Il 9% del PIL italiano gira intorno alla cocaina?

Il 13 agosto 2020, ho interrato nel web i post che oggi ripubblico in calce.
Il 13 agosto di quell’anno faceva caldo e i miei lettori da pochi – presumo – fossero diventati “pochissimi”.
Redigendo il testo, comunque, spesi parole impegnative e nei mesi successivi a quel articoletto (con un filo di presunzione e narcisismo lo definirei “a sfondo civile”) misi in atto un percorso relazionale e sussidiario a quelle che ho ritenuto essere le necessità della comunità nazionale (nazione/nazionale così mi adeguo al linguaggio che oggi va formalmente per la maggiore nelle sedi istituzionali controllate dai Fratelli d’Italia) in tema di pericoli impliciti nelle possibili connivenze e accordi che, guardando la cocaina (e le notizie che riguardano questo macroscopico commercio) mi consentissero di non vedere (come direbbero sia Roberto Saviano che Nicola Gratteri) solo polvere ma, guardando a/traverso lo stupefacente, vedere il mondo.

Ed io, per mia passione e interesse civile, come sanno amici e nemici, guardo al Pianeta per, prima di morire (tutti siamo destinati a morire e chi mi legge sa che a questo appuntamento certo mi preparo da quando è cominciato il conto alla rovescia, cioè da sempre) provare a capirne i meccanismi. Sono infatti attratto da tutti i meccanismi della mente a cominciare da come e perché tante persone preferiscono favorire le attività delle mafie piuttosto che lavorare per la legalità e la serena convivenza civile e politica tra gli umani. Il post odierno ha pertanto la funzione solo di ricordare al web quei momenti (la cronaca di quel maxi sequestro ad esempio), gli impegni assunti in quella data, il tutto messo in relazione con quanto affermato da Nicola Gratteri (il 9% del PIL italiano si muove intorno alla cocaina) solo 48 ore addietro (affermazione su cui è calato un rumorosissimo complice silenzio) e, questa è la mia tesi audace, il mondo del riso.

Quel riso che in molti mangiate in Italia, alimento strategico in Patria e nel Pianeta affamato, su cui altre volte questo blog ha lasciato detto altro, in sede telematica e in altre.
Come mi sarà facile raccontare e documentare, sempre arricchendo i miei racconti delle doverose e ineccepibili testimonianze. Da smentire se si dovesse ritenere di saperlo fare. Come la scorciatoia di mettermi a tacere con ruvidezza. Sempre ritenendo di saperlo fare.
Comunque, buona lettura per chi tifa ancora (tranquilli sono ormai pochi pochi) per Leo Rugens e, spero così sia, qualche opportuna preoccupazione per chi pensava, con un gesto proditorio e notarile (c’è tempo per spiegare a cosa mi riferisco), di avermi  messo a tacere con un banale aumento di capitale. La partita è altra e si giocherà su altro terreno. Come ho sempre dimostrato di saper fare.

Oreste Grani/Leo Rugens


AD AMBURGO HANNO TROVATO COCAINA PER OLTRE 300 MILIONI DI EURO IN UN CONTAINER PROVENIENTE DALLA GUYANA E DESTINATO IN POLONIA

Ufficialmente il container conteneva solo riso.

Secondo Deutsche Welle, le autorità di Amburgo hanno scoperto 1,5 tonnellate di cocaina in un container, cioè una delle più grandi quantità mai sequestrate nella città portuale della Germania settentrionale. Questo sempre secondo un portavoce dell’ufficio investigativo doganale.

Il riso della Guyana è stato utilizzato in diverse occasioni per nascondere la cocaina ed alcuni esportatori di riso di questo paese sono stati precedentemente coinvolti in tali spedizioni.

Secondo il quotidiano locale Hamburger Abendblat, l’enorme bottino, che ha un valore al consumo stimato di circa 300 milioni di euro (353 milioni di dollari), è stato nascosto tra i sacchi di riso nel container proveniente dalla Guyana.

Il container era arrivato nel porto di Amburgo alla fine di giugno a bordo della maxi-nave portacontainer di 300 metri, “CMA CGM Jean Gabriel“.

Il container doveva essere caricato su una nave feeder insieme ad altri 11 container per il trasporto e quindi avviato il carico in Polonia. Di conseguenza, il container è stato temporaneamente immagazzinato nel terminal di Amburgo.

Secondo quanto riferito, gli investigatori del Joint Customs and Police Investigation Group (JIT) avevano ricevuto una soffiata sul contrabbando di droga, ha detto Deutsche Welle.

Il container in questione è stato quindi portato all’ufficio doganale della città di Waltershof ed esaminato con una tecnologia sperimentale. Gli agenti hanno trovato 47 grandi pacchi nascosti tra i sacchi di riso e all’interno di quei pacchi, 1.277 piccoli pacchi con cocaina.

Tutti i pacchi avevano vari simboli, tra cui la faccia di un gatto, il gallo gallico e l’Ampelmännchen (simboli di semafori rossi e verdi mostrati sui segnali pedonali in Germania). Diverse centinaia di pacchetti erano contrassegnati con i vari loghi.

Le autorità presumono che la cocaina sarebbe stata distribuita dalla Polonia agli acquirenti all’ingrosso di tutta Europa che avrebbero poi venduto la droga agli spacciatori al minuto.

A fronte del maxi sequestro, l’agenzia antidroga della Guyana, a sua volta, ha avviato un’indagine. Il vice capo dell’unità antidroga doganale della Guyana, Lesley Ramlall, ha detto martedì che gli agenti locali a loro volta hanno avviato un’importante indagine su questo sequestro. Questa storia, opportunamente, ormai non si ferma più. Questo penso.

Perché la “fonte aperta” (giornalistica e non solo) attira l’attenzione di questo marginale e ininfluente blogger?

Perché tutto quello che riguarda il riso e la droga tra loro in possibile ed evidente rapporto, ci incuriosisce. Direi di più, senza false ipocrisie:  l’intreccio dei modelli di import-export tra le due “materie prime” (droghe e riso) potrebbe rivelare sorprese sconvolgenti e, su una vecchia intuizione investigativa e giudiziaria di Ilda Boccassini (tanto per fare un nome), portare a disarticolare un settore particolarmente caro alle mafie, abilmente e intelligentemente radicate nel nord imprenditoriale italiano.

In quel caso (una decina di anni addietro) affiorarono gravissimi reati ma più che altro, legati ai rifiuti, biomasse e tangenti, illeciti vari in cui comunque era coinvolto il dominus del riso italiano Angelo Dario Scotti.   

Dico che (ovviamente posso sbagliarmi) questa indagine complessa “non si ferma più” perché il signor Ramlall ha affermato di aver già chiesto all’Autorità delle Entrate della Guyana (GRA) i registri di tutte le spedizioni di riso in Europa negli ultimi sei mesi. Sei mesi mi sembra un periodo congruo per capire come vadano le cose relative a questo groviglio bituminoso che sembra legare indissolubilmente il riso con la cocaina.

Come in altro post e a tempo debito ci siamo permessi di suggerire. Ed oggi torniamo a segnalare.

Interessante comunque questo sequestro “tedesco”. Chissà che non si porti dietro novità (e cattive sorprese) per qualcuno, anche italiano, coinvolto in altre complesse architetture imprenditorial-mafiose. Qualcuno che per attività familiare, know how, pelo sullo stomaco, frequentazioni, abbia ben chiara l’architettura procedurale per far navigare cocaina e riso. Rimaniamo in fiducioso ascolto, forti di un detto popolare: tanto va il gatto (la grafica sulle confezioni!!!) al lardo che ci lascia lo zampino.

Oreste Grani/Leo Rugens

P.S.

Fa caldo ma il “generale Agosto”, nemico della legalità, ferma solo alcuni.

Ad esempio, questa notizia del sequestro “tedesco” non può non attrarre il giusto interesse di chi, senza ferie, da decenni, da la caccia, in particolare a quegli “invisibili” calabresi ‘ndranghetisti (e ai loro alleati nel mondo imprenditorial-finanziario) che hanno scelto di soddisfare la domanda di mafia legata alla creazione di un unico mercato mondiale.

Mi riferisco al magistrato Nicola Gratteri che, certamente fra i primi, spesso lasciato solo, ha sostenuto la macro-pericolosità di questa evoluzione planetaria del business criminale. In quanto è accaduto poche ore addietro nel porto tedesco, questa volta più di altre, s’intravede l’architettura di un business planetario che tiene uniti i profitti del primo alimento del mondo (il riso appunto) con lo “spaccio” della cocaina, stupefacente a cui milioni di “occidentali” ricorrono per vivere con stile “smart”.

Interessante questo maxi sequestro! Interessante!

P.S. al P.S.

Sul tema scottante (ma non “scotto”) il 7 gennaio 2020 nell’ambito del post L’ODORE DEI SOLDI. ORIGINI E MISTERI. E QUESTA VOLTA NON SI TRATTA DI BERLUSCONI lasciavo scritta questa riflessione: “[…] Perché è bene cominciare a dirlo: la movimentazione del riso è un aspetto strategico del mondo alimentare e come tale va trattato. In particolare modo, lo ripeto, se solo alcune delle cose denunciate in questo esposto fossero vere. Vediamo quindi di darci tutti una regolata: se l’estensore dell’esposto farnetica e calunnia, che si becchi le condanne che si merita. Se viceversa, il cittadino non inventa, sarò a suo fianco fino a quando avrò fiato in gola e dita sufficienti. Direte che è poca cosa, ma potreste sbagliarvi. Vi consiglio la massima attenzione ai fatti esposti (la forma non la deve certo giudicare uno che scrive come un cane come il sottoscritto) perché terzo non è dato: o Fabio Aschei mente per uno dei cento motivi per cui l’umano arriva a mentire, oppure, viceversa, sta raccontando una storia che vale la pena di essere ascoltata e capita fino in fondo.


L’ODORE DEI SOLDI. ORIGINI E MISTERI. E QUESTA VOLTA NON SI TRATTA DI BERLUSCONI

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Premessa: ho deciso, in un gesto gratuito e repentino, di dedicare ad un mio lettore (Davide) questo post. Il lettore, qualche ora addietro, mi critica legittimamente e scrive che non si capisce nulla di una “storia” di cui faccio cenno in un recente articolo. Temo, povero lui, che la situazione possa peggiorare ora che dovesse leggere questo lunghissimo scritto. A lui forse torneranno utili le pagine (numerose e dettagliate) dedicate alla coppia Annamaria Fontana e Mario Di Leva e al loro modus operandi da criminali o, più semplicemente, da agenti provocatori. Le pagine dell’esposto dedicate ai due di San Giorgio a Cremano sono utili per capire la gravità dei comportamenti superficiali (o altro?) di Angelo Tofalo. Spero di essere venuto incontro al lettore e di avere da lui in cambio la gentilezza delle sue generalità.

Ed ora passiamo al post estremamente impegnativo.

Titolo:

come-scegliere-il-riso

E se Fabio Aschei avesse ragione?

Non posso in nessun modo cominciare l’anno senza lasciare traccia nel web di cose che potrebbero rivelarsi essere gravissime. Cose che ormai sono a mia conoscenza e di cui, informato, non ho intenzione di tacere. Lo scrivo come cittadino, come blogger e non come giornalista che non sono, come cultore di fatti rizomici che spesso caratterizzano i grovigli bituminosi di questa nostra travagliata Italietta. Grovigli bituminosi che sono sistematicamente sostanziati da legami inconfessabili tra massonerie, criminalità organizzata, politica locale e nazionale. Scrivo questo perché ho potuto leggere un esposto che, a norma di legge, è stato fatto pervenire a diverse autorità della Repubblica. Le pagine che compongono il documento raccontano fatti di una gravità assoluta che, se fossero anche parzialmente veri, potrebbero rimettere addirittura in discussione intere vite professionali ed imprenditoriali. Certamente quelle di alcuni industriali del settore risiero, vere colonne portanti, in Italia e all’estero, di questo delicatissimo settore strategico. Perché è bene cominciare a dirlo: la movimentazione del riso è un aspetto strategico del mondo alimentare e come tale va trattato. In particolare modo, lo ripeto, se solo alcune delle cose denunciate in questo esposto fossero vere. Vediamo quindi di darci tutti una regolata: se l’estensore dell’esposto farnetica e calunnia, che si becchi le condanne che si merita. Se viceversa, il cittadino non inventa, sarò a suo fianco fino a quando avrò fiato in gola e dita sufficienti. Direte che è poca cosa, ma potreste sbagliarvi. Vi consiglio la massima attenzione ai fatti esposti (la forma non la deve certo giudicare uno che scrive come un cane come il sottoscritto) perché terzo non è dato: o Fabio Aschei mente per uno dei cento motivi per cui l’umano arriva a mentire, oppure, viceversa, sta raccontando una storia che vale la pena di essere ascoltata e capita fino in fondo.

Scelgo pagine “a fior da fiore”, per poi, nei giorni a venire, tornare sulle singole affermazioni.

Aggiungo un dettaglio: ho conosciuto personalmente Aschei (da quando è tornato un uomo libero!) e, pur ritenendo di trovarmi di fronte ad una persona che definire “vissuta” è un eufemismo, ritengo che non se la sarebbe mai arrischiata a prendermi per il culo. A me e ad altri a cui l’ho introdotto. Proprio perché il tipo non è sceso dalla Montagna del Sapone. Comunque, propendo per ritenere che Aschei non sia troppo lontano dal dire il vero.

Oreste Grani/Lo Rugens pronto a ruggire come poche altre volte ha sentito il dovere di fare.

P.S.

Aschei ha scritto a molti, a cominciare dal Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. Io, se fossi stato in lui, avrei, per primo, scritto al Capo dello Stato, senza nulla togliere agli altri autorevolissimi destinatari. Invece, proprio al Presidente, non è stato indirizzato il ragionamento che mi ha profondamente colpito. Direte voi che sapete cosa si fa e cosa non si deve fare, che ci si rivolge in altra forma al Presidente. Certo, ma qui stiamo parlando di sostanza e se Aschei dovesse avere ragione potremmo trovarci di fronte anche a gravissime complicità. Oppure, direte, di fronte a responsabilità semplicemente di tipo omissivo. Altre, viceversa, sintomo di ben altro. Perché (e questo mi turba particolarmente) Aschei, queste cose, dice di averle dette a destra e a manca, per anni ma inutilmente.O quasi. Perché alcuni sono stati arrestati.

P.S. al P.S.

Ci ho ripensato: pubblico tutte le pagine tranne, per rispetto alle Autorità competenti, quelle relative ai destinatari.

E succeda ciò che deve succedere. Richiamo, già che ci sono, l’attenzione sulle pagine e le circostanze relative al “modello criminale” messo in atto dai coniugi Fontana-Di Leva. Quelli.

Modello criminale e date, perché fino a che ho dita per scrivere, sarò io che pretenderò la rendicontazione sostanziale (il pm, a Napoli, Catello Maresca è stato quel gran signore che tutti quelli che lo conoscono dicono che sia e non ha scavato, in quel momento, vista la delicatezza degli argomenti, come oggi, in altra situazione, sarebbe opportuno tornare a fare riformulando opportune domande) di come il modello criminale (rivisto e corretto per ovvi motivi dettati da diverse circostanze, diversi complici e finalità) sia stato attuato, da parte della Fontana coinvolgendo, questa volta, la coppia “di Stato”, Michele MaffeiAngelo Tofalo, coppia che risultava essere, per il M5S, la punta di diamante, dal marzo del 2013, della rappresentanza del M5S nel COPASIR e, in generale, negli ambienti dei Servizi Segreti e della Difesa. Non quisquiglie, non pinzillacchere perché i coniugi di San Giorgio a Cremano, Annamaria Fontana e Mario Di Leva, ben noti in tutti gli anfratti dell’ambiente delle barbe finte d’Italia e non solo, riuscissero nell’intento di circuire il massimo esperto di intelligence (!!!) che il MoVimento potesse vantare. Per poi, a cose avvenute, si riuscisse a far credere che non di sospetta intraprendenza e cazzafrullaggine si trattava ma di una scelta coraggiosa di un novello Sherlock Holmes e del suo fedele John H.Watson. Ma fateci il piacere, avrebbe detto Antonio de Curtis, in arte Totò. Anche su questo vorremmo la verità vera e non le scusette (con troppa tolleranza accolte) che Tofalo ha rifilato alla Repubblica, sua prima datrice di lavoro. Anche perché nel sistema di valutazione in auge nella CasaleggioTofalo è stato premiato con il sottosegretariato di Stato alla Difesa e con deleghe delicatissime, novello Francesco Cossiga, per prendersi cura dell’Arma dei Carabinieri e consentendogli di imperversare nel settore della sicurezza cybernetica. Cioè tutto. Circondandosi, anche questa volta, di personaggi che, lo vedremo in altra sede, potrebbero rivelarsi pericolosissimi per la sicurezza nazionale. E non solo per nuovamente comprovati rapporti con l’IRAN.

Lasciamo, per ora, le risate (e le pernacchie) e tornando al riso alimentare, appare doverosa la pubblicazione dell’articolo, sia pur datato, di La Repubblica che trovate a seguire.

Questo post è certamente complesso (notoriamente io non sono bravo a scrivere ma “a capire” dicono di sì) ma era doveroso redigerlo. Anche se Aschei, preoccupato per me, dice che me la sto rischiando più del solito tirando in ballo uno come il ricchissimo Francesco Sempio.

E rifirmo, vista la materia delicatissima

Oreste Grani/Leo Rugens

Riso-jolanda-

SEMPIO HA RISO DI NASCOSTO

Milano.

IL “RE del riso” è un signore sconosciuto che difende la sua privacy con una feroce tenacia (se fossero vere le affermazioni che vengono fatte nell’esposto a cui faccio riferimento nel post se ne capirebbe la ratio. ndr Oreste Grani). Si chiama Francesco Sempio, 51 anni, originario di Pavia che guida, attraverso la Euricom, un impero da 450 miliardi di fatturato. È uno dei più grandi produttori e trasformatori di riso esistenti in Europa (esporta l’85 per cento del suo fatturato) eppure di lui non esiste un’intervista, né una foto e non si conosce un intervento pubblico. Ha costruito l’azienda in vent’anni di lavoro ed ora è salito alla ribalta per aver acquistato, dalla Nestlè, il marchio e lo stabilimento della Curtiriso, blasonata azienda della Lomellina caduta, negli ultimi anni, un po’ in ombra. L’annuncio dell’operazione è stato dato con una piccola nota solo perché, per l’acquirente ha un’importanza strategica decisiva: lancia, infatti, Francesco Sempio e la sua Euricom nell’olimpo dei grandi industriali agro-alimentari italiani. Quella smilza paginetta, però, per quanto importante, deve essere sembrata, all’industriale della Lomellina una imperdonabile deviazione dalla rigida consegna del silenzio. È tornato subito a nascondersi nell’ombra, ha delegato ai collaboratori più fidati il compito di sostenere l’onere della comunicazione e ha eretto intorno alla sua persona un altissimo muro di silenzio. Non si è concesso ai fotografi, non ha rilasciato nessuna dichiarazione, è tornato a rifugiarsi nella villa-cascina di Mede in provincia di Pavia dove, ogni domenica mattina, come Silvio Berlusconi ad Arcore, riunisce i suoi più fidati collaboratori. Unico hobby il lavoro “L’hobby di Sempio? L’unico noto è il lavoro” sostiene Mario Francese, dirigente della Euricom e manager vicinissimo al capo. A Vercelli e a Pavia non lo conosce praticamente nessuno, sui giornali di settore non esiste traccia di un suo intervento, immagine pubblica zero.

Con queste credenziali che farebbero invidia a Enrico Cuccia, si presenta Francesco Sempio, ora diventato uno dei personaggi di rilievo dell’industria alimentare nazionale. È noto unicamente il fatto che, pur essendone l’amministratore unico, non è il solo proprietario della Euricom. Ha un socio, Giuseppe Nervi, 64 anni, più misterioso, se possibile, di Francesco Sempio. Risiede a Palazzolo Vercellese e oggi si occupa prevalentemente della Riso Pigino, una delle controllate della Euricom. L’avventura di Sempio e di Nervi comincia all’inizio degli anni ’70. Sempio è un grosso coltivatore di riso a Pavia e nella Lomellina. Nervi, invece, è perfettamente a suo agio nei difficili meccanismi di commercializzazione del prodotto. Non è un lavoro semplicissimo il loro: bisogna conoscere le risaie, ma un occhio ancora più attento va dedicato alle evoluzioni della politica agricola comunitaria e, infine, occorre avere agganci solidi con i grandi “trader” europei. Insomma un vero lavoraccio che i due soci affrontano con una certa sapienza. Fondano la Eurico e cominciano a lavorare. Nel settore lentamente si diffonde la fama della loro abilità tanto che, nel 1985, vengono invitati a Ravenna da Vittorio Giuliani Ricci per studiare possibili forme di collaborazione. Sembra la consacrazione del successo. Alla metà degli anni ’80, via Massimo D’Azeglio, a Ravenna è il santuario dell’industria alimentare europea. Trattare con i Ferruzzi significa entrare nel grande giro, dove si fanno affari colossali a contatto con tutti quelli che contano. Figurarsi poi quando il contatto viene stabilito direttamente con Giuliani Ricci, marito di Franca una delle eredi del mitico Serafino. Come sempre i progetti dei Ferruzzi sono di caratura mondiale. Propongono di mettere insieme l’Eurico di Sempio e Nervi con la divisione riso della Italiana Olii e Risi di proprietà del clan ravennate. Deve nascere un’azienda che, è appena il caso di dirlo, dovrà competere con tutti i grandi produttori mondiali e, con il tempo, dovrà assumere la leadership. Una impostazione perfettamente in linea con la filosofia di Raul Gardini, grande capo del clan dell’epoca: i Ferruzzi, in qualunque “business” si fossero impegnati dovevano essere i primi del pianeta. L’ordine di Gardini valeva per qualunque cosa: per la chimica, come per zucchero, per le assicurazioni come, per l’appunto, per il povero riso. Sempio e Nervi un po’ perché affascinati dalla grandiosità del disegno, un po’ perché trovano importanti convenienze accettano di buon grado e così nasce la Industrie Risi Ravenna il cui quartier generale si trova nella cittadina ravennate e la guida operativa a Vercelli dove lavorano Sempio e Nervi. Il sodalizio, però dura poco. La passione si esaurisce rapidamente e cominciano gli scontri. Quale sia la causa scatenante non è chiaro. Forse la differenza di peso politico e imprenditoriale fra i partner. Forse le solite arroganze di casa Ferruzzi. Forse lo spirito di autonomia di Sempio e Nervi. Non si capisce: fatto sta che all’inizio degli anni ’90 il matrimonio viene rotto. Non deve essere stata nemmeno una separazione consensuale visto che, nonostante le richieste di Sempio e Nervi, i Ferruzzi si rifiutano di restituire il marchio Eurico giudicando che ormai fa parte del patrimonio consolidato della fallita joint-venture. A Vercelli decidono di ricominciare daccapo e, con la liquidazione ottenuta dal clan Ferruzzi costituiscono la Euricom che sta per European Rise Company. In realtà si tratta di un sistema trasversale per recuperare, fin dove possibile, la radice del marchio Eurico che ha fatto la loro fortuna ed è abbastanza conosciuto in Europa. Nuova strategia la nascita di Euricom, però, è anche il segno di un cambiamento di strategia. L’attività tradizionale dei due imprenditori di Vercelli era stata quella di “terzisti”: vuol dire che lavoravano il riso e poi lo vendevano alle imprese che si preoccupavano di confezionarlo e commercializzarlo al dettaglio. La scelta di Euricom è proprio quella di puntare sulla vendita diretta: così vengono acquistati i marchi Campiverdi di Ferrara e Pigino a Palazzolo (Vercelli). Lungo questa strada è arrivata l’operazione Curti costata una ventina di miliardi (l’azienda ha un fatturato di 40 miliardi con uno stabilimento di trentacinque persone in Lomellina). L’ingresso nella Curti dovrebbe, nei piani, rappresentare il salto di qualità per il “business” della Euricom permettendole di penetrare nel Centro-sud dove il consumo di riso, essendo particolarmente basso, ha buone possibilità di crescita: basti pensare che la domanda di riso in Lombardia è pari a 9 kg pro-capite, mentre in Sicilia e in Calabria è ancora fermo ad 1,5 kg. L’obiettivo, naturalmente, è quello di insidiare il primato del Riso Gallo primo produttore italiano con il 25 per cento del mercato. “Nel 1985 – ricordano alla Euricom – il marchio Curti era il più diffuso in Italia. Negli ultimi tempi ha perso un po’ di smalto ma cercheremo di recuperare”. Nel frattempo non viene trascurata la presenza all’estero dove l’azienda di Vercelli è presente attraverso la Euricom Arroz di Siviglia e la Sear di Lisbona. La scelta di Spagna e Portogallo non è casuale visto che si tratta, dopo l’Italia, dei principali produttori europei di riso. In ogni caso le esportazioni restano, ancora il fronte strategico, della Euricom dal momento che assorbono ben l’85 per cento della produzione. Non mancano nemmeno le nuove iniziative come i progetti di diversificazione nella pasta. Di recente, infatti, sono stati acquistati la Pasta Combattenti di Cremona e la Molini Certosa di Pavia, altro nome storico, dell’industria italiana.

Fonti aperte giornalistiche tanto per inquadrare l’importanza di ciò che segue.

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