Si avvicina l’ora delle pre-visioni per l’evento socio-politico del 4 marzo 2018

incursioni

Quando, superando stanchezza/tristezza/pudore/distanze logistiche, mi mostro di persona a chi mi ha solo letto, noto nell’interlocutore una qualche sorpresa su come io realmente sia. E non parlo delle mie fattezze. Intendo, cosa riesca a dire oltre a quel poco/tanto che ho immesso in rete, confezionando, con l’acuta e fedele Dionisia al fianco, oltre 4.000 post.

Lungo questo percorso, sostanzialmente autobiografico, ho ciclicamente fatto ricorso a citazioni di articoli già immessi in rete non sapendo se ci si  riuscisse a raccapezzare nel dedalo del mio ragionare e ricordare. Certamente per molti confuso o di difficile lettura. In questo spirito, avvicinandosi il dover fare previsioni in tema elettorale (l’ho sempre fatto con buon esisto) comincio con ri-postare un vecchio articoletto che sentenziava il peso irrisorio dello smacchiatore Bersani, quando a non pochi addetti ai lavori, anche osservatori privilegiati, il dirigente comunista appariva elemento determinante nella scena politica di questo nostro Paese, entità culturale difficile da essere interpretata senza avere reali capacità pre-veggenti e di vissuto.

Le date di alcune considerazioni/previsioni, per uscire dalle chiacchiere e misurarsi sui numeri assoluti (terreno da me sempre scelto amando le persone più che i trucchi di potere che si basano sulle percentuali), vanno tenute in debita considerazione. Il 28 novembre del 2012, affermavo che Bersani pesava poco o niente. Un anno dopo, 24 novembre del 2013, a risultato pienamente centrato sul M5S esordiente a livello nazionale nel febbraio 2013 (con un’approssimazione che non mi risulta neanche ipotizzata dagli uomini della think tank Casaleggio) prendevo le misure a Matteo Renzi, come poi ho sempre fatto negli anni a seguire, fino a non aver dubbi sull’esito del referendum del dicembre 2016. Questo lo dico perché il misurarsi su come vanno a finire vicende di tipo complesso come sono quelle geopolitiche, se si vuole che l’esercizio abbia una qualche utilità strategica, va fatto con doveroso anticipo. Questo se si vuole che i  propri comportamenti siano basati – almeno – su pre-visioni che chiamerò di tipo balistico.

Le traslazioni nel tempo, di tipo “quantistico” (che sarebbe altrettanto necessario saper fare),  le affronteremo a risultati usciti dalle urne allestite il 4 marzo p.v.

Questo perché gli esiti delle votazioni imminenti vanno doverosamente letti con i numeri assoluti sotto gli occhi, intendendo numeri dei “culi” che si saranno alzati, saranno andati al seggio, a piedi o in macchina, ed avranno realmente espresso una loro opinione culesca. Questa volta, più di altre, la partita si giocherà sui numeri assoluti se volete pre-vedere governabilità e non giochi di potere. La sicurezza futura del Paese, interna ed esterna, la sua convivenza civile, dipenderà da quanti andranno a votare per quel partito o per quel movimento, a prescindere da altri meccanismi che sono stati artatamente costruiti per logiche di potere e di controllo della volontà popolare.

Dico queste cose perché la previsione che faccio sin da oggi (a meno di trovarsi in questi pochi giorni residui in presenza di eventi altamente traumatici) che anche chi vincerà (e vincerà il M5S), non – non – non prenderà un solo voto in più dell’ultima volta che si è andati a votare. Per cui gli amici pentastellati, con la loro percentuale x o y riterranno di aver fatto il loro dovere e di aver vinto, ma quelli esigenti come me dicono – sin da adesso – che il 4 marzo, se uscirà un solo voto in meno  di quelli ricevuti in dote nel 2013 sarà stata una sconfitta.

Incursioni2

Una grave sconfitta anche vincendo, perché quel numero recessivo testimonierà la fine del sogno/della speranza di cambiamento.

Un solo voto in meno, dopo cinque anni, consegnato al partito dell’apatia, dell’indifferenza, del “sono tutti uguali”, corrisponderà ad una sconfitta etico-morale oltre che politica.

I trucchi del Rosatellum sono altro ed sono quanto, previsto e prevedibile, chi  aveva vinto nel 2013, cioè il M5S, non doveva far accadere. A qualunque costo, se la posta in gioco era la libertà del popolo italiano.

Da questo momento, amici pentastellati, bisogna tentarle tutte per smentire questo marginale ed ininfluente blogger presuntuoso.

Basterà un solo voto in più del 2013 e io, per quel che vale, ammetterò il mio errore e, pur astemio, brinderò alla vittoria della mia parte. Vittoria come la intendo io e non solo  raggiungere la percentuale più alta tra quelle che i rottami della partitocrazia si preparano a raccogliere. Ci mancherebbe pure.

Oreste Grani/Leo Rugens


MATTEO RENZI AL 47% DEL 55%. CONTENTO LUI! NON DIMENTICATE IL NOSTRO POST PROFETICO DEL 28 NOVEMBRE 2012 SU BERSANI “VINCITORE” ALLE PRIMARIE

i-renzini-le-praline-dell-ovvio-di-matteo

Ricapitoliamo: oggi, Matteo Renzi, sul tutto il territorio nazionale (impicci e imbrogli compresi, tranne quelli “osceni” scoperti a Salerno e provincia), ha preso il 47% del 55% degli iscritti al PD che si sono espressi, nelle “primarie delle primarie”, turandosi il naso, avrebbe detto Indro Montanelli. Si tratta del 26%, degli aventi diritto al voto in casa PD! In numeri assoluti, stiamo parlando di circa 138.000 cittadini. Vedremo cosa succede l’8 dicembre, all’ombra (si fa per dire) dei gazebo. Potrebbe vincere il concorrente fortunato della mitica “Ruota della Fortuna”, superando il milione di voti. Attenti ai numeri assoluti però, prima di ritenere quello spoglio, un’investitura voluta dalla maggioranza degli Italiani. Con quei numeri (1.000.000 circa), stiamo parlando, ancora, di una candidatura costruita “mediaticamente” dagli “spingitori da dietro” di cui  ho cominciato a scrivere e dal Comitato d’affari trasversale che ha deciso di saltare sul carro del vincitore. Renzi, per la pochezza della statura politica e culturale, era il più facile da manovrare, tra i candidati possibili. Nulla che abbia a che vedere con la guida che la maggioranza degli Italiani disperati (35 milioni, circa), sta cercando.

Oreste Grani

crozza bersani

P.S.

Circolano sulla rete, cliccati ormai da decine di migliaia di utenti, i messaggi che riproduco. Vista la concomitanza delle date con la consultazione del PD (8/9 dicembre) e la volontà degli organizzatori dei presidii, di dare inizio ad una “rivolta popolare” del tipo “comincia tu a menare che a me viene da ridere” forse, è il caso di porre la dovuta attenzione, sia  che si voglia  andare a votare considerando Matteo Renzi il novello Mosè, sia che si voglia mettere mano a bastoni, forconi o quant’altro. Comunque se non ci pensano la Madonna e Papa Francesco, l’8 dicembre, la situazione si presenta ingarbugliata.

IL 2,7% DEGLI ITALIANI AVENTI DIRITTO AL VOTO HANNO SCELTO BERSANI… E LUI È CONTENTO

A sinistra, Bersani; a destra, Renzi. Dopo le primarie dei fantastici 5 sono rimasti loro a contendersi il 6% degli aventi diritto al voto in italia

“Se perdo, sono un pollo”: parola di Bersani/Amadori, come lo ha etichettato il sempre più ispirato Crozza.

“Se perdo, mi faccio un partito per i cazzi miei e valgo almeno il 25%”: parola del rotto-amatore Renzi.

Comunque vada questa sera, voleranno pesci nel faccia a faccia in RAI. Tenete presente, miei pochi lettori, che i due contendenti, più gli sforzi di Puppato, Tabacci e Vendola rappresentano il 6% degli aventi diritto al voto, che sono 47 milioni in Italia e 2.7 milioni nel Mondo; arrotondando diciamo che sono 50 milioni circa. I voti espressi nella kermesse delle primarie sono stati 3,1 milioni, cioè il 6%. Bersani, quindi, pavoneggiandosi della straordinaria mobilitazione e dei suoi consensi in particolare, parla del 45% del 6%, cioè del 2,7% degli aventi diritto. Attenzione quindi, italiani, alle suggestioni mediatiche e alle manipolazioni dei numeri.

Intanto guardiamoci questa sera (28.11) il duello all’ultimo sangue.

Oreste Grani

http://www.iconicon.it/blog/2013/11/dal-9-dicembre-litalia-dice-basta/