Francesco Gullino, l’agente Piccadilly, da Bra a Londra passando per Sofia e Mosca. La passione russa per il veleno nasce a Venezia?

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Le due pagine sono tratte da La storia segreta del KGB, di C.Andrew e O. Gordievskij pubblicata nel 1990. Le parole che seguono sono tratte invece da La Repubblica del 2008; nel pezzo troverete l’avveramento della profezia contenuta nelle ultime righe che avete appena letto: “ci sono certo ufficiali del DS che conoscono la verità sul delitto…”. E infatti:

Il delitto dell’ ombrello bulgaro un documento inchioda il Kgb
Cercate Francesco Gullino, dovunque si trovi. A 30 anni esatti, oggi, dalla morte del dissidente Georgi Markov, ucciso a bordo di un autobus londinese con un colpo di ricina alla gamba, Scotland Yard e la magistratura di Sofia sono pronte a far scattare la caccia al killer italiano del giornalista in forza alla Bbc. Fu infatti Gullino, commerciante di antichità – come recitava il suo passaporto danese, uno dei 6 in suo possesso – ma in realtà agente segreto, ad azionare su quel bus, l’ 8 settembre 1978, la micidiale arma che avrebbe impiegato quattro giorni per avvelenare Markov, passata alla storia con il nome di “ombrello bulgaro”. Il fantomatico Gullino, nato a Bra, in provincia di Cuneo, classe 1946, nome in codice “agente Piccadilly”, è sparito dalla circolazione da 15 anni. In continuo spostamento fra l’ Italia, la Danimarca, la Bulgaria, la Turchia e il Regno Unito, fu interrogato infine nel 1993 dalla polizia britannica e da quella danese, ammettendo la sua attività di spia ma negando ogni coinvolgimento nell’ operazione Markov. «Io, Francesco Gullino, dichiaro volontariamente che porterò a termine con onestà i compiti affidatimi dagli organi dei servizi di sicurezza dello stato di Bulgaria. Tutto ciò che dovrò firmare, lo farò sotto il nome di “Piccadilly”». Così il killer assoldato dai servizi di Sofia siglò, a mano, la sua collaborazione con la famigerata Darzhavna Sigurnost. Oggi però c’ è una novità in più. Gullino infatti, per uccidere Markov, venne addestrato e pagato dai bulgari. Ma a fornire l’ arma del delitto fu il Kgb sovietico. L’ informazione è contenuta in un libro pubblicato ieri a Sofia. Nel volume, intitolato “La doppia vita dell’ agente Piccadilly”, il giornalista investigativo Hristo Hristov, 39 anni, che sta firmando alcune anticipazioni sul quotidiano per cui lavora, Dnevnik, ha riversato, riunendo tutti i dati suo possesso, i documenti desecretati su Gullino, rimasti per anni nelle segrete stanze degli archivi bulgari. Con un lavoro di grande meticolosità, e una battaglia legale durata tre anni per ottenere l’ accesso ai tre faldoni vietati, Hristov ha selezionato infine 97 carte. «I documenti – spiega – mostrano i dettagli dell’ addestramento di Piccadilly, i suoi pagamenti, e i legami strettissimi fra i servizi segreti bulgari e quelli sovietici per l’ omicidio Markov. Il Kgb provvide all’ assistenza tecnica per il veleno e allo strumento sofisticato per inoculare la ricina». L’ ombrello fu acquistato da Gullino, ma la tecnologia per farlo funzionare era sovietica. La collaborazione fra le due agenzie emerge con evidenza nei file sottoposti a Repubblica. Alcuni mesi prima dell’ operazione, due alti dirigenti dei servizi bulgari visitarono la centrale del Kgb a Mosca. In una lettera scritta dal loro massimo dirigente, Vasil Kotsev, essi discussero «specifiche operazioni comuni» da effettuarsi contro «emigrati ostili». Quale appunto era considerato Markov, con i programmi radiofonici trasmessi da Bush House, sede della Bbc. A occuparsi del caso venne chiamato un elemento di «estrema affidabilità», si legge sul file del killer italiano. «Gullino è disciplinato, diligente, diretto – sta scritto nelle note della Darzhavna Sigurnost alla voce “carattere” – dotato di una mente pratica e veloce, è coraggioso, cede facilmente all’ influenza del suo interlocutore, è ambizioso rispetto al denaro». Il suo raggio d’ azione era molteplice. Negli anni in cui i Lupi grigi avevano grande influenza sull’ asse turco-bulgaro, e già progettavano l’ attentato di Ali Agca a Giovanni Paolo II, Gullino era di stanza in Turchia, anche se non c’ è alcuna prova su un suo eventuale intervento. «Viveva a Istanbul – è scritto nelle carte di Sofia – dove aveva una piccola fabbrica di lavorazione del metallo». «E’ stato visto in Turchia nei pressi della frontiera con la Bulgaria, mentre le truppe turche effettuavano manovre congiunte con quelle italiane». «La sua fidanzata viveva in Belgio e aveva studiato ingegneria chimica». Altri dettagli svelano la sua attività in Turchia. «Egli stesso rivelò di avere buoni rapporti con uno dei segretari del dipartimento consolare all’ interno dell’ ambasciata italiana ad Ankara (…). Il giovane italiano (a quell’ epoca Gullino era 24enne, ndr) era dotato di uno spirito d’ osservazione eccezionale, e aveva notato come il funzionario italiano visitasse abbastanza frequentemente l’ ufficio di un anziano dirigente turco sul cui tavolo giacevano documenti segreti». Per i servigi resi fino al 20 aprile 1990, «termine del rapporto dell’ agente con il servizio», Gullino avrebbe ricevuto cospicue somme di danaro, e una medaglia «di merito per la sicurezza della Repubblica popolare di Bulgaria». Nel 1993, stempiato, in pensione e con i servizi occidentali alle calcagna, l’ ex agente Piccadilly lasciava la Danimarca. A Sofia questa settimana l’ inchiesta correva il serio rischio di essere chiusa, con la scadenza dei termini di prescrizione, a 30 anni dai fatti. Ma ieri il direttore dell’ agenzia investigativa nazionale, Boiko Naydenov, ha comunicato la decisione di non archiviare il caso, poiché l’ omicidio è collegato a un altro tentato assassinio, con un’ arma simile, di un altro dissidente bulgaro, Vladimir Kostov, a Parigi, stesso periodo. Scotland Yard ora vuole l’ accesso ai file bulgari, finora negato. Gullino, l’ ultima volta, è stato visto in Ungheria.

MARCO ANSALDO ISTANBUL 11 settembre 2008 sez.

Perché il KGB, oggi FSB, abbia la passione per il veleno non saprei, così non mi spiego perché sia stato risparmiato Gordievskij, così mi affido alla valutazione di Marcella Fierro, capo esaminatore medico presso il Commonwealth della Virginia, e docente presso il Dipartimento di medicina legale della Commonwealth University School of Medicine di Richmond e a Alphonse Poklis, direttore di tossicologia e docente di patologia, chimica, medicina forense, farmacologia e tossicologia presso la Virginia Commonwealth University.

Esiste un profilo personale tipo dell’avvelenatore?
AP: L’avvelenatore cerca di agire con discrezione, al contrario di chi spara, strangola o stupra. Conosco uno psicologo forense che chiama gli avvelenatori “assassini custode”. Spesso si tratta di una vicenda familiare; si svolge nel giro di mesi o nel giro di un anno. Il fautore si prende cura della sua vittima e la guarda morire. Il veleno è l’arma del controllo per certi individui furtivi e privi di coscienza, che non provano pena né rimorso. Fanno paura, sono manipolatori e se non fosse per le prove stenteremmo a credere che si possa fare una cosa simile.

MF: Al vede l’avvelenatore come un controllore. Come uno scaltro psicopatico che saprebbe mentire anche a Cristo in croce e tu gli crederesti. Ne conosco solo due che si dichiararono colpevoli.
E un caso che ti è rimasto impresso?
MF: C’era un tizio all’ospedale dell’Università della Virginia. Veniva continuamente ricoverato per strani disturbi gastrointestinali. I medici si arrovellavano senza riuscire a capire di cosa potesse trattarsi. Quando stava meglio, sua moglie veniva a trovarlo in ospedale e gli portava del budino alla banana. Poi qualcuno decise di fargli i test di tossicità per i metalli pesanti. Ma lui fu dimesso prima che uscissero i risultati: arsenico in quantità spropositate. Ma quando li videro fu già troppo tardi.

Altrettanto interessante l’analisi di Paolo Preto:

La morte a Venezia
Pensandoci bene, in 500 anni non molte cose sono cambiate. Spie, omicidi, contratti segreti, tangenti: tutte cose che fanno parte della normale amministrazione di un paese.
Nell’Italia rinascimentale, “il veleno era la soluzione a questioni politiche delicate”, spiega Paolo Preto, docente di storia moderna presso l’Università di Padova. Quindi non dovrebbe sorprendere il fatto che l’avvelenamento venisse considerato un’arte alla stregua della pittura dell’architettura, o della scultura. […]

Ma la capitale italiana della cospirazione era Venezia, dove gli architetti del male erano i membri del Consiglio dei Dieci, un tribunale speciale creato per scongiurare complotti e crimini contro lo stato. Per compiere l’avvelenamento, il Consiglio contrattava con un assassino, di solito proveniente da un’altra città. Una volta portato a termine l’atto, l’assassino veniva ricompensato tramite un intermediario. Il Consiglio disponeva di fondi immediatamente disponibili per questo tipo di utilizzo e teneva due diversi rendiconti: uno per le spese pubbliche e l’altro per quelle di natura privata.

Le procedure cappa e spada avvelenata del Consiglio venivano registrate ufficialmente (di fronte, in basso) in un volume sottile chiamato Secreto Secretissima. I presenti giuravano due volte sulla Bibbia di mantenere segrete le riunioni; era vietato persino ammettere che queste ci fossero mai state. Oggi il libro mastro si trova sotto un arco crescente negli archivi di stato di Venezia.

Si prenda in considerazione il piano proposto nelle sue pagine da un medico a un generale veneziano in guerra contro i turchi in Dalmazia. Il medico propose di tagliare le ghiandole infette delle vittime di peste bubbonica e farne una pozione velenosa da spalmare sui berretti di lana che sarebbero quindi stati venduti a buon mercato dietro le file nemiche, ai turchi. Presumibilmente, il nemico compratore si sarebbe ammalato di peste e quindi si sarebbe pentito dell’acquisto.

Il complotto fu accolto con entusiasmo dal generale, finché qualcuno non gli fece garbatamente notare che poiché molte truppe veneziane stazionavano dietro il fronte in Dalmazia, anche i suoi soldati correvano il rischio di venire infettati e quindi di perire insieme ai nemici.

[…] Paolo Preto, che ha alle spalle otto anni di ricerche sul lato oscuro di Venezia, adotta un approccio pragmatico: “La storia ruota attorno a cattive azioni”.

I russi sono gente colta, non Putin, e a Venezia erano di casa, come documentano le sepolture nel cimitero nell’isola di San Michele:  Igor’ Stravinskij, Sergej Djagilev, Iosif Brodskij, Aleksandr Volkov-Muromcev, Nikolaj Ivanov, nonché alcuni membri di famiglie nobili, come i Bagration, i Golycin, i Potemkin e i Trubeckie.

Torno su Gordievskij e il suo non avvelenamento, per riflettere sul presunto movente del tentato assassinio dell’ex agente Skripal; se di vendetta si trattasse, perché il KGB non ha regolato i conti con il suo massimo traditore Gordievskij?

L’elenco degli ammazzati o avvelenati con veleni assortiti, dal Polonio alla diossina, da parte del KGB è lungo e incerto, sicché lo rimandiamo ad altri post.

Dionisia

Nota

“Veleno”, film presentato a Venezia, riguarda i rifiuti tossici interrati in Campania; una storia diversa, un orrore peggiore

P.S. Quando Saddam minacciò di bombardare Israele con missili dotati di testate contenti agenti chimici, dalla Germania furono inviati container pieni di maschere antigas per proteggere la popolazione ebraica; “Troppo tardi”, fu il commento.

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