Rulli di tamburo? Venti di guerra? I cannoni stanno per tuonare? Temo di sì

La vera complessità – dice Edgar Morin (e non da oggi) – è una sfida per lo spirito. Il destino dell’umanità dipende da un modo nuovo di pensare la realtà umana, da un umanesimo della fragilità, che ci vede tutti uniti, perché tutti naufraghi“. 
Queste parole sono andato a ricercarle in un documento elaborato anni addietro, prima che fosse certo il disastro ambientale, quello contingente pandemico e le conseguenze dell’ennesima ricorrente perdurante crisi planetaria finanziaria, sociale, economica, geopolitica. Nelle frasi di Morin ci sono parole come “complessità” e “spirito”. E poi “umanità”, “umana”, “umanesimo” interconnesse con “fragilità” ed “essere tutti naufraghi”. Mi guardo intorno e vedo solo uomini di Stato che preparano guerre. Spendono qualche paroletta per qualche giorno e in qualche occasione rituale e poi nulla che assomigli ad un nuovo modo di pensare. A prescindere dalla “pandemia”.

Nulla che rimandi ad una strada tracciata per condurre alla convivenza, alla collaborazione, alla cooperazione e a quella pace alimento indispensabile dell’azione politica delle istituzioni, dei governi in rotazione, dell’opera di quanti appartengono al mondo della cultura e dell’arte. In Eurasia si prepara la guerra e tranne pochissimi (Papa Francesco e chi altro?) siamo in troppi, troppo indifferenti. La gente in Ucraina soffre da anni. In Bielorussia altrettanto. Eppure mentre avremmo dovuto, anche noi italiani (e so quello che dico), alimentare la costruzione (anche metaforica) di ponti e canali di comunicazione stimolando, valorizzando, utilizzando le energie (quanta straordinaria intelligenza giace sprecata!), le capacità, le vocazioni, per progetti e finalità comuni, nell’ambito di un ideale e di un programma alto di cittadinanza planetaria.

Viceversa, Covid o non Covid, ci stiamo incartando sprecando eccellenza e vocazioni asservendole alla guerra quale semplicistica soluzione che le peggiori élite che la storia abbia visto governare, si preparano a scatenare. Sperando, allarmisticamente, di sbagliarmi. Ricordatemi (se vi può interessare) di raccontarvi quando spesi soldi (oltre dieci anni addietro) per mandare alcuni collaboratori in quel di Minsk (Bielorussia quindi) a capire come la genialità italiana potesse innestarsi su ciò che si voleva realizzare (parlo di infrastrutture) a quelle latitudini, prima che il tutto prendesse un’altra piega. Quella piega che, sentite a me, ormai gli avvenimenti, a meno di un miracolo, hanno preso.

Oreste Grani/Leo Rugens