2° Kami 4.0 – “Il vero problema dell’Intelligence dei nostri tempi è il rapporto con il livello politico”. Christopher Andrew

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Il vero problema dell’intelligence dei nostri tempi non è la raccolta informativa, non è l’analisi, non sono i rapporti con le altre comunità di intelligence, è il rapporto con il livello politico. Così ha saputo suggerire, in tempi non sospetti, lo storico Christopher Andrew. E da qui partiamo.

In sede di esordio, vi abbiamo promesso che Kami 4.0 avrebbe pubblicato i suoi ragionamenti ogni lunedì, mercoledì e venerdì. Proviamo a mantenere la promessa. Oggi, mercoledì, ce ne torniamo, grazie alla macchina del tempo che gli amici di Leo Rugens ci hanno prestato, al maggio del 2001, oltre 16 anni addietro e, soprattutto, diciamolo, ricordiamolo, interiorizziamolo, prima di quel “11 settembre” che ha scaraventato in dietro nel tempo di secoli l’intero pianeta. In quelle ore vedeva la luce un’intervista di assoluto valore (buone le domande, ottime le risposte) che, dall’interno del Sisde dell’epoca, i redattori della rivista del Servizio, sottoposero a Christopher Andrew, che gentilmente la concesse. Quell’intervista la ritenemmo subito una pietra miliare utile alla nascita di un dibattito intorno all’Intelligence culturale ubiquo e, in quanto tale, partecipato e diffuso, anche nel nostro Paese.

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Una volta letto il testo comparso su “Per Aspera ad Veritatem”, periodico del Servizio, alcuni di noi si determinarono ad un ulteriore approfondimento della materia e all’avvio di quei passi necessari al reclutamento di intellettualità capaci di ideare e di realizzare una Scuola di Intelligence atta a garantire, nel tempo, un nesso tra conoscenza, moralità e responsabilità verso la Patria. Una Scuola capace di rispondere alla domanda sempre più diffusa e urgente di legalità, di stabilità politica e sociale, di sovranità nazionale, di tutela delle istituzioni dalle minacce interne ed esterne. Rileggendo ancora una volta quel testo, siamo grati a chi formulò le domande delineando, con l’opportuna dubbiosa curiosità una trama culturale che ci appare, in molti passaggi, ancora oggi preziosa. Certamente le generose risposte di Andrew hanno confortato e guidato le attività speculative e di ricerca di alcuni di noi, almeno fino ad oggi. L’incontro con il filosofo della complessità Edgar Morin e con la sua transdisciplinarità, avvenuto, nello stesso periodo temporale, per altre strade e per altri meriti, riteniamo abbia fatto il resto, facendo maturare in noi fasi, luoghi e tempi diversi. Andrew e Morin quindi, passateci la metafora, quali nostri personali inconsapevoli “sciamani”  e grandi mediatori culturali capaci, usando le parole quasi fossero musica o danza rituale, di indicare la strada che, trascendendo il proprio corporeo interesse, evocando energie superiori, sola spinge e alimenta, lo spirito di servizio. Questo per continuare a conoscerci e per parteciparvi dei nostri processi formativi e delle nostre scelte di vita.

 

E a proposito del voler perseguire un’ulteriore conoscenza con chi ci legge, processo di emersione e di verifica che desideriamo avvenga in modo certo e trasparente, vi affidiamo i criteri a cui ci siamo ispirati per il reclutamento, selezione e formazione delle intellettualità necessarie al raggiungimento della finalità associative in HUT8, oggi nostra forma organizzata: ci siamo semplicemente messi in cammino e, passo dopo passo, abbiamo incontrato le soluzioni fidando in Leibniz e nella sua lettura del complesso fenomeno evolutivo. Abbiamo sostanzialmente cercato “sciamani”, curatori dei mali della Repubblica, facendoci attrarre da donne e uomini sensibili e intellettualmente curiosi, esclusivamente scegliendoli tra le figure che sapessero, professionalmente e umanamente, ascoltare i suggerimenti della Natura e che ci apparissero convinti che nella sempre maggiore diffusione e partecipazione della Cultura, risiedesse la speranza per un luminoso futuro per l’Umanità. Certamente, donne e uomini, che con fermezza d’animo, ritenessero, già di loro, la Cultura come unico contrasto alla delusione delle utopie e alla catastrofe che nelle scienze sociali e nella geopolitica è in atto e che sempre più, esclusivamente, appare crudele soluzione impostaci. Donne e uomini che cercassero, come noi, la mediazione degli sciamani, quasi fossero dei diplomatici di nuova generazione, figure sufficienti e necessarie ad abbassare i livelli di aggressività che le complessità dei luoghi sempre più affollati e iniqui portano con sé.

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Dice infatti Leibniz, scienziato e filosofo: “L’evoluzione piuttosto, assomiglia a uno scultore vagabondo che passeggia per il mondo e raccoglie un filo qui, una latta là, un pezzo di legno più in là, e li unisce nel modo consentito dalle loro strutture e circostanze, senza altro  motivo se non che è lui che può unirli. E, così, nel suo vagabondare, si producono forme complesse composte da parti armonicamente interconnesse, che non sono prodotto di un progetto ma di una deriva naturale”.

Tutto qui. Attratti da tale semplice complessità di pensiero, ci siamo lasciati andare alla “deriva naturale” fidando in possibili umane convergenze evolutive e in quelle energie superiori che bisogna saper evocare se ci si inoltra in imprese, all’apparenza impossibili.




maggio 2001
INTERVISTA a Christopher ANDREW  –  L’intelligence nel XXI secolo

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D. Prof. Andrew, in primo luogo ci sia consentito ringraziarLa per l’attenzione che ha voluto prestare alla Rivista del SISDe, accogliendo la nostra richiesta di una conversazione.
Le proponiamo quale filo conduttore di questo colloquio il Suo intervento al recente convegno tenutosi in Italia, nel castello di Priverno, prima esperienza di un convegno internazionale dedicato ai problemi dell’intelligence che abbia visto la partecipazione, oltre che di studiosi della materia come Lei, ricercatore di fama mondiale, di giornalisti e politici, nonché di personaggi provenienti o ancora appartenenti a Servizi di varie nazioni (anche della ex “cortina di ferro”).
Il Suo intervento in quella sede ha avuto, tra l’altro, il grande pregio di focalizzare l’attenzione sulla valenza che l’elemento umano, vero filo rosso nella Sua visione dell’intelligence, tuttora mantiene, anche se l’indiscutibile evoluzione del mondo dell’intelligence è sembrata orientarsi, almeno agli occhi di taluni osservatori, verso gli aspetti tecnici e tecnologici rispetto a quelli tradizionali. Ecco, proprio questo riproporre l’attenzione sul fattore umano, con le sue debolezze, a volte ottusità ma anche intuizioni; l’appassionata difesa dell’importanza (persino maggiore oggi che durante la guerra fredda) di poter disporre di agenti infiltrati nel tessuto dell’avversario, ovvero di favorire le defezioni dal campo avverso, ci è parso particolarmente interessante, e in qualche modo controcorrente. Se interpretiamo correttamente il suo pensiero, l’intelligence del nuovo secolo, scevra da ogni senso di subalternità alla tecnologia, trarrà beneficio da essa senza esserne schiacciata. Abbiamo ben compreso il Suo pensiero, così diverso da quello che vede nei vari sistemi tipo ECHELON la sola realtà del futuro?
Ed ancora, in tale prospettiva, come migliorare la cooperazione tra Servizi e tra questi e le altre Amministrazioni del medesimo Stato, per evitare di sprecare favorevoli occasioni per errori di comprensione?

R. Vorrei prima di tutto ringraziarvi e dichiarare quanto apprezzo la lettura della Rivista. Per Aspera ad Veritatem è una forma molto efficace di cooperazione in termini di intelligence. Vorrei commentare partendo dalla mia conferenza di Priverno nella quale ho illustrato un punto che ritengo molto importante: tutte le analisi, tutte le ricerche effettuate in ambito accademico o all’interno della comunità di intelligence hanno bisogno di discussione, di dibattito. Quando un accademico o un ricercatore lavora in solitudine senza interagire con altri, anche nell’ambito di consessi internazionali, il lavoro ne soffre e si percepisce un certo grado di isolamento. Nessun ricercatore in qualsivoglia campo può rifinire le proprie idee senza discuterne con colleghi impegnati nello stesso settore. Per questo motivo l’incontro di Priverno è stato così importante, un’occasione preziosa per condividere e discutere idee ed opinioni con esperti impegnati
nello stesso settore. La vostra domanda tocca il problema della cooperazione tra i Servizi ed altri organismi statali, tra Servizi ed istituzioni dello Stato, come migliorarla evitando che opportunità preziose vadano perdute a causa di incomprensioni ed errori. Penso che così come per molti altri problemi che riguardano le comunità di intelligence, questa questione vada considerata non come una esclusiva responsabilità delle comunità di intelligence, ma anche e soprattutto della classe politica. Non vi potrà essere infatti alcuna possibilità di trovare soluzioni soddisfacenti ai molti problemi dell’intelligence a meno che i policy makers non se ne interessino direttamente. Credo che sia molto indicativo e in effetti mi colpisce molto constatare come gran parte della letteratura sui Servizi di Intelligence, così come gran parte dei dibattiti sulle riforme nell’ambito dell’intelligence parta dalla falsa convinzione che gli unici a doversi riformare sono i Servizi. Lo studio più esaustivo che possediamo circa il ruolo attuale e futuro dei principali organismi informativi, ne parlo nella mia relazione presentata a Priverno, è stato prodotto negli Stati Uniti cinque anni fa dalla Aspin-Brown Commission: “The Roles and Capabilities of US Intelligence Community“. La prima proposta che veniva avanzata per il miglioramento dei risultati dell’intelligence statunitense era diretta proprio al livello politico piuttosto che alle Agenzie. Sosteneva infatti: “l’intelligence ha bisogno di migliori direttive da parte del livello politico in relazione al ruolo che deve svolgere ed a cosa deve raccogliere ed analizzare. I policy makers devono imparare ad apprezzare di più quello che l’intelligence può offrire loro e devono prestare maggiore attenzione ai modi con cui sfruttare le potenzialità dell’intelligence”.
È opinione diffusa che i fallimenti dell’intelligence, in altre parole i fallimenti nel produrre o nell’usare in modo appropriato le informazioni, siano principalmente colpa dei Servizi. Storicamente vi sono state molte occasioni nelle quali essi hanno mancato, tuttavia guardando alla storia del XX secolo è chiaro oggi che molti di questi fallimenti sono stati piuttosto fallimenti della classe politica nell’utilizzazione dell’intelligence piuttosto che dell’attività informativa vera e propria.
Nella seconda parte della domanda si parla di cooperazione tra Servizi. La necessità della cooperazione è ormai scontata. Sia la Gran Bretagna che l’Italia interpretano la propria sicurezza nell’ambito dell’Alleanza Atlantica ed è impensabile immaginare la sicurezza al di fuori di un’alleanza sovranazionale multinazionale. Ne consegue che se vogliamo ottenere il meglio dall’intelligence dovremo cooperare con altri partners. Vi è tuttavia un problema strutturale, un problema reale e anche in certo qual modo imbarazzante, ma non possiamo per questo ignorarlo o evitare di discuterne.
In un’alleanza multilaterale la segretezza per quanto concerne le fonti ed il modus operandi è garantita soltanto a livello dell’anello più debole. Questo significa che il futuro della collaborazione nel settore dell’intelligence è più nella collaborazione a livello bilaterale che non a livello multilaterale. È imbarazzante constatare come non tutti i membri della Unione Europea mantengano i segreti altrettanto efficacemente. Lo stesso vale peraltro anche per i rapporti tra esseri umani. La fiducia tra persone non si produce
istantaneamente, si sviluppa nel tempo, è questo uno dei motivi per cui oggi si parla di confidence building measures. Quindi io vedo certamente il futuro dell’intelligence europea strettamente legato alla cooperazione internazionale, tuttavia ritengo che sarà piuttosto fondato su relazioni bilaterali che non multilaterali e sulla base di una fiducia totale reciproca tra le due parti, che diviene assolutamente essenziale. Nessuno affiderebbe i propri segreti ad un altro individuo in mancanza di una totale fiducia nelle sue capacità di tenerli per sé ed è esattamente quanto avviene e deve avvenire anche con i Servizi di Intelligence.
Le vostre domande – ho avuto modo di scorrerle rapidamente prima di iniziare a riferire le mie impressioni – sono molto interessanti, anche perché toccano problemi particolarmente spinosi ed anche in un certo qual modo irrisolvibili. Li definirei i dilemmi dell’intelligence. Ad esempio, come trovare un equilibrio tra l’esigenza di riservatezza e le necessità della società dell’informazione, il diritto di sapere dell’opinione pubblica. Si tratta di problemi particolarmente difficili da affrontare. Io ritengo che quando si devono equilibrare due esigenze forti non esista una risposta valida in assoluto e “sempre” applicabile. Come risolvere, ad esempio, il grande dilemma di trovare un equilibrio tra libertà e sicurezza?
Entrambi sono estremamente importanti, tuttavia l’equilibrio tra le due muta a seconda delle circostanze. In tempo di guerra o durante crisi internazionali, la sicurezza tende ad essere privilegiata rispetto alla libertà dei cittadini. In tempo di pace, viceversa, la libertà di informazione viene naturalmente considerata prioritaria. Questo problema è stato affrontato in maniera seria soltanto di recente, diciamo negli ultimi venticinque anni, stiamo ancora imparando, anche se abbiamo fatto notevoli passi avanti. Basti pensare che in Gran Bretagna, dove la cultura della segretezza ufficiale era particolarmente sentita, tutti i Governi, ivi compreso quello di Margaret Thatcher, negli anni ’80, non potevano neanche ammettere ufficialmente l’esistenza di un Servizio di Informazioni estero. Soltanto in occasione del Queen’s speech del 1992, il Governo britannico ha ammesso l’esistenza del SIS, meglio noto come MI6.
Fino al 1992 non poteva neanche esserci un Comitato Parlamentare. Neanche il Parlamento poteva discutere di questioni di intelligence. Da otto anni la situazione è cambiata, abbiamo un Comitato sui Servizi informativi che a mio parere rappresenta un buon compromesso. Il Comitato è formato da Members of Parliament provenienti dalle due Camere, produce un rapporto annuale sui risultati dell’attività di intelligence. Una delle cose che più colpisce è la scarsa pubblicità di cui ha goduto in Gran Bretagna. La ragione è che il Comitato non è quasi mai stato in disaccordo con i Servizi e questo nonostante il fatto che vi facciano parte personalità che non hanno sempre avuto atteggiamenti passivi nei confronti dell’Autorità. Mi riferisco ad esempio a Campbell Savers, che negli anni ’80 è stato fortemente critico nei confronti dell’intelligence britannica e più di recente ad Yvette Cooper, che molti ritengono tra venti anni sarà Primo Ministro. In Gran Bretagna, ma non soltanto da noi, è stato quindi possibile creare un Comitato bipolare comprendente sia critici che sostenitori dell’intelligence che riesce a trovare un accordo su di un rapporto annuale ed anche sul fatto che la comunità di intelligence sta facendo un buon lavoro.
Possiamo quindi dire senza dubbio che in Gran Bretagna in meno di un decennio si sono compiuti passi da gigante, se dieci anni fa il Governo neanche ammetteva di avere un Servizio per l’estero e rifiutava anche soltanto l’idea dell’esistenza di un Comitato Parlamentare che potesse aver accesso a documentazione d’intelligence. Questo è stato l’approccio adottato nel nostro Paese ed è un buon esempio di come abbiamo imparato dalla esperienza di altri Paesi e non soltanto degli Stati Uniti. Guardando come gli USA hanno reagito agli scandali degli anni ’70, si evince che la costituzione di Congressional Committees sull’intelligence ha rappresentato un esempio imitato anche in altri Paesi.
Indubbiamente un punto di svolta nel rapporto tra la democrazia e l’intelligence.

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D. Altro passaggio peculiare del Suo pensiero è la critica a quella che Lei definisce “sound-bite and of the instant opinion”: quasi un monito affinché si eviti il pericolo che decisioni, finanche vitali per gli equilibri mondiali, vengano assunte senza un’adeguata, ponderata valutazione da svolgersi però in condizioni di assoluta riservatezza. Ecco, come può coniugarsi questo aspetto, cioè la necessità ed opportunità della riservatezza che contraddistingue il lavoro dell’intelligence, con le nuove esigenze della società dell’informazione? Ed ancora, come coniugare la necessità della percezione del contesto a lungo termine con la richiesta di risposte immediate?

R. La prima cosa da fare è quella di riconoscere l’assurdità di quella che io definisco la cultura del sound-bite and of the instant opinion. Si tratta di deviazioni a breve termine e non di prospettive a lungo termine. È triste vedere come attualmente molti optino per questa soluzione. Secondo me non vi è contraddizione tra l’analisi a lungo termine ed il rapporto informativo a breve termine. Le informazioni, che siano o meno classificate, avranno un significato soltanto se saranno inserite in un contesto a lungo termine. Se non si capisce il contesto non si potranno mai interpretare informazioni particolareggiate e dettagliate. Il successo dei resoconti di analisi dipende dalla comprensione del contesto a lungo termine da parte degli analisti, ma anche e soprattutto da parte della classe politica. La grande contraddizione dell’intelligence sovietica, ad esempio, è stata quella di essere particolarmente brillante nell’attività di raccolta informativa in Gran Bretagna ed Italia durante e immediatamente dopo la Seconda Guerra Mondiale, ma anche durante la Guerra Fredda; tuttavia, l’abilità del KGB di utilizzare le informazioni raccolte si è rivelata estremamente limitata e questo soprattutto per l’incapacità della leadership sovietica di capire il contesto generale della politica occidentale. Per meglio chiarire il mio pensiero, ricorderò che durante la Seconda Guerra mondiale, al culmine delle attività informative dell’era sovietica, il KGB poteva usufruire delle informazioni passate da un gruppo denominato “The magnificent five”, cinque giovani brillantissimi laureati presso la mia Università, Cambridge. Il KGB probabilmente considerava questo gruppo, formato da cinque agenti, il migliore in assoluto della sua storia. In effetti, durante la guerra fornivano preziosissime informazioni apprese sia dai principali Servizi informativi che dai corridoi dei palazzi del potere. Eppure per due anni sono stati considerati, ora lo sappiamo, un’ azione di disinformazione da parte dei britannici. Perché? Quello che dicevano a proposito del modo in cui veniva portata avanti la politica in Gran Bretagna era talmente contrario all’idea che Stalin ed il Cremlino ed anche la leadership del KGB si erano fatti del contesto politico britannico che non potevano credere che quanto ricevevano rispondesse a verità. Anche dopo Stalin, l’analisi informativa in Unione Sovietica era spesso distorta. Questo perché si diceva alla classe dirigente soltanto ciò che voleva sentire e non quello che poteva offendere. Le prove che possediamo indicano che quando Gorbacev salì al potere nel 1995 si avviò una sorta di new deal, le stazioni del KGB in tutto il mondo ricevettero una direttiva sulla dannosità della distorsione dei fatti. Che significa? Significa che per la prima volta alle stazioni del KGB viene ordinato di dire la verità alla leadership del KGB e dello Stato, di fornire anche le informazioni “che non vogliono sentire”. Direi quindi che l’analisi informativa ha cominciato a funzionare nell’Unione Sovietica soltanto negli ultimi anni di vita dell’Unione. Gorbacev poteva comprendere veramente l’Occidente riuscendo così ad interpretare i resoconti informativi che riceveva.

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D. Prof. Andrew, Lei è solito affermare che la minaccia non muta, poiché ciò che cambia è la tipologia di chi costituisce la minaccia, pur permanendo comunque una combinazione di fanatismo assistito da potere ed armi (ora anche di distruzione di massa) che però oggi sfugge, è questa la pericolosa novità, al controllo delle maggiori potenze mondiali. In tale prospettiva, come evolve il ruolo dell’intelligence?

R. È mia opinione che in generale la natura della minaccia non muti, cambia invece la sua specifica natura. In altre parole, nel corso del XX secolo, quello che ha rappresentato il vero shock è stato ciò che io definisco il nuovo fenomeno del fanatismo coniugato con il potere: Hitler, Stalin, Mao Zedong, Pol Pot, i despoti fanatici pronti a ricorrere a metodi estremi per raggiungere i loro obiettivi. Nel XXI secolo non vi sono più potenze governate da fanatici disposti ad usare qualunque mezzo disponibile per raggiungere i loro obiettivi. Permangono comunque potenze di media entità, quali la Corea del Nord (anche
se recentemente vi sono segnali per un cauto ottimismo) o l’Iraq di Saddam Hussein. Tuttavia, oggi ci troviamo certamente di fronte ad una moltitudine di minacce ed il problema è come identificarle. Come al solito, coloro che affermano che si può trovare tutto basandosi sulle fonti aperte hanno torto, così come si sbagliano quelli che sostengono l’esclusiva valenza delle fonti segrete. Le informazioni che gli Stati necessitano per la sicurezza nazionale devono essere cercate in uno spettro molto ampio che deve spaziare dalle quelle reperibili anche soltanto aprendo i quotidiani fino all’estremo opposto, cioè quelle più segrete e protette provenienti da fonti così segrete che la loro esistenza è nota soltanto ad un gruppo ristrettissimo di individui. Nel lavoro di intelligence combinare fonti aperte e fonti chiuse è un’esigenza assoluta per l’identificazione delle minacce correnti alla sicurezza nazionale. Una cosa da notare, un elemento comune a quasi tutti i gruppi che hanno minacciato la sicurezza nazionale di recente è che sono tutti “teorici della cospirazione” (conspiracy theorists), così come lo erano molti dei despoti del XX secolo. La mente di Stalin era piena di teorie cospirative, Hitler era ossessionato dalla teoria della cospirazione da parte degli ebrei. Tutti i gruppi che nell’ultimo decennio hanno creato problemi da Aum Shirinkyo a Timothy Mc Veigh, ad alcuni dei fondamentalisti islamici di Bin Laden, hanno una visione del mondo distorta da terribili e illogiche teorie della cospirazione. Internet è uno strumento prezioso per poterli anticipatamente individuare. Quasi tutti i teorici della cospirazione, del resto, pubblicizzano le loro teorie sulla Rete. La maggior parte di costoro, in realtà, non ricorrono all’uso della violenza per raggiungere i propri obiettivi, ma il web è un mezzo preliminare, come ricordavo, particolarmente utile nella ricerca di questi gruppi che negli anni recenti si sono moltiplicati. Molti di essi pubblicizzano sulla Rete non solo le loro teorie cospirative, ma anche l’addestramento paramilitare per i loro membri. In tal caso si percepisce di aver individuato una minaccia seria. Al fine poi di raccogliere maggiori informazioni l’intelligence tecnica appare molto meno importante, e qui mi permetto di ritornare alla prima domanda di questa intervista, di quanto non fosse durante la Guerra Fredda. La sorveglianza satellitare della capacità nucleare e della forza di attacco della Unione Sovietica era assolutamente essenziale durante la Guerra Fredda, non è tuttavia altrettanto utile nella ricerca di Bin Laden. Ritengo che in particolare in questo settore stiamo ritornando verso la tradizionale priorità dell’agente infiltrato. Quando ci si trova a fronteggiare le minacce che ho menzionato, l’agente infiltrato diviene assolutamente insostituibile e l’esperienza del XX secolo mostra che questo è ancora fattibile anche se a volte con grandi difficoltà. Non è un segreto, è ormai di dominio pubblico, il fatto che sia in Gran Bretagna che negli Stati Uniti la Real IRA, cioè la parte del movimento repubblicano irlandese che continua gli attacchi terroristici, è stata pesantemente infiltrata. Ed è la soluzione anche per quanto riguarda quelli che io definisco i “rogue regimes”, per incoraggiare i defezionisti. Ritengo che l’esperienza della Guerra Fredda mostra che questa strategia ha una sua valenza. Si può ancora attuare, anche se molte occasioni sono andate perdute. Non solo, sono convinto che siamo in grado di farlo molto meglio ora di quanto veniva fatto prima.

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D. Prof. Andrew, Lei sprona i Servizi a capire il proprio passato, evitando di ripetere gli errori che, causati a volte da rivalità o incomprensioni, hanno avuto effetti a volte catastrofici (un esempio per tutti, l’attacco giapponese di Pearl Harbour). Al contempo, analizza il campo minato dei rapporti Servizi/decisore politico: là dove il regime è autoritario i Servizi non svolgono il proprio ruolo, che è quello di dire le verità scomode, anche quelle che i decisori politici non vorrebbero sentire. Ci ha appena ricordato che la rivoluzione dell’era Gorbacev in Unione Sovietica è passata anche per la disposizione secondo la quale i residenti all’estero del KGB non avrebbero più dovuto modificare la realtà dei fatti, secondo i voleri o le speranze di Mosca. Essenziale perciò per il decisore politico di un Paese democratico è massimizzare i vantaggi strutturali di un’intelligence consapevole del proprio ruolo.
Ecco, vuole tornare su questo assunto che nel corso del convegno di Priverno è stato anche, è giusto darne atto, messo in dubbio da altri interventi secondo i quali il decisore politico non è interessato a conoscere la verità? È improbabile non farsi influenzare dalla volontà dei politici e non assecondarne i loro voleri o aspettative?

R. La domanda riguarda l’atteggiamento dei policy makers nei confronti del prodotto dell’intelligence. Più si conosce oggi e più si percepisce che l’analisi informativa dell’Occidente durante la Guerra Fredda era di gran lunga migliore di quella sovietica e precisamente perché operava all’interno di un sistema democratico. Quanto più i politici occidentali imitavano il modello sovietico, cioè si comportavano in modo autoritario e ritenevano che i rapporti informativi non avevano nulla di importante da aggiungere a quanto già noto, tanto meno riuscivano a trarre vantaggi dall’apporto informativo. In altre parole, quando ci si trova ad aver a che fare con una un sistema autoritario sorge il problema: se il rapporto informativo concorda con il pensiero di una leadership politica autoritaria allora non ha ragion d’essere in quanto “si sapeva già”, se non concorda con la visione della dirigenza allora viene respinto con la giustificazione che non si tratta di valutazioni esatte. Tuttavia si può imparare dall’esperienza anche se la ricerca svolta finora sul modo in cui i policy makers usano o hanno usato in passato il contributo dell’intelligence è molto carente. Sappiamo molto di più su come i Servizi di intelligence hanno raccolto ed analizzato informazioni rispetto a come i dirigenti politici le hanno poi utilizzate. Ritengo che l’aumento graduale e la diffusione della ricerca su questo tema creerà nel tempo un clima di opinione che sempre più mostrerà ai policy makers, anche se non tutti impareranno la lezione, che l’utilizzazione efficace dell’intelligence dipende nella stessa misura da loro quanto dagli organismi informativi. È una lezione difficile da imparare tuttavia è stato così nel corso dell’intero secolo. Un esempio indicativo: nell’ambito delle corti medioevali in Europa, notoriamente strutture autoritarie, uno dei grandi problemi era dire ai governanti quello che non volevano sentire. In molte corti esisteva quindi la figura del “buffone di corte”, “the royal fool“. Era lì per intrattenere il governante, ma aveva anche una sorta di licenza per dire le verità scomode che ad altri non era consentito dire. È veramente essenziale che ai Servizi di Intelligence siano, anche nell’ambito dei moderni sistemi democratici, riconosciuti i privilegi, se si può perdonare il paradosso, che spettavano al buffone di corte medioevale, così da poter dire alla classe politica quello che questa non vuole sentire. D’altro canto per un dirigente politico è certamente meglio ascoltare ciò “che non vuole sentire” in “separata sede”, in ambito riservato, dai propri Capi dei Servizi, che non conoscerlo pubblicamente attraverso i mezzi di comunicazione di massa. Quanto viene detto in forma riservata è certamente di gran lunga meno umiliante dell’essere sfidati pubblicamente. Tutto questo comunque deve presupporre un mutamento nella cultura, nella mentalità ed è questa la sfida più difficile per le comunità d’intelligence per il XXI secolo. Il vero problema per l’intelligence dei nostri tempi non è la raccolta informativa, non è l’analisi, non sono i rapporti con le altre comunità di intelligence, è il rapporto con il livello politico.

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D. Un’ultima domanda, prof. Andrew: come evolverà il rapporto tra fonti aperte e fonti riservate nel XXI secolo? In altre parole, nell’acquisizione di informazioni sarà meglio privilegiare la quantità (fonti aperte) o la sostanza (informazioni riservate di provata attendibilità)?

R. Ritengo che per quanto riguarda la questione delle fonti aperte e delle fonti chiuse logicamente si tratti di un falso dilemma. Ho già accennato che tutti gli Stati, ai fini della protezione della sicurezza nazionale, richiedono informazioni che derivano da un ampio spettro che va da quanto è disponibile pubblicamente a quanto è rigorosamente segreto. La proporzione tra i due settori varierà a seconda del settore. Per esempio, in ambito economico la mia opinione è che molto poco di veramente importante non sia disponibile da fonti aperte. Più la minaccia è coperta, più chiusi sono i regimi da contrastare, vedi l’Iraq, la Corea del Nord così come i gruppi terroristici che per loro natura operano in segreto, maggiore importanza avrà allora l’informazione proveniente da fonti coperte. Il dilemma, che io ho già menzionato, è come riconciliare l’esigenza di segretezza dell’intelligence con il diritto del pubblico di conoscere e si tratta di un problema al quale è impossibile dare una soluzione in senso permanente e viene infatti continuamente riaffrontato. Quando vi è un’importante fonte informativa e quando vi è un importante metodo di intelligence da proteggere, l’esigenza di tutela non è soltanto contingente, ma deve protrarsi nel tempo. Se alla fine rendere informazioni disponibili al pubblico compromette una fonte od un modus operandi che sarà di importanza in futuro, allora questi ultimi dovranno certamente avere priorità. Fornirò qui due esempi ovvi: la fonte di informazioni più importante di cui la Gran Bretagna disponeva tra le due Guerre era legata alla capacità di intercettare e decifrare i messaggi telegrafici sovietici. Lo ha continuato a fare per oltre dieci anni dopo la Rivoluzione Russa. Da quando nel 1927 ha svelato il segreto non è più riuscita a ristabilire tale capacità per un lungo periodo. Durante la Seconda Guerra Mondiale gli anglo-americani sono riusciti a decifrare codici nemici ai massimi livelli. Le informazioni ottenute, denominate in codice
ULTRA, hanno certamente contribuito ad abbreviare la Guerra. Non possiamo dire di quanto, ma certamente è così e questo è avvenuto soltanto perché è stato mantenuto il segreto. Se quella fonte fosse stata compromessa ed esposta, come nel 1927, la Seconda Guerra Mondiale sarebbe durata molto più a lungo. Il motivo per cui il segreto fu mantenuto così accuratamente ed attentamente è da ricercare nell’abilità di Winston Churchill di imparare dai propri errori, essendo stato lui tra i responsabili delle rivelazioni del 1927. Egli possedeva infatti una capacità che molti uomini politici non hanno e che molti esseri umani non hanno, quella di imparare dai propri errori. Quindi, egli si rese conto dell’enorme importanza di mantenere ULTRA segreto grazie alla sua consapevolezza dell’errore compiuto. Un altro esempio: Bill Gates è senza dubbio considerato l’uomo di affari più capace nel mondo contemporaneo.
Quando egli intervista potenziali dipendenti per la Microsoft esordisce così: “Non voglio parlare con Lei dei suoi successi, perché se non ne avesse avuti non avrebbe alcuna possibilità di un lavoro qui alla Microsoft, vorrei invece chiederle quali sono stati i suoi errori e che cosa ha imparato da essi”. Questa è, secondo me, la grande sfida di fronte al mondo dell’intelligence ed ai policy makers. Le comunità d’intelligence ed i policy makers italiani e britannici hanno avuto indubbi successi nell’uso delle informazioni. Hanno tuttavia, così come tutta l’umanità nel corso della sua storia, avuto anche fallimenti. Il punto cruciale è capire quali sono stati questi fallimenti, se sono stati riconosciuti in quanto tali e che cosa si è imparato da essi. Il più grande fallimento dell’intelligence occidentale nel suo complesso, mi riferisco al XX secolo è stato nella relazione tra intelligence e policy makers. Questo nodo verrà risolto soltanto se verrà riconosciuto come tale e fintanto che non verrà risolto non ci saranno possibilità di ottenere un lavoro presso la Microsoft.

Kami 4.0  continua

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