Cosa è successo, sabato 26, al Teatro Argentina?


Che Leo Rugens dia spazio ad un avvenimento come quello di cui trovate a seguire una semplice cronaca, non deve meravigliare nessuno. Tantomeno deve far saltare a facili conclusioni. Fareste una bruttissima figura. 

Sull’episodio mi lascia perplesso il silenzio della stampa e dei media in generale.

Mi lascia preoccupato che, in questo Paese, a volte, perfino un peto, non maleodorante, viene enfatizzato e, viceversa, l’interruzione di uno spettacolo, nel cuore della Capitale (il Teatro Argentina è sito nell’omonimo largo ed è a cinque minuti cinque  da tutte le maggiori istituzioni repubblicane a cominciare dal Senato e finendo al Ministero di Giustizia, a Via Arenula a duecentocinquanta metri in linea d’aria) non riceva alcuna attenzione.

Mi suona strano un tale assordante silenzio.

Nel merito delle motivazioni degli anarchici non entro e lascio al loro comunicato il compito di argomentare. A voi la libertà di riflettere.

So per sicuro che, altre volte, aver sottovalutato comportamenti similari allo stato embrionale, ha avuto un prezzo sproporzionato. A meno che, secondo la teoria di Umberto Eco – su dieci rivoluzionari tre sono spie, sei sono imbecilli e uno solo è pericoloso – di cui questo blog altre volte vi ha parlato (“Numero zero” l’ultimo romanzo di Umberto Eco, pane per le zanne di Leo Rugens ), quei giovani non fossero anarchici, ma altro.

Se questo fosse il caso, a maggior buon diritto, Leo Rugens accende il suo particolare (trattandosi di teatro) occhio di bue  e prova a saperne di più. In tempo.

Oreste Grani/Leo Rugens