Vittoria! Vita.it e Marco Dotti hanno affondato il protocollo tra Confindustria e l’incompetente don Zappolini

Limitare l'azzardo e le slot machine si può fare in tanti modi; Fiorello La Guardia in action

Limitare l’azzardo e le slot machine si può fare in tanti modi; Fiorello La Guardia in action

Giorni fa segnalammo uno scandalo vero e proprio: la firma di un protocollo riservato tra Confindustria Sistema Gioco Italia e don Zappolini, “prete perbene” ma un po’ grullo, a essere benevoli. Certo grullo non è il Chiti Vannino che lo affianca né lo sono il duo Ciotti-Violante che li fronteggiano, non per amore della giustizia ma per arraffare più torta possibile.

Cos’è successo lo rileggete nel post: Don Zappolini – Da professionista dell’accoglienza a foglia di fico dell’azzardo.

Oggi quel protocollo è stato stracciato anche perché monsignor Alberto D’Urso (I legami vergognosi tra i servi del Signore e i biscazzieri – ma Francesco non resta a guardare) ha sparato a palle incatenate sullo Zappolini & Co definendoli “incompetenti”. Miracolo? No, semplicemente l’ombra dell’obelisco di San Pietro ha segnato l’ora per questi soggetti.

Lasciamo la cricca dei preti perbene e dei compagni vari leccarsi le ferite e regolare i conti nel loro accampamento; teniamo d’occhio lobbisti piddini e biscazzieri assortiti, la guerra continua.

Di seguito leggete il proclama della vittoria (vedi articolo originale) a firma di Marco Dotti, quindi una riflessione a sua firma che illustra la visione strategica del Movimento No Slot.

Il nostro plauso va naturalmente anche a Riccardo Bonacina che ha schierato con determinazione e intelligenza Vita.it.

Le redazione di Leo Rugens

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“Due anni fa ho fondato un movimento aperto, con altri amici. Nulla di gerarchico o strutturato. Un nome – ma non solo quello – “No slot”. L’idea è che per incidere non serva opporsi a parole, opporsi dicendo semplicemente “no” e poi suggerire riforme, leggi, raccogliere firme o andare con i banchetti davanti alle scuole. L’idea è che alla base di tutto vi sia un individuale, ma policentrico e quindi si spera non controllabile a priori, “I prefer not to”. Quello che Melville mette in bocca al suo piccolo, grande scrivano Barthleby. Il modello dell’associazione No Slot – ovviamente apartitica, e basata sull’idea della “politica prima”: il politico se vuole si accoda e accoglie ragionamenti, più che proposte (!), ma la politica “prima”, in senso di politics e non di suggerimenti di policy, è quella che viene da chiunque in qualche modo intenda scalfire un ordine perverso delle cose. Questo sul piano della partecipazione civica, generativa direi. Non si dà per scontata una rete, la si costruisce. Dove? Fuori, nella realtà. E ognuno in quella rete deve portare una parte della propria intelligenza concreta, per capire, cogliere il fenomeno del gioco d’azzardo di massa. Perché il gioco d’azzardo di massa? Perché, come avrebbe detto Marcel Mauss, nel gioco d’azzardo di massa si ritrovano i tratti di un “fatto sociale totale”. E che cos’è un fatto sociale totale? Qualcosa che tocca l’economico come il politico, il giuridico come il ludico, lo psichico come il biologico. Insomma: un prisma, attraverso il quale scomporre quello che Manuel Castells (“La nascita della società in rete”, UBE 2008, p. 461) chiama il “casinò globale”. Ognuno può farlo e lo scopo è essenzialmente quello di mettersi in relazione con chi voglia farlo. Nulla di meno, nulla di più.

In questo senso, siamo – intendo il gruppo di lavoro di No Slot, che ora è composto tanto da economisti, sociologi, clinici, quanto operai e ricercatori iper precari per lo Stato, ma non per la “politica prima”, anzi”! – inizialmente stati confusi con molte alte sigle che in questi anni hanno lavorato sul terreno del gioco d’azzardo. La distinzione non è discriminante: la filosofia che ho tentato di portare all’interno del gruppo è semplice: tutti verso uno scopo, ma ognuno seguendo la propria strada.

Se la meta è comune, possono essere molti i sentieri che portano a quella meta. Il problema è che servono tanto un sempre auspicato salto di paradigma e uno scarto dalla logica egemonica. Non siamo entrati ovviamente in altre campagne non perché si sia in concorrenza, ma proprio per rendere chiaro che lo scopo è uno e solo uno, non altro. Non siamo entrati perché riteniamo che più sguardi vi siano, più occhi, più teste, più voci e più sia difficile decostruire il positivo e più semplice decostruire l’odine del discorso che il discorso sull’azzardo di massa comporta.

E proprio – parlo a titolo personale, ognuno nel gruppo parla a titolo personale: segno che si assume una doppia responsabilità. esponendosi in prima persona e responsabilizzandosi nei confronti di tutti gli altri – questo “ordine del discorso” è ciò che ho visto confermato, anziché scomposto nella logica della Campagna Mettiamoci in Gioco.
Nulla di personale, come invece è stato suggerito anche da eminenti figure che hanno parlato di “linciaggio mediatico”, solo una critica a quello che fin dal nome “Protocollo” a me è parsa un’adesione semantica e logica a un universo valoriale dato per implicito e per nulla in contraddizione con ciò che, in superficie, si intendeva invece contrastare. Non una critica al “dialogo”, tutt’altro: una critica all’assenza pressoché totale di dialogo. Dialogo interno (pensiamo alle associazioni che si sono dissociate non sapendo nulla o quasi della firma sul Protocollo della discordia) e dialogo chiaro, fuori da comunicati stampa e clausole di riservatezza, con la gente e quindi anche con chi al fenomeno crede di dover portare quel tanto di intelligenza decostruttiva che aiuti a dire di no in modo decisivo. Su altri due punti sono (parlo al singolare sempre per la logica di cui dicevo prima) stato sempre chiaro: vanno decostruiti i discorsi sulla patologia, non tanto perché questa non faccia problema, ma proprio perché, messa al centro della scena attraverso dibattiti sulla “ludopatia” declinata in scontri fra statistici, quella luce getti nel cono d’ombra il vero problema e finisca per non problematizzare nulla. È la “normalità”, come sempre, ciò che la devianza definisce. E la normalità va problematizzata: non esiste un gioco d’azzardo non problematico, proprio perché nell’azzardo – sfido don Zappolini alla lettura di Georges Bataille e al dibattito, se gli va – è in gioco quella che potremmo chiamare un’estasi dell’annientamento. Potente, radicale, inserita nel casino-capitalism e nel circo biopolitico che lo riguarda. Parlare di “terapia” dando per scontato di aver compreso di che cosa si sta parlando è il più grosso favore che possiamo fare alle lobbies. Ed è questo che le lobbies si aspettano da noi: un difetto di critica, non un eccesso. Difetto di critica che vedo anche nella riduzione del problema al suo mero aspetto “legale”. Qui siamo dinanzi a fenomeni di extra e ultra legalità. Qualcosa che non è più né legale né illegale. O meglio è legale, ma solo in senso farisaico. Siamo dinanzi a fenomeni off shore, ma in senso etico, in senso pratico, in senso politico. Non solo in senso fiscale. Quindi dando per scontato che gli illeciti vanno in una casella a sé, è proprio sul plesso semantico “gioco lecito” (così si esprime l’art. 110 del TULPS modificato ad hoc nel 2003-2004) per consentire la costruizione di questo castello, che dobbiamo insistere. Negli Usa, alla fine degli anni Ottanta del Secolo Breve (breve ma dalla coda lunga, ahinoi), le lobbies investirono molto sul passaggio da “gambling” a “gaming”. La neutralizzazione valoriale passa dalla perversione e dallo svuotamento delle parole. Il fatto che per 8 mesi don Zappolini e i suoi abbiano discusso sul giro di parole che permettesse loro di nominare un fenomeno senza chiamarlo “azzardo” è indicativo del corto circuito in cui sono caduti. Nelle premesse del protocollo si legge che le parti si impegnano reciprocamente a parlare di “mercato dell’alea”. Inutile dire, come è stato detto, che si trattava “solo di una definizione giuridica”, ossia tecnica che non vincolava a nulla fuori da quell’accordo. Inutile perché, come ha dimostrato il comunicato l’analisi dell’associazione Alea, quel protocollo di fatto ribadiva l’ovvio, ossia ciò che c’è già (pensiamo all’impegno). È proprio in questo tentativo, alquanto tardivo, di limitare il dispiegamento dell’effetto dell’espressione “mercato legale dell’alea” che qualcosa non quadra. Non quadra, lo ripeto, logicamente, filologicamente e tassonomicamente. Le tassonomie (e gli archivi) dicono spesso più per quello che non dicono e non contengono, che per quello che dicono e contengono. E che cosa non è contenuto in quel Protocollo e, parer mio, nella prospettiva focale in cui non da ora, ma fin dall’inizio, Mettiamoci in Gioco e in particolare il suo portavoce don Zappolini si sono messi? Non è contenuto esattamente l’azzardo. In un comunicato successivo al primo giro di critiche, Mettiamoci in Gioco ribadiva “non siamo contro il gioco d’azzardo”: ecco il punto. La chiosa: “non siamo proibizionisti”. Ecco un altro punto. Che cosa c’è dietro questo accordo? C’è quella che potremmo chiamare – con autoironia, beninteso! – una negazione della negazione. La questione, quindi, è seria. Ma non sempre ciò che si nega se ne sta lì in disparte. Quindi il concetto – quel “concetto che sfugge al concetto”, di cui proprio a proposito dell’azzardo parlava Eugen Fink – ritorna. E ritornando porta con sé tutto un carico di rimosso, occultato, nascosto, accantonato. Porta con sé tutto ciò che “doveva” essere tenuto ai margini del discorso. Ecco allora che a implodere è stato proprio il discorso, il preteso discorso su un oggetto paradossalmente negato. Il protocollo si è infranto nel momento stesso in cui è stato comunicato – dopo 8 mesi di trattativa – il 16 ottobre scorso. Come certi composti chimici che, esposti all’aria, si infiammano. È su questo che qui e ora dovremmo ragionare. Non su supposti “ritorni all’unità”. Non c’è nessuna unità, c’è la necessaria, invevitabile, multipolarità degli sguardi e dei “no”. Detto questo, io continuo a ripetere che non è come semplice militante di un’associazione, ma come ancor più semplice cittadino (col carico di retorica e banalizzazione che questo termine oggi comporta: ma è un “bel rischio”, questo sì, essere solo un cittadino) che mi sono sentito in dovere di intervenire. Senza bussare. Tutto qua.”
Marco Dotti
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