Ma quando non sentiremo più parlare di Marco Mancini?


Il 17 febbraio 2003 (tra pochi mesi saranno venti anni), mentre cammina verso la moschea di viale Jenner, viene sequestrato tale Abu Omar, ex imam di Milano. Cosa è un imam?

Il termine imàm (pronuncia imàm, dall’arabo إمام, imām, che fa riferimento a una radice lessicale che indica lo “stare davanti” e, quindi, “essere guida”; adattamento italiano: imano), può indicare tanto una preclara guida morale o spirituale (ed è questo l’uso che per lo più se ne fa in ambiente politico) quanto un semplice devoto musulmano che sia particolarmente esperto nei movimenti rituali obbligatori della preghiera canonica ṣalāt. Costui si pone davanti agli oranti, dando modo ad essi di correggere eventuali errori nei movimenti che comporterebbero l’invalidità della salāt.

Da un punto di vista strettamente religioso il termine Imàm indica una “Guida spirituale” e per questo è lecito usarla per i capi di movimenti politico-religiosi, come Khomeyni.

Da un punto di vista istituzionale, l’Imam è storicamente il capo della Comunità islamica (Umma) ed è per questo, nel Sunnismo, sinonimo di califfo, come chiaramente esplicitato nel lemma «Imāma» da Wilferd Madelung su: The Encyclopaedia of Islam.

Un peso senz’altro maggiore è dato dalla figura dell’Imam dalla Comunità islamica sciita – considerato Guida ideale per meriti umani e conoscenza religiosa essoterica ed esoterica – a causa dei suoi legami di sangue e spirituale con ʿAlī ibn Abī Ṭālib, cugino e genero del profeta Maometto. La sua speciale eccellenza fra gli uomini deriva però dall’essere, in modo privilegiato, ineffabilmente assistito da parte di Dio.

Per la maggioranza dello sciismo – detta imamita, duodecimana o, in araboIthnāʿashariyya – il numero degli Imàm che legittimamente hanno guidato i fedeli musulmani (o sarebbero stati legittimamente destinati a farlo se poi, storicamente, non ne fossero stati impediti dai califfi omayyadi e abbasidi) è di dodici, mentre per la minoranza ismailita (o settimana, in arabo Sabʿiyya) il numero si limita a sette.

Mi scuso per la lunga premessa ma non è cosa minore il chiarimento in un caso complesso come quello di cui sento il bisogno di scrivere a tanti anni dagli avvenimenti.


Perché un signore marginale e ininfluente come il sottoscritto senta il bisogno di scrivere di quell’episodio è presto detto: uno dei protagonisti (su questo siamo certi e non possiamo essere querelati) di quella movimentata (sfigata e maldestra) operazione CIA-SISMI è ancora in giro e di lui si parla, anche in queste ore, come dell’attore (sfigato e maldestro) di un appuntamento “clandestino” con il politico Matteo Renzi, già presidente del Consiglio dei Ministri e figura tra le più ciclicamente coinvolte in avvenimenti nazionali e internazionali in cui anche i servizi sembrano avere un ruolo.

Scrivo pertanto del noto (ma quando un agente segreto è troppo noto da troppi anni non sarebbe opportuno che cambiasse mestiere?) Marco Mancini.
Se ben ricordo sul sequestro Abu Omar fu posto il segreto di Stato. Su questo appuntamento autostradale – mi dicono – che qualcuno vorrebbe fare altrettanto. O forse è stato già fatto.

Ci sono negli archivi delle testate più autorevoli di questo sgangherato Paese alcuni articoli che non possono non essere richiamati in momenti di elevata confusione e tentativi di grave disinformazione. Perché di questo alla fine si tratta.

Che si ragioni di Abu Omar e del suo rapimento datato (tra poco, lo ripeto, saranno passati 20 anni e sarebbe il caso di cacciare le carte, come in tutti i Paesi democratici del Pianeta) o dello scientifico massacro di Giulio Regeni (dopo il suo “rapimento”), alla fine della fiera, i cittadini capiscono poco o niente di come stiano i rapporti tra l’Italia e l’Egitto e a quali logiche oscure questi rapporti rispondano. E invece di questo dovrebbero essere informati.

Questi episodi (ho scelto come esempio due avvenimenti eclatanti come Abu Omar e Giulio Regeni) dovrebbero servire proprio a questo perché, informato/reso edotto, il popolo sovrano possa, nei momenti previsti, ricordare, valutare, decidere. Invece, scusate lo stile scurrile, si tende continuamente a non far capire un cazzo di questi grovigli in modo che l’unico risultato sia quello di allontanare, sempre di più, i cittadini dalla polis.

In realtà, questa è la mia idea, quando accadono cose di questa complessità, i moventi, gli interessi sono di bassissimo livello. Mai comunque legati all’interesse superiore della collettività al servizio della quale si ricopre l’incarico. Incarico straordinariamente ben pagato. Leggete e ditemi se uno come Marco Mancini vi sembra un eroe silenzioso utile alla sicurezza della Repubblica o, viceversa, un Fantozzi/Fracchia sempre (e uno) alle prese con riconoscimenti formali, capi sempre (e due) pronti a mettergli bastoni tra le ruote, minacce velleitarie di sfracelli sempre (e tre) poi finiti in bolle di sapone. Forse pensando solo alla pensione più che all’Italia.

E’ mai possibile che da 40 anni (ci siamo ormai) alcuni sottufficiali dell’Arma, qualora anche avessero fatto, all’epoca, il loro dovere (cioè banalmente come altre migliaia di patrioti) di infiltrati/investigatori debbano ancora aggirarsi nel labirinto del potere, nei bassifondi delle insinuazioni, dei ricatti velati o espliciti tenendo, di fatto, sequestrato l’interesse superiore della Nazione? Se mai qualcuno sapesse di cosa si tratta.
Vogliamo mandarli una volta per tutte in “pensione”? Tanto, beati loro, sarà una fantasmagorica pensione. Ma almeno cesserebbero di fare danni.

Oreste Grani/Leo Rugens


ROMA – L’ordinanza con cui, mercoledì scorso, il giudice Enrico Manzi ha consegnato al carcere il direttore di divisione del Sismi Marco Mancini e agli arresti domiciliari il suo parigrado Gustavo Pignero non è soltanto la storia documentale del pieno coinvolgimento della nostra intelligence politico-militare nel sequestro dell’imam egiziano Abu Omar e delle menzogne fabbricate per coprire quella responsabilità è qualcosa di più. Sul proscenio della rappresentazione si muovono funzionari dello Stato infedeli e spaventati. Che nel tentativo di coprire le proprie responsabilità, si afferrano l’un l’altro trascinandosi a fondo, aprendo uno squarcio profondo su ciò che si è mosso e si muove nella pancia del Sismi. Ne emerge il quadro di una struttura governata dalla paura e dalla competizione, ammorbata da odi sordi, dove a comandare è anche chi con il Servizio nulla dovrebbe avere a che fare.

Come il responsabile della sicurezza Telecom Giuliano Tavaroli, che promette un transito nei ranghi della sicurezza della Pirelli e della stessa Telecom a due degli autori materiali del sequestro dell’imam. Una struttura dove chi viene improvvisamente scaricato – Marco Mancini – cerca prima protezione nella politica, poi nel ricatto e infine cova vendetta. Dove il direttore, Nicolò Pollari, sollecita a preparare come si deve l’operazione di inquinamento delle indagini al palazzo di giustizia di Milano, convenendo che la “Fonte Betulla” (il vicedirettore di Libero Renato Farina) “ripassi bene la lezioncina” prima di presentarsi al cospetto dei pm Spataro e Pomarici.

Ecco alcuni stralci significativi del documento.

“Coperture governative”
Il 14 aprile 2006 il maresciallo dei carabinieri Luciano Pironi ammette la propria partecipazione materiale al sequestro di Abu Omar. Dell’operazione svela protagonisti e coperture: “Secondo quanto mi era stato riferito da Robert Seldon Lady (ex capo-centro Cia a Milano ndr), il sequestro era stato organizzato e preparato dalla Cia d’intesa con il Sismi e il ministero dell’Interno, al fine di reclutare Abu Omar come fonte informativa(…) La Digos stava lavorando in quel momento su Abu Omar, ma Bob Lady mi disse che la Cia aveva avuto assicurazioni dal ministero dell’Interno che in quel periodo Abu Omar non sarebbe stato pedinato da alcuno”. Chiede il pm: “Questo vuol dire che la Digos avrebbe sospeso i pedinamenti per favorire l’azione, o che i pedinamenti in quel periodo erano sospesi per altre ragioni?”. “Bob intendeva dire che dal centro, cioè dal ministero, o da vertici della Polizia, sarebbero state impartite disposizioni perché in quel periodo fossero interrotti i servizi di pedinamento. C’erano infatti timori per un eventuale e casuale passaggio di una pattuglia”. Chiede ancora il pm: “Bob Lady le ha mai parlato di coperture che avrebbe potuto avere da parte della magistratura?”. “Assolutamente no. Parlava di coperture governative”.

Il Sismi di Mancini e Tavaroli
Al Sismi aveva un peso il responsabile della sicurezza di Pirelli e Telecom Giuliano Tavaroli? E di che genere? La domanda affaccia nell’istruttoria della Procura di Milano, perché quel nome, Tavaroli, è indissolubilmente legato a quello di Marco Mancini, suo amico fraterno e compagno ai tempi del loro lavoro di brigadieri all’Anticrimine dei carabinieri di Milano. Ne parla Pironi. Ne parla l’ex capocentro del Sismi Stefano D’Ambrosio. Ecco Pironi: “Avevo conosciuto Mancini al matrimonio di Giuliano Tavaroli, ad Albenga (…) e quando nel 2004 chiesi a Tavaroli di aiutarmi con Mancini per entrare nel Sismi, mi disse: “Non è questo il momento. Piuttosto, puoi venire a lavorare per me in Telecom”. Ma non mi disse in che campo sarei stato eventualmente utilizzato”. Per Pironi, dunque, era pronto nel 2004 un posto in Telecom. Per l’ex capo-centro Cia di Milano che lo aveva reclutato per il sequestro, c’era qualcosa di molto simile. Ancora Pironi: “Bob (Lady, ndr) mi disse che stava andando in pensione. Parlava di un probabile e suo prossimo ruolo di consulente in Pirelli, o di un importante incarico che gli sarebbe stato conferito nella campo della sicurezza per le Olimpiadi di Torino”.

Appartamento del Sismi in via Nazionale a Roma

Tocca a D’Ambrosio: “Nel dicembre 2001, appena nominato capo-centro a Milano, ebbi precisa indicazione dal generale Pignero (allora direttore della prima divisione) di andare a trovare, appena arrivato a Milano, Giuliano Tavaroli, che mi venne indicato come responsabile della sicurezza della Pirelli e come persona che dava molte notizie al Sismi. (…) Tavaroli mi trattò con molta accondiscendenza, quasi che mi elargisse quel colloquio in vista di futuri e confidenziali rapporti. La cosa mi seccò in quanto quell’atteggiamento non era compatibile con la dignità che deve contraddistinguere un funzionario dello Stato quale io ero. Lo dissi a Tavaroli, il quale mi parve eludere queste tematiche. Dissi poi a un collega che non avevo gradito quel comportamento. E il collega mi disse di stare molto attento perché “Tavaroli è fratello di Mancini”. Non ebbi da allora altri rapporti con Tavaroli, e questo fece molto arrabbiare Mancini”. Nel dicembre del 2002, alla vigilia del sequestro Abu Omar, D’Ambrosio verrà cacciato da Milano e al suo posto arriverà Mancini.

Mancini si candida
Marco Mancini è uomo ambiziosissimo. Nel 2002, tenta il grande colpo, che forse qualcosa spiega anche della sua voglia di “esserci” nel sequestro di Abu Omar. Racconta D’Ambrosio: “Nell’autunno 2002, Bob Lady mi disse che Mancini, più di una volta, si era offerto alla Cia come agente doppio. Cioè di poter continuare a operare nel Sismi, ma in realtà facendolo nell’interesse della Cia. Lady mi disse che esisteva traccia di tutto questo nel sistema informatico dell’Agenzia e aggiunse che la Cia aveva rifiutato questa offerta per un duplice motivo: da un lato temevano che fosse una provocazione, dall’altro temevano che Mancini fosse un personaggio troppo venale”.

La confessione di Fedrico
Mancini sogna dunque la Cia. E già nel febbraio 2002 è al lavoro per mettere su una “squadretta” che con la legalità e le leggi dello Stato ha poco a che vedere. Interrogato il 14 maggio 2006, il tenente colonnello Sergio Fedrico, ex capo del centro Sismi di Trieste, racconta: “Mancini coordinava tutti i capi-centro Sismi del Nord Italia e ci convocò a rapporto a Bologna. Mi prese in disparte e mi fece un discorso riservato. Mi disse che aveva bisogno di poter fare affidamento assoluto sui suoi capi-centro. In particolare, mi disse che tale disponibilità doveva essere estesa ad attività “non ortodosse” e mi chiese se io fossi disponibile”. Il rifiuto di Fedrico gli costerà il posto. Sarà sostituito da Lorenzo Pillini, un altro degli ufficiali del Sismi che, come ha accertato l’inchiesta, prenderà parte al sequestro di Abu Omar.

Segreto e menzogne
L’1 giugno il generale Gustavo Pignero chiede di essere sentito dal pm Antonio Spataro. Ammette che una squadra del Sismi guidata da Marco Mancini ha effettuato pedinamenti di Abu Omar prima del suo sequestro. La circostanza, che manda per aria la frottola sin là sostenuta dal Servizio in ogni sede (ossia che il Sismi ha saputo del sequestro a cose fatte), fa imbestialire Marco Mancini (Repubblica ha dato conto ieri della telefonata del 2 giugno tra Mancini e Pignero). Preoccupato, l’8 giugno Pignero (P) telefona al Direttore del Servizio Pollari (D).
P: “Volevo dirle , se quando lei ha un minuto per potermi ricevere, vorrei dirle qualcosa che attiene ad un altro colloquio che ho avuto con quello di Milano e allora preferirei parlarne a voce”.
D: “Ci sono delle p. i.”
P: “Come?”
D: “p. i.”
P: “No. Però diciamo che sia opportuno che lei sappia”.
D: “Vabbè, famme capì. Tanto non abbiamo niente da nascondere”
P: “No, è che ho voluto precisare in relazione alla precedente verbalizzazione, di fronte a questo continuo stillicidio di stampa, ho voluto chiarire quali fossero gli esatti termini del problema di tipo operativo istituzionale, cioè che lui effettivamente ha effettuato degli accertamenti”.
D: “Accertamenti in che senso, scusami”.
P: “Accertamenti su chi fosse questa persona”
D: “L’unico titolare per dire queste cose è il Presidente del Consiglio, che deve autorizzare. Noi non possiamo raccontare che tipo di attività facciamo”.
P: “Si però vede il problema”.
D: “Si, ho capito, bisogna chiedere il permesso prima di dire certe cose”.
P: “Si, ma non è che io abbia detto niente di più”.
D: No, ho capito, ma è la verità, certo, però per dire certe cose non è a discrezione, giusto? Il fatto che una persona sia oggetto di attenzione è coperto da segreto, è giusto? Per l’avvenire, bisogna saperlo”.

“Pollari è un codardo”
A metà maggio, la posizione di Marco Mancini è insostenibile. Pollari ha capito da tempo che la Procura di Milano gli è addosso. Decide di rimuoverlo dal comando della prima Divisione e gli prospetta soluzioni alternative che Mancini rifiuta. Alla fine, inventa un congedo per malattia. Il 13 maggio, Mancini (M), fuori di sé, ne parla al Sismi con un tale Andrea (A) che sta mettendo insieme la pratica su cui peraltro verrà conteggiata anche la pensione di Mancini.
A: “Bisogna che ci facciamo dire bene perché alla fine la pensione è quella che è”…
M: “Sarà 3.500 euro, te lo dico già io”.
A: “E così finisce la storia?”
M: “Finisce così, caro Andrea, quando c’hai comandanti che non ti proteggono. Hai capito? Quando il Direttore mi viene a dire “ti mando al posto di Ragusa”. Dico: “Scusi ma cosa sta dicendo, sta scherzando o facendo sul serio?”. Allora dice, “io ti mando all’estero”. “No, caro Direttore, il problema è che me ne vado via. Poi, potrà succedere quello che succede. Io non ho mai fatto niente di male. Io non ho mai preso nessuno””.
A: “Ti volevo fare una domanda: la malattia nuova, qual’è”?

Quello stesso giorno, Mancini (M), parla con un altro amico del Sismi, un ufficiale che viene identificato soltanto con il suo appellativo, “Comandante” (C)
M: “Ti volevo dire che mi sono dimesso”.
C: “Ma perché gliela devi dare vinta?”
M: “Perché tu lo sai che il reato… Io detesto i militari, lo hai sempre saputo che certi tipi di militari, non persone serie, non ufficiali seri come te… Per il reato di codardia, sai, c’è pure la fucilazione alla schiena”.

La lite
Quello stesso 13 maggio, Pollari e Mancini litigano furiosamente al telefono. “Mancini – scrive il giudice Manzi – con l’aiuto di Marco Iodice ha sollecitato ed effettuato alcuni incontri con eminenti personalità politiche, tenute all’oscuro del reale svolgimento della vicenda, nella verosimile prospettiva di sollecitare possibili interventi a suo favore presso Pollari”. I nomi di queste “eminenti personalità politiche” sono coperti da omissis. Non la trascrizione del confronto che Pollari (D) e Mancini (M) hanno al telefono.
D: “Mi ha chiamato Pompa per dirmi che l’avrebbero chiamato dall’Ansa per dirgli che c’è una conferma politica che tu ti sei dimesso. Io ho smentito, perché non è che ti sei dimesso, eh?”
M: “E’ come se lo fossi. Me ne vado!”
D: “Ma che senso ha preparare sta notizia?”
M: “Io non l’ho preparata”
D: “Era una cosa che doveva rimanere riservata tra noi! Adesso ho smentito. Ho detto: “A me non risulta”, e se dovesse uscire una notizia del genere dirò che non mi risulta! Perché la notizia dell’Ansa sta uscendo clamorosamente
M: “Ma che l’ho detto io all’Ansa?!!”
D: “Questa cosa non è vera ne’ legalmente, ne’ giuridicamente, perché per quel che ne so tu lunedì presenterai una domanda di visita medica. Vero?”
M: “Certo”

“Fagli ripassare la lezione”
Il 22 maggio, il Sismi gioca la più disperata delle carte. Renato Farina, alias “Fonte Betulla”, si prepara ad un’intervista posticcia con i pm di Milano Spataro e Pomarici per sottrarre qualche informazione sull’inchiesta in corso. Pollari (D) parla con Pio Pompa (P), il contatto di “Betulla”, alle 13.26, tre ore e mezza prima che Farina entri al palazzo di giustizia.
P: “Direttore, Betulla si incontra alle 17 con il titolare di Milano. E’ una cosa importante”.
D: “Perché?”
P: “Si incontra perché gli ha accordato di vederlo sulla questione famosa. Dopo ci risentiamo in modo che gli ponga pure qualche domanda che ci può essere utile”.
D: “Si, ma lui sa cosa dire?”
P: “Sa cosa dire, ma è il caso… che si ripassi la lezione insieme a noi”
D: “Certo, certo”.

Alle 19.07 di quello stesso giorno, Pompa (P) chiama Pollari (D) per riferire come è andata tra “Betulla” e i pm.
P: “Le cose principali sono: 1) La difesa della Digos; 2) Nessun pronunciamento su di noi, ma a naso si capisce che non hanno niente”.
D: “Beh, ci mancherebbe altro”.
P: “3) Il fatto che hanno chiesto delle cose al Copaco e non le hanno ottenute”.
D: “E cosa sono quelli, atti giudiziari? Sono atti secretati!”
P: “4) Che l’indagine è giunta a risultati elevatissimi”.
D: “Si”
P: “Il pm ha fatto capire che non condivideva la linea seguita da Repubblica e chi Repubblica indicava come possibili obiettivi.

(8 luglio 2006)