Tutto qui?

Se pensate che in quel periodo (alcuni anni) il “servizio preposto” ci è costato miliardi (c’erano le lirette), capite che qualcosa non torna. Direte, voi pistaroli e saputelli, che, negli archivi di Forte Braschi (e in altri enti autorizzati a far fascicoli), c’è certamente un sacco (e mezzo?) di altra documentazione. E se viceversa ci fosse poco o niente di più del REI (Ritaglia e incolla) che avete appena finito di leggere? Carte sparse, super classificate e timbrate, quante ne volete, ma strumenti interpretativi potrebbe essere che non ne siano stati prodotti. Degni di essere, con fierezza di appartenenza, mostrati. E se dopo 40 e passa anni non vengono mostrati, sentite a me, potrebbe essere che non ci sia nulla da esibire. Se non esempi di inadeguatezza.

Sono per questa ipotesi imbarazzante soprattutto se tengo per buono/credibile quanto un giorno mi fu rivelato/confidato/affidato (davanti a buoni testimoni) dal francese Fulvio Guatteri sul fatto che Mario Mori, si era rivolto a lui quando ebbe la nomina a direttore del Sisde, confessandogli che di alcune cose non ne capiva niente e che contava sull’aiuto dell’amico/collega francese.
Un giorno (il Governo Meloni può facilitare?) sarà possibile/utile aprire queste scatole e questi armadi?  Senza capire come è andata in Europa/Mediterraneo (il 1°), di sovranità, sentite a me, è impossibile  ragionare. Come è andata nei nostri servizi, sto dicendo.
Fosse paradossalmente arrivato il tempo?

Oreste Grani/Leo Rugen 

La rete internazionale del terrorismo italiano


Sui collegamenti internazionali del terrorismo italiano, e delle Brigate Rosse in particolare, è stato detto e scritto molto. Qui vogliamo proporre i contenuti di una analisi elaborata dal nostro Servizio all’inizio degli anni ’80, già declassificata nella seconda metà degli anni ’90 su richiesta della Magistratura. Il quadro, tracciato attraverso informazioni provenienti da tre diversi canali (fonti informative, organismi di intelligence stranieri e dichiarazioni dei primi “pentiti”), ha trovato significativi riscontri nelle testimonianze fornite da alcuni leader dell’organizzazione brigatista in sede processuale.


Le diverse informazioni raccolte tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80 indicavano l’esistenza di una “struttura internazionale” del terrorismo, con sede a Parigi, avente il compito di coordinare le azioni dei vari gruppi eversivi operanti in Europa (IRA, ETA, NAPAP, RAF), al fine di inquadrarle in un unico processo di destabilizzazione dell’Alleanza Atlantica e delle democrazie occidentali.


Nucleo essenziale di questa “struttura” francese era l’Istituto linguistico Hyperion, cui facevano capo cittadini francesi e italiani.
L’Istituto svolgeva anche opera di mediazione per l’organizzazione di incontri tra terroristi italiani e stranieri (palestinesi, tedeschi, irlandesi) che, per motivi di sicurezza, si tenevano solitamente in territorio francese.
Tali contatti, cui da parte italiana partecipavano brigatisti di spicco quali Mario Moretti, Laura Braghetti, Vincenzo Guagliardo e Giovanni Senzani, si sarebbero intensificati dopo il sequestro e l’assassinio dell’On.le Aldo Moro.
Lo stesso Mario Moretti ricordava, nel suo libro-intervista: “fummo cercati dopo il sequestro Moro. Da tutti. La Raf, l’Eta, l’Olp, alcuni compagni francesi. I contatti li stabilimmo a Parigi” (1) .
Nell’estate del 1978, venne organizzato un incontro a Parigi tra Mario Moretti e un rappresentante dell’O.L.P. (di identità mai rivelata, ma presumibilmente con il ruolo di “Ministro dell’Interno” di quella organizzazione).
Diversi erano gli obiettivi perseguiti da brigatisti e palestinesi. In particolare, per le B.R. si trattava soprattutto di ottenere armi ed esplosivi, assistenza per i latitanti all’estero e accesso ai campi di addestramento in Libano.
Per l’O.L.P., invece, prioritaria era la possibilità di commissionare alle B.R. attentati contro obiettivi israeliani ed ebraici in Italia. Tale strategia rispondeva alla volontà dei palestinesi di non violare l’impegno “informale” a non operare direttamente su territorio italiano. Le B.R., inoltre, avrebbero dovuto custodire, in Italia, armi per conto dei palestinesi (2) .
Il primo risultato dell’incontro fu la consegna di un carico di armi il cui trasporto, organizzato da Mario Moretti ed altri, avvenne attraverso un valico alpino della Liguria nell’estate del 1978.
Questo carico comprendeva, tra l’altro, alcuni fucili mitragliatori kalashnikov (uno dei quali venne usato in Piazza Nicosia nell’attentato contro il Comitato Provinciale Romano della D.C., mentre un altro venne rinvenuto nel covo di Via Silvani a Roma nel gennaio 1982), un lanciagranate di fabbricazione sovietica Rpg e una mitragliatrice.

Nel corso degli incontri successivi, protrattisi fino all’arresto di Mario Moretti (aprile 1981), era stato raggiunto una sorta di accordo, che tra l’altro prevedeva:
– l’assistenza ai brigatisti latitanti in Francia o in Angola;
– la fornitura di armi da parte dell’O.L.P.;
– la pianificazione, da parte delle B.R., di attentati contro obiettivi israeliani (3) .

Punto cruciale dell’accordo erano i campi palestinesi in Libano. In particolare, fu stabilito che in caso di partecipazione ai corsi di addestramento, i brigatisti non avrebbero ricevuto alcuna assistenza dai palestinesi per il passaggio delle frontiere.
Inoltre, i loro documenti non avrebbero dovuto consentire di far risalire all’O.L.P. la responsabilità della presenza degli italiani (l’O.L.P. in effetti non vedeva di buon occhio la richiesta delle Brigate Rosse di accesso ai campi palestinesi per il timore di eventuali complicazioni con il Governo italiano. Per lo stesso motivo i rappresentanti dell’O.L.P. non accettarono mai di incontrare i brigatisti in Italia).
Il progetto di collaborazione tra Brigate Rosse e O.L.P sarebbe stato, secondo fonti attendibili, particolarmente a cuore al “Ministro dell’Interno” dell’O.L.P., in quanto egli rappresentava una fazione marxista di minoranza in seno all’organizzazione.
Il successo di una eventuale campagna anti-israeliana, condotta su scala europea dai vari gruppi terroristici con i quali egli era in contatto, avrebbe indubbiamente accresciuto l’influenza della sua corrente nell’ambito dell’organizzazione.
Mario Moretti, in effetti, sostenne di aver avuto contatti con una parte dell’O.L.P. “di tendenza comunista, che guardava molto all’Europa. Per loro era importante che nei paesi dell’area mediterranea si creasse una forte opposizione, armata se possibile, per indebolire la morsa dell’imperialismo americano in Medio Oriente” (4) .

Nell’estate del ‘79 l’O.L.P. accettò di fornire alle B.R. un altro carico di armi, che sarebbero state consegnate a Cipro e – per motivi di copertura – tutte di produzione occidentale.
In effetti, nel luglio-agosto del 1979 Mario Moretti, Riccardo Dura ed altri due brigatisti si imbarcarono sul “Papagos”, un panfilo di proprietà di uno psichiatra di Ancona, e si recarono a Cipro (questo secondo le nostre informazioni; Moretti in realtà – vedasi box alla pagina seguente – parla di una “tappa” a Cipro e di un prelievo sulle coste libanesi).
Il carico comprendeva, tra l’altro, circa 150 mitra Sterling (5) , una decina di fucili Fal di fabbricazione belga e cinque/sei quintali di esplosivo al plastico (trasportati nell’isola da imbarcazioni palestinesi).
Il materiale venne in parte distribuito alle varie Colonne delle Brigate Rosse ed in parte occultato in depositi situati in Sardegna e nelle vicinanze di Treviso (deposito del “Montello”).
Le armi che sarebbero dovute restare a disposizione dell’O.L.P. erano state contrassegnate con una “F” blu per indicare il “Fronte”.
Le armi destinate a Roma vennero trasportate in treno nel novembre del 1979 da Antonio Savasta e altri brigatisti e distribuite nei covi di Via Silvani, Via Pesci, Via D’Andrea e Via Tiburtina.


Edizioni Anabasi, aprile 1994“…. Avevamo in Francia dei compagni espatriati alcuni anni prima, che erano in grado di collegarci con tutti i movimenti rivoluzionari d’una certa consistenza. […] Eravamo molto interessati all’Eta e moltissimo al movimento di liberazione della Palestina. […] Quel che ci interessava era il rapporto politico, di fraternità, fare qualcosa per l’Olp. […] Ci imbarcammo sul “Papago” […] Salpammo da Ancona per Cipro, dove aspettammo l’appuntamento […] Il giorno convenuto ci incontrammo al largo di Tripoli nel Libano, e trasbordammo da una barca all’altra le armi che erano state preparate in sacchi di iuta. I palestinesi si sorpresero che preferissimo fare il carico in mare, perché in quel momento avevano il controllo di parte della città […] Le armi presero strade diverse, una parte venne distribuita nelle basi di ogni colonna. [Le armi per l’Ira] le depositammo in Sardegna. Con l’aiuto di Barbagia Rossa, una formazione combattente radicata nel nuorese e che disponeva di una rete capillare tra i pastori della zona”.

Nel deposito del “Montello” (una buca profonda oltre due metri) venne trovato, avvolto in giornali arabi, parte del materiale trasportato col “Papagos” e cioè, fra l’altro, caricatori e fucili Fal, otto mitra Sterling ed alcuni tubi di gelatina.
Dopo l’arresto di Mario Moretti, il Fronte delle Carceri (allora capeggiato da Senzani) e le altre Colonne dell’organizzazione, tentarono di acquisire il numero di telefono dell’utenza parigina per entrare in contatto con la rete francese.
Moretti, il solo in possesso del numero, forse per il forte stress emotivo successivo all’arresto (6) , non fu in grado di richiamarlo alla memoria e il contatto con la Francia, pertanto, si interruppe.
Nella seconda metà del 1981, in seno alle Brigate Rosse inizia a profilarsi la spaccatura tra l’ala “partitica” (il gruppo Senzani) e l’ala “ortodossa” (Colonne di Roma, Genova, Mestre).
I motivi di tale, profondo, dissenso sono vari ed articolati ed affondano le loro radici in problematiche di carattere ideologico ed operativo (7) .
Tuttavia, si è portati a ritenere che tra le varie cause della scissione tra “partitici” e “militaristi” possa essere inserita la differente valutazione, da parte dei due gruppi, sulla opportunità di intrattenere legami con l’estero.
Illuminante, al riguardo, può essere considerato il contenuto di un manoscritto, in possesso di Giovanni Senzani al momento del suo arresto, nel quale erano contenute indicazioni di estrema importanza.

Nello scritto (redatto con frequenti annotazioni e sigle che a tratti rendevano l’interpretazione difficoltosa), l’estensore esprimeva l’opinione che il KGB fosse in grado di “pilotare” l’attività delle maggiori organizzazioni terroristiche europee e palestinesi, in funzione anti-occidentale.
In particolare, secondo Senzani, l’U.R.S.S. sarebbe stata interessata a far fallire il cosiddetto asse euro-socialista instaurato tra Kreisky e Mitterand, la cui politica di attenzione nei confronti dell’ala moderata dell’O.L.P., capeggiata da Arafat, sarebbe stata considerata contraria agli interessi sovietici nello scacchiere mediorientale.
Al riguardo, Alberto Franceschini ricordava: “a Parigi si discuteva di geopolitica, dei grandi giochi dell’Est e dell’Ovest, innanzitutto sulla scacchiera europea e mediterranea. E dei grandi giocatori. Non solo Urss e Usa, ma anche, per fare un esempio, un asse socialista franco-austriaco, un terzo giocatore, l’asse Mitterand-Kreisky…” (8) .
Sempre secondo Senzani, il Servizio sovietico avrebbe fornito appoggi alla fazione estremista palestinese capeggiata da Abu Nidal, la cui attività risultava finalizzata a far fallire i progetti (appoggiati anche da Arafat) di elaborazione di piani di pace in Medio-Oriente.
Quale che fosse la fondatezza delle opinioni di Senzani, le stesse dovevano essere valutate con la massima attenzione, in quanto provenienti da un “osservatore privilegiato” del mondo clandestino in cui per anni si erano agitate esasperate tensioni ed ambigui interessi.
Il “gruppo Senzani”, al contrario dei “militaristi” (apertamente accusati di essere divenuti le pedine di un gioco le cui regole erano state stabilite dai sovietici), intratteneva rapporti diretti con ambienti francesi.
In particolare i brigatisti dell’ala “partitica” avevano rapporti con un certo “Paul” (che sarebbe venuto spesso a Roma) e tale “Catherine”.
Secondo convergenti informazioni provenienti da altra fonte, un certo “Paul”, francese, procurava armi anche all’I.R.A.
Il fatto che, nel già citato appunto di Senzani, fosse testualmente scritto “I.R.A. – tramite anche Paul”, induceva ad ipotizzare che lo sconosciuto cittadino francese (non si sa per conto di chi) avesse intrattenuto rapporti – forse in funzione di collegamento e rifornimento – anche tra I.R.A. e Brigate Rosse “partitiche”.

Risultava, inoltre, da un documento sequestrato nel gennaio 1982 in un “covo” del “gruppo Senzani” che l’ala “partitica” delle B.R. aveva in programma di fondare una “colonna esterna”.
Questo documento appariva di estremo interesse in quanto contenente (sia pure in forma spesso criptica) una disamina dello stato delle relazioni tra brigatisti e gruppi stranieri e/o Stati esteri.
La “colonna esterna” delle B.R., avrebbe dovuto, nelle intenzioni degli estensori del documento, svolgere ruoli di:
– reclutamento, per il recupero dei fuoriusciti italiani e la cooptazione di “elementi internazionali”;
– indirizzo politico-diplomatico, essenziale per stabilire rapporti con i movimenti clandestini europei, di liberazione del Terzo Mondo e i governi ‘progressisti’. Lo scopo era di sollevare a livello internazionale il problema della legislazione antiterrorismo e del trattamento dei “prigionieri politici”; di creare difficoltà per lo “schieramento riformista”; di rendere possibili forme di collaborazione politico-militare e di creare punti di appoggio per “compagni liberati”;
– gestione logistica, per cui la colonna esterna avrebbe dovuto fungere da centro-archivio, base di rifugio per latitanti, ricerca di armi, fondi e rifornimenti, centro di elaborazione di materiale politico-ideologico.

Nello stesso documento veniva tracciato un quadro generale dei rapporti internazionali già avviati o in corso di maturazione all’estero.
Nonostante i Paesi fossero indicati soltanto con un numero di codice, dall’analisi dello scritto si desumeva che mentre in Svizzera, prima tappa per i compagni che uscivano dall’Italia, i terroristi disponevano di una buona rete logistica, in Francia i brigatisti potevano contare su una solida rete locale autogestita (la Francia, proprio per questo motivo sarebbe stata prescelta, come sede europea della “colonna esterna”).
In alcuni Paesi africani (dei quali è possibile identificare con certezza soltanto l’Angola) il “gruppo Senzani” aveva allacciato contatti anche con Autorità governative, mentre in Asia (presumibilmente in Cambogia) sarebbero stati stabiliti “ottimi rapporti” con il Fronte di Liberazione locale (forse il “Fronte Khmer”) e con il Ministro della Difesa.
In Irlanda, infine, i brigatisti avevano contatti con i “responsabili dei rapporti internazionali” dell’I.R.A., che erano interessati alla strategia del carcerario.
Secondo quanto affermato nel progetto di costituzione della “colonna esterna”, la stessa avrebbe dovuto avere una base europea (Francia) ed una asiatica (Cambogia).
Anche se la disarticolazione del “gruppo Senzani” e della fazione partitica delle Brigate Rosse aveva fatto saltare il programma ed i contatti avviati, il documento sequestrato al brigatista appariva importante in quanto confermava che i brigatisti dell’ala “partitica” erano attestati su una posizione antisovietica ed avevano intenzione di costituire una “Colonna” in Cambogia, dove agivano i Khmer rossi, appoggiati dalla Cina.

Con l’arresto di Vincenzo Guagliardo, Laura Braghetti, Mario Moretti e, successivamente, di Fulvia Miglietta, i rapporti con le “strutture” francesi vennero interrotti dalle B.R. che non riuscirono a contattare gli appartenenti alla rete clandestina.
Per tali motivi, nel corso di una riunione del “comitato esecutivo” dell’organizzazione, tenutasi durante il sequestro Dozier, venne affrontato il problema dei collegamenti esteri da riallacciare per sfruttare, a livello internazionale, i risultati della “campagna anti-NATO”.
In quella occasione sarebbero state avanzate due proposte: la prima prevedeva la pubblicazione degli interrogatori di Dozier o la realizzazione di una intervista, con giornalisti stranieri, sulla rivista “Corrispondenza Internazionale”; la seconda, invece, auspicava l’avviamento di contatti con i Servizi Segreti bulgari.
Tale proposta venne accolta da alcuni con scetticismo, in quanto implicava per le Brigate Rosse la perdita delle proprie caratteristiche “nazionali”.
Le clamorose rivelazioni sui possibili coinvolgimenti bulgari nel sequestro Dozier e nell’attentato al Papa, contribuirono, con ogni probabilità, alla chiusura dei canali di comunicazione tra brigatisti latitanti e gruppi stranieri.
A Parigi, comunque, risultavano attive anche altre strutture, che lanciavano a livello internazionale iniziative di ambienti eversivi collegati all’estrema sinistra italiana, come il “Centro internazionale di cultura popolare” di Rue de Nanteuil.
Il “Centro” avrebbe avuto come scopo dichiarato la promozione e la difesa della cultura popolare di tutti i Paesi, fornendo ai suoi aderenti supporto logistico, nonchè canali di comunicazione utili al loro sviluppo.

In realtà, da informazioni acquisite tramite organismi collegati, risultava che nei locali parigini si riunivano frequentemente elementi appartenenti a gruppi terroristici europei e palestinesi e militanti italiani delle Brigate Rosse, di Prima Linea, delle Unità Comuniste Combattenti e di Autonomia Operaia.


Edizioni BUR, maggio 2004……l’istituto Hyperion, ufficialmente una scuola di lingue. […] Savasta aveva accennato diverse volte a rapporti internazionali delle Br, ma senza mai citare esplicitamente Hyperion e i suoi fondatori. Si era sempre mantenuto sul vago, parlando dei “compagni di Parigi” e di una “struttura di latitanza a Parigi”. […] una rete internazionale di assistenza a diverse organizzazioni di guerriglia, europee e mediorientali, tra cui Raf, Olp, Ira ed Eta. Quando nel 1981 arrestano Moretti, i vari tronconi in cui si erano spaccate le Brigate Rosse dopo l’assassinio di Moro, la prima cosa di cui si preoccupano è ristabilire i contatti con Parigi. I rapporti con la Francia, infatti li aveva mantenuti sempre e solo Moretti, l’unico che aveva anche il numero di telefono giusto […] l’aveva imparato a memoria. Per cui quando lo arrestano, quelli fuori non sanno più come collegarsi con Parigi”Ciò faceva legittimamente ritenere che il “Centro” svolgesse unicamente una funzione di “copertura”, in favore di una struttura terroristica internazionale, il cui scopo sarebbe stato quello di coordinare a livello europeo e medio-orientale l’attività dei gruppi eversivi operanti nello scacchiere europeo e mediterraneo.
L’attendibilità di tale conclusione, con particolare riferimento al coinvolgimento di terroristi italiani in questa “struttura” internazionale, sembrava confermata dalla circostanza che tra i promotori e principali animatori di questa sede parigina figurassero alcuni esponenti di rilievo dell’Istituto Hyperion, il cui ruolo di primissimo piano nelle vicende terroristiche di quegli anni è stato poi confermato dalle risultanze probatorie acquisite dai Magistrati veneti e romani nel corso di procedimenti penali a carico di brigatisti rossi.


foto ansa
Estremisti armeni, palestinesi, irlandesi ed italiani si riunivano in Rue de Nanteuil nella sede del “Centro Internazionale di cultura popolare”, da dove partivano iniziative volte ad influenzare l’opinione pubblica francese sul problema dell’“asilo politico” ai rifugiati stranieri e venivano organizzate petizioni e collette.
Un’altra rete di supporto a terroristi italiani latitanti, con base a Parigi, era rappresentata dal “Collettivo unitario per la liberazione dei prigionieri politici” sorto nella capitale francese per iniziativa di alcune frange dell’extraparlamentarismo transalpino (anarchici, autonomi, fiancheggiatori di ACTION DIRECTE).
Secondo fonti attendibili tale Collettivo non sarebbe stato altro che un’ulteriore emanazione dell’Istituto Hyperion.
Per quanto riguardava altri gruppi italiani, come riferito alla Magistratura da numerosi “pentiti”, sin dagli anni 1976-1977 alcune organizzazioni straniere (in particolare KGB e O.L.P.) avevano intessuto una fitta rete di rapporti, basati essenzialmente sulla fornitura di armi, con le formazioni “minori” dell’eversione e del terrorismo italiano (Comitati Comunisti Rivoluzionari, Prima Linea, Autonomia Operaia, ecc.).
Il principale mediatore di tali contatti tra palestinesi ed estremisti italiani era un militante noto come “Corto Maltese”, che agiva come emissario del “Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina” di George Habbash.
Nel luglio-agosto 1978, “Corto Maltese” avrebbe effettuato un primo trasporto di armi via mare dal Libano in Italia.
Con questo viaggio venne trasferito, dai campi palestinesi del Libano meridionale agli arsenali clandestini dei terroristi italiani, un ingente quantitativo di armi, tra cui tre missili terra-terra, del tritolo e una quindicina di kalashnikov (9) .
In quel periodo “Corto Maltese” si sarebbe mosso agevolmente non solo in Libano ma anche in Siria grazie al supporto fornito dalla resistenza palestinese.
Nell’estate del 1979 avrebbe tentato di trasportare via mare un altro carico di armi, ma la spedizione venne interrotta da un naufragio sulle coste di Cipro.
L’esame della questione dei collegamenti internazionali delle Brigate rosse pone in evidenza come l’organizzazione italiana non sia stata “manipolata” dall’esterno, ma abbia agito piuttosto su un piano di parità rispetto ai gruppi stranieri con i quali entrava in contatto.
La liberazione del Generale Dozier e il collasso dell’organizzazione dovuto al ‘pentitismo’ hanno fatto saltare la rete dei collegamenti, segnando la fine della stagione ‘internazionale’ del terrorismo brigatista.
(1) Mario Moretti, Brigate Rosse. Una storia italiana (vedasi box a p. 45).
(2) In effetti agli inizi del 1982 vennero rinvenute armi di fabbricazione sovietica avvolte in giornali arabi nel deposito B.R. del Montello (Treviso).
(3) A questa informazione potrebbe essere ricollegato il rinvenimento nelle tasche di Bruno Seghetti al momento del suo arresto (maggio 1980) di un biglietto contenente i recapiti a Roma dell’Ambasciatore e dell’Addetto Militare israeliani. L’ipotesi avanzata in un primo tempo, e cioè che il biglietto costituisse la prova di contatti tra Servizi israeliani e brigatisti è stata, tuttavia, smentita dalle dichiarazioni – sull’episodio – di alcuni “pentiti” e dal fatto che il biglietto era scritto in inglese, lingua sconosciuta al Seghetti.
(4) Mario Moretti, Brigate Rosse. Una storia italiana (vedasi box Moretti).
(5) Questi mitra di fabbricazione inglese facevano parte di un lotto di 1000 pezzi venduto dalla Gran Bretagna alla Tunisia e da questa ceduto all’OLP. Uno degli Sterling forniti dall’OLP alle B.R. venne utilizzato per l’assassinio dell’Appuntato dell’Arma Santo Lanzafame, ucciso in Sardegna da terroristi di “BARBAGIA ROSSA” nel settembre 1981.
(6) Potrebbe anche trattarsi, ovviamente, di dimenticanza voluta, in prospettiva del possesso di una possibile “carta” da spendere successivamente.
(7) Per una analisi approfondita delle dinamiche sviluppatesi all’interno delle Brigate Rosse, si rimanda all’articolo di questa rivista “I percorsi dell’ideologia B. R: – 1^ e 2^ posizione”, pubblicato sul n. 1/2005, pp. 63-71.
(8) Giovanni Fasanella, Alberto Franceschini, Che cosa sono le BR (vedasi box Fasanella-Franceschini)).
(9) Uno di questi sarebbe stato utilizzato dal commando di terroristi di Prima Linea nell’assalto alla Scuola di formazione aziendale di Torino nel dicembre 1979.

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