“Solo i negri selvatici non vogliono riconoscerlo”. Gramsci

E parlava di fair play e di una palla di cartapesta.

Se uno avesse fatto caso (eravamo ai primi del 1997) a quanto lasciavano detto alcuni ricercatori riconducibili all’area della critica e storia dello sport (parlo di Alberto Madella, Mauro Reginato, Enrico Todisco) avrebbe potuto leggere che, certamente, lo sport come attività di gruppo, sia in senso agonistico sia nel senso di semplice pratica di base, presuppone una certa organizzazione.

La struttura organizzativa è estremamente variabile a mano a mano che si passa da un accorpamento di pochi individui che effettuano qualche attività motoria senza pretese di affermazione sportiva o di particolare efficienza, alle organizzazioni (società, leghe, federazioni) che operano in forme complesse e con caratteristiche professionali. Nelle associazioni di più modesta portata è il volontariato che fa da principale supporto. Nelle organizzazioni sportive più complesse ed efficienti esistono evidenti differenziazioni; gli aspetti finanziari diventano dominanti e la strutturazione diviene sempre di più simile ad una impresa.

Ad esempio, le società calcistiche della serie A e della serie B che operano secondo gli schemi di imprese private, con un Presidente, un Consiglio di Amministrazione, un bilancio da gestire, un capitale da ammortizzare, un capitale di gestione, proventi e costi. Tra i due estremi vi sono tante sfumature che sono dettate dalla duplice, a volte anche contrastante, esigenza di una diffusione dello sport da un canto e del profitto dall’altro. Un forte influsso sulla scelta organizzativa è dato dal tipo di attività che il club svolge, cioè a dire se cura gli interessi di dilettanti – e allora siamo più vicini ad una organizzazione fondata sul volontariato – ovvero organizza l’attività di professionisti dello sport, e allora siamo sulla parte più strutturata delle aziende sportive in cui c’è da gestire un rischio d’impresa.

Proseguivano negli spunti di riflessione i tre studiosi:
anche nella parte più evoluta della gestione (società sportive) vi sono differenziazioni. Ad esempio, in Inghilterra i club calcistici sono proprietari delle strutture sportive e dei giocatori (in quanto capitale da gestire). Tuttavia la Football Association inglese proibisce la remunerazione dei dirigenti e tutte le società sportive (tranne la Nottingham Forrest) sono società a responsabilità limitata soggette a regimi particolari in cui l’obiettivo primario non è il profitto.

In Francia un assetto legislativo recente (16 luglio 1984 modificato il 7 dicembre 1987 e successivamente il 13 luglio 1992) impone che le società sportive che organizzano regolarmente manifestazioni a pagamento e impiegano atleti contro remunerazione, al di là di un certa soglia fissata dal Consiglio di Stato, devono trasformarsi in società anonime e prendono la forma di società ad economía mista (SEM) oppure di società ad oggetto sportivo (SOS). Nelle SOS meno di un terzo del capitale è detenuto dall’associazione sportiva madre e non si procede ad alcuna distribuzione di profitti o di gettoni di presenza. Si tratta di una forma mista a metà strada tra un’associazione ed una società commerciale di tipo inglese o italiano (Andreff e Nys, 1994). Ed altro.

Da quando si potevano scrivere queste parole il mondo dello sport ha subito non un’evoluzione ma un cambio genetico che lo rende irriconoscibile.
Il berlusconismo (questa è la mia partigiana opinione) ha cambiato il calcio, per rimanere all’ex più bello sport del mondo, tanto da renderlo irriconoscibile rispetto ad alcune riflessioni-considerazioni che trovate in calce e riconducibili ad un politico-intellettuale quale fu Antonio Gramsci. Direte che il tempo passa e che “todo cambia”. Io ho voglia di lasciare detto che il cambiamento è in peggissimo.


Fonti aperte consentono di riflettere sui numeri che connotano i mondiali del Qatar.

Quando il Qatar ha battuto il calcio d’inizio della prima partita dei Mondiali 2022 contro l’Ecuador, domenica 20 novembre, il mondo ha assistito al risultato finale di una delle più grande campagne di capitali della storia dell’umanità.

Nel 2017, il ministro delle finanze del Qatar aveva dichiarato che il Paese stava spendendo 500 milioni di dollari a settimana in progetti infrastrutturali, tra cui strade, hotel, stadi e ammodernamento degli aeroporti, per preparare la piccola nazione mediorientale a ospitare il più grande evento sportivo del mondo. Quella di quest’anno sarà di gran lunga la Coppa del Mondo più costosa della storia. Si stima che il Qatar abbia speso ben 220 miliardi di dollari nei dodici anni trascorsi dall’assegnazione del torneo, più di 15 volte la cifra sborsata dalla Russia per l’evento del 2018.

Il Paese è stato oggetto di un intenso controllo per le centinaia, forse addirittura migliaia di lavoratori, molti dei quali provenienti da altre nazioni, che sono morti mentre lavoravano in condizioni estreme e con una paga minima.

Ancora oggi non è chiaro se il “rischio d’impresa” che il Qatar ha chiesto alla FIFA di correre nel permettere al Paese di ospitare la manifestazione sarà ripagato dall’organizzazione o dalla nazione ospitante. L’ex presidente del massimo organo internazionale del calcio, Sepp Blatter, ha dichiarato che la decisione di permettere al Qatar di ospitare il torneo è stata una “scelta sbagliata”.

“È un Paese troppo piccolo”, ha detto Blatter al quotidiano svizzero Tamedia. “Il calcio e la Coppa del Mondo sono troppo grandi per questo”.

Ad ogni modo, ogni potenziale controversia non riuscirà a rallentare i grandi flussi di denaro che verranno investiti, giocati o guadagnati durante i 29 giorni della manifestazione. Ecco le cifre più importanti.

13mila dollari: è la somma che uno scommettitore guadagnerebbe con una puntata di 100 dollari sulla vittoria degli Stati Uniti ai Mondiali. La probabilità che la nazionale a stelle e strisce vinca il suo gruppo, davanti a Inghilterra, Galles e Iran, è data 5 a 1.

42 milioni di dollari: è il premio in denaro in palio per la nazionale vincitrice del torneo. La FIFA consentirà a ogni squadra di decidere quanti soldi del montepremi finale condividere con i giocatori.

60 milioni di dollari: è il valore annuale dell’accordo tra Nike e la Federazione calcistica francese. Il marchio ha stipulato contratti con 13 nazioni sulle 32 partecipanti, più di qualsiasi altro brand di abbigliamento. Sette squadre indossano divise Adidas e sei Puma. New Balance, Hummel, Kappa, Majid, Marathon e One All Sports sponsorizzano una nazione a testa.

128 milioni di dollari: è la cifra che guadagnerà quest’anno Kylian Mbappè, il calciatore più pagato al mondo. Secondo le stime di Forbes, l’asso francese riceverà 110 milioni di dollari dal Paris Saint-Germain e altri 18 milioni da accordi extra-campo. Mbappè potrebbe anche guadagnare un ulteriore bonus in base ai risultati della Francia al torneo.

209 milioni di dollari: è il valore di un fondo creato dalla FIFA per ricompensare i club di tutto il mondo per aver prestato i propri giocatori alle squadre nazionali. L’importo è di circa 10mila dollari al giorno per calciatore. Questo fondo è triplicato dalla Coppa del Mondo tenutasi in Brasile nel 2014.

277 milioni di dollari: è l’importo che riceverà David Beckham dal Qatar per il ruolo di ambasciatore del Mondiale. Verrà pagato a rate in dieci anni.

440 milioni di dollari: è il montepremi complessivo della manifestazione, in aumento rispetto ai 400 milioni del 2018. A titolo di confronto, quello della Coppa del Mondo femminile del 2019 era di 30 milioni.

1,7 miliardi di dollari: sono i costi coperti dalla FIFA. Gli importi maggiori sono rappresentati dal montepremi, dalle spese operative come l’ospitalità e la logistica (322 milioni) e dalle operazioni televisive (247 milioni).

1,8 miliardi di dollari: è la cifra che, secondo l’American Gaming Association, verrà spesa per le scommesse negli Stati Uniti. Si prevede che più di 20 milioni di americani punteranno dei soldi durante la manifestazione.

4,7 miliardi di dollari: sono le entrate previste dalla FIFA per la Coppa del Mondo secondo il suo bilancio 2022. I diritti televisivi rappresentano 2,64 miliardi, mentre quelli di marketing 1,35 miliardi. La vendita dei biglietti e i diritti di ospitalità porteranno incassi di 500 milioni.

Da 6,5 a 10 miliardi di dollari: è la spesa stimata dal Qatar per la costruzione di sette stadi per il Mondiale. Dopo l’evento, alcune sezioni delle strutture verranno smantellate e donate ad altri Paesi, mentre gli edifici saranno riutilizzati come spazi comunitari per scuole, negozi, bar, campi sportivi e cliniche. Uno stadio, il 974 Stadium, è stato costruito con container riciclati e verrà completamente smontato e rimosso.

14,2 miliardi di dollari: sono i costi totali che, secondo il Moscow Times, aveva speso la Russia per ospitare i Mondiali del 2018. Tra le voci più importanti figuravano le infrastrutture di trasporto (6,11 miliardi), la costruzione degli stadi (3,45 miliardi) e gli alloggi (680 milioni).

220 miliardi di dollari: è quanto indicativamente ha speso il Qatar negli ultimi dieci anni per la preparazione della manifestazione. I funzionari governativi non hanno mai confermato questa cifra, ma nel 2017 il ministro delle finanze aveva dichiarato che il Paese stava spendendo 500 milioni di dollari a settimana.

Da questa grande abbuffata sono fuori gli azzurri. In realtà non me ne frega un bene amato pisello. Il calcio come l’ho amato è sepolto.

Mi interessa viceversa approfondire, e non certo per motivi sportivi, cosa stia succedendo intorno alla Juventus e alla solita per bene famiglia Agnelli.



Come promesso (e forse come i cavoli a merenda) ecco pensieri di Antonio Gramsci dal carcere. In una lettera trovate riferimenti ai sentimenti per i figli piccoli e ad una palla di cartapesta che vorrebbe poter regalare loro.

In una lettera del 1931 Gramsci rimprovera duramente, come non di rado gli capita, la cognata Tania, la persona che, con tutti i suoi limiti, pure gli è rimasta più vicino negli anni del carcere. E la rimprovera addirittura di “comportamento antisportivo”:

«È un principio etico universalmente riconosciuto che non si danno colpi proibiti ai caduti pena la squalifica: tutti i regolamenti sportivi registrano questo principio: solo i negri selvaggi non vogliono riconoscerlo».

Un passo di sapore vagamente kantiano, appena temperato da un pregiudizio eurocentrico. Gramsci parla qui del difficile e drammatico intrico di sentimenti e rapporti distorti che avvolgono la vita famigliare della moglie Giulia. Pensa ai suoi due piccoli figli Delio e Giuliano, che quasi non hanno conosciuto o non hanno conosciuto affatto il padre. Non è sereno a riguardo, si industria a comunicare con loro, va incontro a fallimenti e a nuovi tentativi. Nel 1927 aveva scritto a Tania, nella stessa lettera in cui dichiarerà di essere «assillato» dal fare qualcosa «für ewig», per sempre, qualcosa insomma che duri: «Ho fabbricato in questi giorni una palla di cartapesta, che sta finendo di asciugare; penso che sarà impossibile di inviartela per Delio; d’altronde non sono ancora riuscito a pensare al modo di verniciarla e senza vernice si disfarrebbe facilmente per l’umidità».

Cosa di più für ewig di una palla fatta con le proprie mani, più che artigianalmente, da un padre per un piccolo figlio che si divertirebbe a vederla rotolare e a prenderla a calci? È esistita sempre (per quanto sia possibile dare a questa parola un concreto senso storico) e, credo, sempre esisterà».

Oreste Grani/Leo Rugens