui tanto devo. Certamente devo che quanto sta accadendo non mi stupisce. A questo testo e ad altri di cui ciclicamente vi parlo. Sono tutti  libri che si concentravano, quando furono scritti, su quanto sarebbe potuto accadere intorno al 2025/2030. Non solo ci siamo ma tranne una sfumatura che trovate nel testo di Colombo-Turani relativa alla diminuzione (così prevedevano) delle scorte planetarie di petrolio, tutto il resto è di drammatica attualità. A cominciare dalla cifra di otto miliardi raggiunta e superata.
Le pagine scelte vanno dalla 232 alla 238. Vedete voi.

Oreste Grani/Leo Rugens

P.S. Prima di dimenticarmene, tengo, a nome di tutti gli ultimi d’Italia, a ringraziare l’INPS per la cospicua elargizione. Otto croissant ci escono.
Per il pane ci stiamo organizzando.

Dove va il pianeta (da oggi al 2030)

Nei capitoli precedenti si sono viste quali sono le condizioni nelle quali si trova il pianeta e quali sono i problemi che si dovranno affrontare e superare nei prossimi decenni. Volendoli riassumere in pochi punti, si può costruire una sorta di breve guida:

1. La popolazione è destinata a raddoppiare nel giro di cinquant’anni. Nessuno, ormai, è in grado di fermare questo processo. La Terra, quindi, sta per essere invasa da un vero e proprio «secondo pianeta», come numero di abitanti, al quale bisognerà fornire case, lavoro, cibo, energia e tutte quelle altre cose che fanno dignitosa la vita dell’uomo.

2. Tutto questo avviene mentre la risorsa più conosciuta e tradizionale, e anche la più comoda, per quanto riguarda l’energia, cioè il petrolio, sta per finire, senza che l’uomo, come invece era avvenuto sempre in passato, abbia pronta una nuova fonte con cui alimentare il suo sviluppo. La Terra si trova quindi di fronte a quello che si è soliti definire come il problema della «transizione in salita»: deve cioè, trovare il modo di adattarsi alle nuove condizioni, impedendo intanto che la vita degradi o che la convivenza civile debba tornare indietro.

3. Per fare tutto questo l’uomo può contare soltanto sulle risorse che possono venire da cinque distinte rivoluzioni tecnologiche riguardanti diversi campi della sua attività: l’energia, l’informatica, la bio-tecnologia, i nuovi materiali e i nuovi spazi. Ognuna di esse è in grado, sia pure in diversa misura e in accoppiamento con le altre, di rendere più semplice il compito di attraversare i prossimi cinquant’anni. Tutte queste tecnologie, comunque, presentano diverse difficoltà. Soprattutto appare complicato il problema di tenerle insieme tutte quante e di fare in modo che i vari progressi, nell’una o nell’altra delle tecnologie, viaggino in modo organico. In particolare appare chiaro come il problema dei problemi sia costituito dall’energia. Potendone disporre in quantità rilevanti appare abbastanza agevole superare ogni sorta di difficoltà. Ma è proprio sull’energia che oggi si appuntano le maggiori incertezze. Alcune tecnologie, come quella nucleare, sarebbero in grado di risolvere le questioni di fronte alle quali si trova l’umanità, ma contro il suo uso esistono parecchie ostilità e anche gli ambienti più responsabili manifestano una certa cautela, dovuta ai rischi che le centrali nucleari comportano, anche nel caso in cui fossero prese tutte le misure di sicurezza necessarie. D’altra parte alcune tecnologie, come quelle solari, non appaiono ancora del tutto pronte a soddisfare i crescenti e urgenti fabbisogni di energia della popolazione mondiale.
È per questo che nelle prossime pagine ci si occuperà soprattutto di energia. Si farà una rassegna dei modi e delle tecniche con le quali l’uomo, sulla base di studi e di previsioni attendibili, conta di superare i prossimi cinquant’anni. Risulterà evidente, dalla descrizione dei vari modelli che verrà fatta, che sarà proprio l’energia a condizionare la vita dell’uomo nel corso di questo periodo di tempo.

Se la gente non potrà disporne in quantità sufficiente, il mondo che attende fuori della porta sarà ancora più ingiusto e brutale di quello di oggi. Sembra assurdo che tante cose possano dipendere da qualche barile di petrolio o da qualche vagone di carbone in più o in meno, ma questo solo perché in passato si è stati molto distratti e molto disattenti. Il mondo oggi è quello che è anche perché ha sempre saputo contare su rilevanti e incessanti rifornimenti di energia. Il fatto che adesso ci si trovi ad affrontare questo problema, che mai in passato si era posto, colloca tutte le questioni attinenti alla vita dell’uomo in una dimensione diversa e in una prospettiva insolita. Insolita, ma non per questo meno reale.

A) Il pianeta di Marchetti

Un approccio interessante, anche se per molti versi paradossale, allo studio del futuro è quello di Cesare Marchetti, un fisico italiano che lavora presso l’Istituto Internazionale di Applicazioni dell’Analisi dei Sistemi (IIASA) di Vienna. II pregio di questo approccio è quello di essere più che altro un gioco, ma un gioco molto serio, una sorta di provocazione pura e semplice nei confronti di coloro che profetizzano catastrofi e che ritengono insolubili i problemi di un aumento, anche forte, della popolazione.

Marchetti, che è un ingegno vivace e non convenzionale, non parte, come invece fanno molti altri, dalle condizioni attuali per ricavarne poi delle previsioni circa quello che potrà accadere fra cinquant’anni. Nei suoi studi capovolge questa impostazione e pone quella che in America verrebbe chiamata «la domanda da un milione di dollari»: quanta gente può vivere sulla superficie della Terra, senza che questa si deteriori fino a risultare poi invivibile?
Per rispondere, Marchetti parte dalla premessa che l’unico vero limite è quello dovuto alla produzione di energia: se se ne dovesse produrre troppa, alla fine la Terra finirebbe per arroventarsi a causa del calore da essa stessa generato. Fatti alcuni relativamente semplici calcoli termodinamici, che qui vengono risparmiati, arriva alla conclusione che, in opportune condizioni e sotto rigoroso controllo la Terra può arrivare a ospitare una produzione di energia pari a circa 1250 volte quella attuale. E questo significa, secondo calcoli di Marchetti, che sul pianeta possono trovare posto non otto miliardi di persone, ma addirittura mille miliardi. Ognuna di esse, inoltre, potrà avere a disposizione cinque volte più energia di quanto non abbia oggi l’abitante medio della Terra.

Il mondo di Marchetti è quindi un mondo popolato fino all’inverosimile, ma non povero. Anzi, la gente, su di esso, avrebbe a disposizione molta più energia di quanto abbia mai sognato.

Il suo non è uno scenario della povertà, ma dell’abbondanza. E questo per una popolazione duecentocinquanta volte superiore a quella attuale. A mille miliardi di abitanti la Terra potrebbe arrivare, se l’attuale ritmo di crescita non venisse interrotto o fermato, nel giro di circa trecento anni, quindi verso il 2300. Ma non è di questo che si occupa Mar chetti, convinto come tutti gli altri ricercatori che a una simile enormità non si arriverà probabilmente mai. Ciò che a lui interessa dimostrare è che, «se questo dovesse succedere», il mondo potrebbe sopravvivere senza eccessive difficoltà.
La premessa da cui egli parte è che l’uomo non è un nemico della città e un amico della campagna per predisposizione naturale. Al contrario, appena ha potuto ha abbandonato la campagna e si è riversato su città sempre più grandi e sempre più convulse. L’uomo, insomma, è prima di tutto un animale urbano. La «qualità della vita» non consiste quindi in un ritorno alla civiltà agreste, come oggi molti tendono a far credere, ma probabilmente nel suo esatto contrario. A Marchetti, sulla base di questa osservazione, le città non fanno paura.

E infatti nel suo pianeta le città abbondano. Dove vivrebbero mille miliardi di persone? Non tutte quante sulla solida Terra, perché non ce ne sarebbe la possibilità. Secondo i suoi calcoli solo un terzo, circa trecentotrenta miliardi, potrebbero trovare posto in città situate sulla Terra. In realtà, si tratterebbe di una città unica, chiamata ecumenopoli, nata dalla fusione delle diverse megalopoli che a loro volta sono agglomerati urbani contigui, di cui già si vedono i germi (l’area da Boston a New York a Washington viene già chiamata «Boswash» quella da Chicago a Pittsburgh attraverso Illinois e Ohio «Chipitts», quella costiera californiana da San Francisco a San Diego «Sansan»). Ma non bisogna andare lontano per pensare alle megalopoli: basta dare un’occhiata alla Ruhr, o anche al nostro triangolo industriale per il quale si potrebbe coniare il nome non troppo allegro di «Gemito»… Tranne le zone impervie o inadatte ad ospitare città, tutta la terra emersa verrebbe coperta da costruzioni molto verticali, fino a costituire un unico agglomerato urbano. In questa ecumenopoli la densità sarebbe di duemila abitanti per chilometro quadrato, pari a circa dieci volte quella italiana di oggi. Queste città avrebbero un tetto «generale» capace cioè di contenere sotto di sé parecchi milioni di abitanti e al loro interno il clima sarebbe regolato con i sistemi più moderni e sofisticati.
Gli altri due terzi della popolazione mondiale, circa sei centosessanta miliardi di persone, vivrebbero invece in città collocate sulla superficie del mare. Queste, a differenza di quelle collocate sulla terra, sarebbero città a sviluppo soprattutto orizzontale. Per il resto, sarebbero molto simili alle altre. In esse si potrebbe lavorare, vivere, abitare, istruirsi, viaggiare e divertirsi. Alcuni ricercatori, in giro per il mondo, stanno progettando città di questo tipo e l’impresa non appare per niente impossibile.

Marchetti sostiene, infatti, che questo suo pianeta per mille miliardi di persone è realizzabile sulla base delle tecnologie già oggi conosciute e controllate dall’uomo. Non rinvia a future scoperte o a ulteriori messe a punto di processi e scoperte scientifiche. Sistemata la popolazione, rimane da dire come essa si nutrirebbe. Qui Marchetti fa un salto deciso: il cibo sarebbe tutto di origine sintetica. Colonie di batteri alimentati con idrogeno, idrocarburi e cellulosa, fornirebbero tutto il cibo necessario. L’agricoltura tradizionale sarebbe mantenuta in vita, in quantità molto limitate, esattamente come oggi viene mantenuto in vita tutto il sistema estetico-culturale, ma non sarebbe chiamata a sfamare nessuno.

Ovviamente, una crescita così enorme della popolazione richiederà l’uso di quantità colossali di materiali. Come si pensa di farvi fronte? Anche in questo caso Marchetti fornisce una risposta convincente: l’uomo userà materiali che sono fra i più abbondanti sulla Terra, senza preoccuparsi se essi, per essere resi disponibili, richiederanno il consumo di gigantesche quantità di energia. Nei suoi studi si parte infatti dalla premessa che questa sarà una società dell’abbondanza energetica (ogni uomo ne disporrà cinque volte quella attuale) e quindi l’energia non sarà un problema. E sarà sempre l’energia a risolvere il problema dell’acqua, una materia che sarà scarsa già fra venti anni. Marchetti prevede infatti una sorta di «circuito chiuso» dell’acqua, che dovrà essere tutta quanta riciclata e pulita. Poi si potrà dissalare l’acqua del mare e speciali apparati raccoglieranno quella piovana per destinarla a uso umano. Se dovesse verificarsi ancora una mancanza di acqua, nonostante tutti questi accorgimenti, allora sarà possibile produrne quanta se ne vorrà bruciando idrogeno, che verrà prodotto dai reattori nucleari.
I trasporti di persone e materiali avverranno dentro tubi sottovuoto con vagoni che non dovranno vincere alcun attrito perché a sospensione magnetica. Questo per quanto riguarda le lunghe distanze. Sulle brevi e medie, invece, ci si sposterà con i sistemi tradizionali, anche se modificati e migliorati.

Rimane da comprendere, a questo punto, da dove verrà tutta l’energia che questo affollatissimo pianeta richiederà. Per Marchetti non ci sono possibili esitazioni: a fornirla dovranno provvedere le centrali nucleari, normali e autofertilizzanti. Anche in questo caso si tratta di tecnologie già note e sperimentate. Secondo i suoi calcoli non c’è alcun bisogno di mettere nel conto l’ipotesi di usare centrali a fusione nucleare. Questo mondo potrebbe funzionare benissimo usando normali centrali nucleari a uranio. E da dove verrà tutto l’uranio necessario per dare l’energia a mille miliardi di persone? Dal mare, risponde Marchetti. È stato calcolato che nel mare esiste tanto uranio da assicurare l’autosufficienza energetica a un mondo di mille miliardi di persone per almeno mille anni. In questo periodo di tempo l’umanità sarà in grado di assicurarsi agevolmente qualche altra fonte di energia. La fusione nucleare, ad esempio. O quella solare. Senza contare che in linea di principio non solo l’uranio, ma anche altri elementi pesanti possono essere usati come combustibili per le centrali a fissione. Si tratta di disporre, all’inizio, di grandi quantità di energia per innescare la reazione. Ma, come si è visto, questo è un mondo nel quale l’energia non mancherà certamente.
Che cosa si può dire di questa provocazione di Cesare Marchetti? Che essa raggiunge lo scopo che si era prefissa. Ne risulta dimostrato che il limite alla crescita della popolazione mondiale non è tecnico, ma semmai politico, sociale e culturale. Se sorgono dei dubbi, e sorgono, non è infatti davanti ai suoi calcoli, ma davanti alla possibilità che l’uomo riesca veramente a «tenere insieme» un’umanità di mille miliardi di persone e funzionante sulla base di un sistema tecnico così complesso e così compatto, così organico. Quanto ciò sia vero lo si vedrà nei prossimi capitoli, non appena si andranno a esaminare alcuni possibili scenari reali, alcuni «modi», cioè, studiati per far sopravvivere non mille miliardi di persone, ma soltanto otto.