È l’inizio del dopo, ci suggerisce Papa Francesco

Chiunque può arrabbiarsi ma non tutte le rabbie sono uguali. Leo Rugens

Chiarisco perché non amo che mi consiglino di non arrabbiarmi quando appaio “incazzato nero“, quasi il sentimento mi danneggiasse sia nella salute che nella dignità o immagine. Due stereotipi a cui non tengo. Oggi rispondo, una volta per tutte (intendo che non torno sull’argomento) a chiunque mi abbia consigliato di non lasciarmi andare a tale atteggiamento mentale e fisico.

Dico quindi, saccheggiando Aristotele (e quindi salgo di livello per giustificarmi), che chiunque può arrabbiarsi: questo è facile; ma siamo in pochi (questa è mia) capaci di arrabbiarsi con la persona giusta, e nel grado giusto, al momento giusto, e per lo scopo giusto e nel modo giusto. Questo non è possibilità di chiunque e non è oggettivamente facile. E noi, ormai vecchi, in questo ci sentiamo specialisti. Amiamo non solo la nostra ritrovata giovanile e vitale rabbia ma come ancora la si sappia scatenare.

Perché, sentite a me, è arrivato il tempo della rabbia, emozione primaria, come la gioia e il dolore. Guai a fare calcoli, ad indugiare e a non essere tempestivi. Non dobbiamo in nessun modo dominare questo sentimento se, ad esempio, doveste dare soldi alle società di calcio. Vedete che, sia pur rabbioso, sono andato a parare dove volevo e dovevo?

Signor Presidente della Repubblica (e a scendere tutti voi che la Ruota della Fortuna ha piazzato dove vi trovate a cominciare dal Ministro dello Sport, Vincenzo Spadafora), la gente, quanto prima, potrebbe avere “fame” (come autorevolmente ha detto ieri Papa Francesco) ma, aggiungiamo noi nella nostra accertata ininfluenza, non esclusivamente di “cibo”. Quai a voi se commetteste l’errore di soccorrere prima i divi del football (e i loro presidenti spesso criminali) che gli angeli della Sanità o le Forze dell’Ordine (Forze Armate comprese) fra poco stremate dal dover, mal comandate ed equipaggiate, fronteggiare il nemico invisibile. La rabbia, da sentimento “riprovevole”, potrebbe divenire il giusto carburante, la sana spinta ad agire verso il raggiungimento del sacrosanto obiettivo dell’equità. E non potremmo mai classificare questo divenire delle cose agitazione sovversiva, terrorismo, insorgenza ma guerra civile (poco in-civile) nei suoi fini rivoluzionari. Come vi avrebbe spiegato Gianpaolo Pansa se non se ne fosse andato alla vigilia del “Grande Cambiamento” a cui stiamo per assistere.     

Oreste Grani/Leo Rugens

P.S.

Avete preso i voti nel profondo Sud. Ora siete protetti, a centinaia, dal ruolo (siete parlamentari) e garantiti grazie ai soldi della Repubblica (non della Casaleggio) e cioè della vostra gente. Ora disperata e fra poco rabbiosa. Potreste commettere l’errore di arroccarvi nel privilegio. Se fossi in voi, eviterei di perdere definitivamente la memoria e le radici. Finito il compito (ben assolto) di pompieri e di imbrigliatori-mistificatori (onestà-onestà/Rodotà-Rodotà) potreste scoprire cosa si intende per insorgenza, stadio che precede la guerra civile. A vostre spese.