Dio li fa e poi li accoppia: dopo che vi siete presi Valerio Morucci, potreste accogliere Cesare Battisti

Quello che mi comincia a divenire insopportabile è pensare che chiunque, mascalzone egiziano o nostrano che sia, sulla vicenda drammatica di Giulio Regeni, abbia diritto a dire ciò che vuole. Sono alcuni giorni che sull’argomento taccio. Mi hanno educato a fare così: nel momento in cui ci si avvicinava all’incontro ufficiale delle delegazioni, ho pazientemente atteso che chi di dovere facesse il proprio dovere. Non è accaduto nulla se non il prevedibile non accadere nulla. Anzi, è accaduto quello che ogni persona avveduta avrebbe pre-visto: una scaltra presa di tempo da parte delle autorità egiziane. Gli egiziani non temono le conseguenze di questa vicenda. Hanno fatto scientemente quello che hanno fatto per colpire la scelta di chi riteneva di utilizzare le attività intellettuali di Giulio Regeni.  Ma non avete notato le composizioni asimmetriche delle delegazioni dove nella nostra non c’erano esponenti dell’AISE mentre in quella egiziana c’erano i “servizi”? AISE assente mentre, viceversa, era stata presente, al Cairo, nella persona del suo direttore, Alberto Manente, nelle ore (3/4 febbraio) del ritrovamento del cadavere del nostro compatriota oscenamente torturato. Si è detto che il signor direttore del nostro servizio era in Egitto per una visita programmata da tempo.

Alberto Manente

Ma la vogliamo smettere di sfottere, anche questa volta, il popolo italiano che da decenni è tenuto all’oscuro di ogni vicenda che riguardi aspetti della vita collettiva che dovrebbero essere vigilati e protetti da strutture che vengono strapagate per “guardare le spalle” della Repubblica e dei suoi cittadini? Ma veramente pensate che gentarella che non ha rischiato negli ultimi decenni una sola schioppettata, pugnalata, schiacciamento ad uno stop, rapimento con tortura, calcio in culo, schiaffo a mano aperta, sputo in faccia in missione all’estero e che, viceversa, ha passato il tempo cazzeggiando tra un bar romano e l’altro, possa concorrere in qualche modo a ristabilire la verità sulla dinamica dell’atroce episodio? Ma perché gente che nei decenni di carriera ha solo “firmato” appunti, rapporti, informative piene di storielline inventate di sana pianta rifilateci da degli scaltri competitori di cui invece pensavamo di servirci da consumate ed esperte barbe-finte quali i nostri si sentivano essere? Ma veramente pensate che i mangiatori di “cannoli” alla siciliana di Dagnino fossero credibili quando, nelle ore successive la scoperta della morte di Giulio Regeni, si premuravano di avvertire i troppi Andrea Purgatori (il tempo passa per tutti e in molti cambiano!) che avrebbero dovuto dire in giro che sapevano per certo che Giulio Regeni non era dei nostri?  Questa è l’unica cosa vera fatta circolare intorno alla vicenda drammatica: Regeni non aveva nulla a che fare con quelli che nulla fanno durante il mandato nei servizi segreti se non, in presunto segreto, guardare le spalle a chi, del e nel servizio, vede esclusivamente l’opportunità di fare soldi protetto, a sua volta, dal grado, dal ruolo, dalla funzione, dall’anonimato e dalla “partitocrazia” che li ha piazzati lì a servire esclusivamente se stressa piuttosto che gli interessi superiori della Nazione.

Calipari-Nicola-1

I servizi segreti di cui non faceva parte Giulio Regeni sono esclusivamente quella struttura di potere caratterizzata, tranne qualche pallida eccezione, da sprechi senza fondo e millanterie favorite da quella mascalzonata del “segreto di stato”, trucco senza il quale si saprebbe che, in servizio, mai un solo giorno qualcuno ha rischiato qualcosa per la Patria se non un carico di botte da parte di qualche marito incazzato perché qualcuno, ammantandosi dell’effetto misterioso dell’appartenenza a quel mondo riservatissimo, gli si fotteva la moglie o faceva soffiare il “business” a qualche imprenditore abile e onesto  non pronto a pagare “pizzo” ai parassiti della sicurezza che non sanno rendere sicuro nulla se non i loro conti in banca e le loro pensioni ultra d’argento, d’oro, di platino. Prendete gli ultimi dieci (se bastano) direttori dei servizi e, tolto il paravento-paraculo del Segreto di Stato, trovatemi una sola operazione che abbia portato vantaggio all’Italia. Come faccio a saperlo con tanta certezza? Semplice: è un “segreto di Stato”. Fuori di scherzo e metafora, questa verità lapidaria è deducibile da come le cose sono sistematicamente andate a svantaggio della Repubblica e dei suoi cittadini. Dentro e fuori i confini. Se si esclude Nicola Calipari e la sua spietata esecuzione ci dite qualcosa di dignitoso accaduto, intorno ai nostri servizi, negli ultimi venti anni? Ci dite che cosa hanno fatto per fare carriera nel Servizio le persone che hanno fatto precipitare il Paese, senza proteggerlo con un solo rigo di avvertimento, negli ultimi sconvolgimenti mediterranei? Cacciate le carte e difendete il vostro onore offeso da questa affermazione. Sono tranquillo perché non esistono quelle carte perché, quando maturavano gli sconvolgimenti nord africani (la fine di Ben Ali di cui eravate complici, la fine di Gheddafi di cui eravate complici, la fine di Mubarak di cui eravate complici), avevate altri cazzi per la testa e le mani impegnate a contare indennità di rischio e di cravatta maturate con il passare di giornate tutte dedicate a far passare le giornate. “Ma fateci il piacere”, direbbe un redivivo Totò! Aggiungendovi, un sonoro pernacchio.

Giuseppe Esposito

Volete dire che quanto diceva di voi Giuseppe Esposito (che non è un nome di copertura!) in una lunga intervista concessa nel mese di settembre de 2010 a “Infosicurezza”, una delle newsletter del settore, il senatore (uno dei tanti Esposito che fanno i parlamentari in Italia a vostre spese) sottolineava che, a tre anni dalla riforma (l’ennesima varata nel 2007), “i nostri servizi segreti sono operativi al 90 per cento. Per spirito di corpo e affiatamento, siamo invece al 50 per cento”, corrispondesse al vero? Ma in cosa sia consistito il frutto di quel 90%, in chiave operativa, e di quel risicato 50%, in quanto affiatamento ancora oggi nessuno lo sa. Ne lo potrà mai sapere perché non esisteva nessun 90 ne, tantomeno, un qualche 50. Entrambe le cifre tendevano a zero. E negli anni successivi si è andati sempre peggio. Oppure, in questo momento in cui ancora una volta vi stanno sputando in faccia, cacciate le carte (e i coglioni), sottraendovi a questa ennesima figura di merda. Trovate chi ha ucciso Giulio Regeni o rimettete le cose a posto agendo come fecero quelli che vi diedero una lezione abbattendo l’Argo 16.  La verità che se uno il coraggio non ce lo ha, non se lo può certo dare.

Da un branco di vigliacchi ad un altro.

A proposito di coraggio, vedo, in queste stesse ore, nella rete, diffondersi, come i cavoli a merenda, racconti (autobiografici?) relativi a non si sa quale eroiche, intelligenti (e in quanto tali pericolose?), attività svolte al servizio degli interessi del Paese, nelle lontane e accoglienti terre carioche. E nel raccontarci quando accadde in terra brasiliana si aggiunge la notizia, certa e scontata, che Marco Tronchetti Provera fosse (sia) un bugiardo patentato. In questo blog, lo sosteniamo dal primo giorno di narrazione. Che Tronchetti Provera fosse/sia un bugiardo affarista non comporta in automatico che “gli altri” fossero “Giovanna d’Arco”. Anzi!

È la prima volta che mi chiedo, terra terra, cosa ci sia sotto a tanta enfasi narrativa e ai maldestri tentativi di valorizzare attività di ex (ex e basta!) appartenenti all’Arma dei Carabinieri. Non è la prima volta, infatti, che vedo serpeggiare nella rete, anche in autorevoli blog, suggestive difese – a spada tratta – dedicate indifferentemente a sottufficiali, oggi in difficoltà, anche economiche ma certamente all’epoca dei fatti che si ha la presunzione di voler chiarire, imballati di stipendi e “fuori busta” da far invidia anche ad un direttore di un servizio segreto italiano (quelli della CIA e del Mossad guadagnano molto meno!) e di generali distratti e dimentichi di quasi tutti i loro doveri, una volta giurata fedeltà alla costituzione repubblicana ma attenti al soldo nonostante le super pensioni percepite avendo maturato, nelle loro rifulgenti carriere  (ma che cazzo hanno, in realtà, mai fatto?), indennità di rischio di cui usufruire fino all’ultimo giorno della propria vita. Ma rischio de’ che?

Sento parlare di caccia alle Brigate Rosse e fanfaronate similari. Ma le BR, fino a quando qualcuno non le ha spente (rapimento e liberazione del generale americano Dozier), hanno fatto quello che hanno voluto. E i suoi membri combattenti erano degli stracciaculi come potrà confermarvi il vostro nuovo amico e collaboratore nella G Risk, la società amministrata fino al novembre del 2014 dal ex direttore del SISDE, generale Mario Mori, e oggi di proprietà dell’ex dirigente di uno dei tanti servizi segreti che anche in Italia non si negano a nessuno, Giuseppe De Donno, Valerio Morucci, assassino, tra gli altri, del maresciallo dei carabinieri Oreste Leonardi.

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In parole povere come ieri si leggeva in un umanissimo articolo dedicato alla scomparsa di Emiliano Liuzzi, i gatti e il topo, fatta la pace, ora danno la caccia insieme agli uccellini (metaforicamente parlando) in una società di “Security and Intelligence Service”. A fine corsa (a livella è in arrivo per tutti) troviamo quindi Mori, De Donno (imputati ancora oggi a Palermo al processo Trattativa Stato-Mafia) e Morucci dalla stessa parte. Quella stessa parte che era chiara, sin dal 1978, a chi aveva occhi per estrarre dalla realtà ciò che c’era ma non si vedeva e cioè la parte di Antonio Cornacchia, ufficiale dei CC, tessera P2 n° 871 Roma, catturatore e rilasciatore di Valerio Morucci, da quel momento, nella sua veste di personaggio capace di vivere, manovrato, dentro e fuori, i luoghi dove si risolse il duello Moro-Andreotti. A sfavore di Moro e della sovranità nazionale.

ANTONIO CORNACCHIA

Ma la volete smettere di raccontare cazzate spacciando per pericoli corsi e operazioni di intelligence lo schiacciamento di calli che, spinti esclusivamente da carrierismo, arrivavate a fare o a subire pur di mettervi in mostra? La prova che non rischiavate nulla è che oggi considerate normale passare le vostre giornate con gli assassini dei vostri colleghi di un tempo, colpevoli solo di aver dovuto (sia pure inadeguatamente per mancanza di addestramento) fare scudo ad Aldo Moro. Loro sfortunati perché scortavano lui, persona per bene e non il criminale mafioso Giulio Andreotti. Voglio dire che spacciate qualcuno per un servitore dello Stato raccontando che ha dato la caccia agli assassini di Moro quando, voi e lui, in quelle ore drammatiche, eravate oggettivamente tifosi di Giulio Andreotti, cioè l’uomo che tifava – come nessun altro – perché Moro venisse ucciso. Eravate, oggettivamente, dalla parte dei piduisti pseudo-massoni (alcuni di voi erano frequentatori del GOI a cui formalmente Gelli era affiliato) che tramavano quotidianamente perché il vostro e il loro referente, a Palazzo Baracchini (Andreotti) vedesse il non tornare a casa del rivale politico Moro. Smettetela di rimuovere, nei vostri racconti, il particolare che operavate, sia negli incarichi istituzionali che nel mondo degli affari, sotto la copertura e l’ombra strategica di Giulio Andreotti, uniti, sostanzialmente, oltre che dagli affari, dall’odio per Aldo Moro. Siete semplicemente una banda di sopravvissuti ai tempi in cui i favori, l’effetto alone, la rete di potere del sor Giulio (per un periodo anche rafforzato dalla massiccia figura di Vittorio Sbardella, altrettanto vostro amico), vi consentiva di spacciarvi per attendibili ufficiali di polizia giudiziaria, imprenditori di successo, informatissimi uomini d’ambiente. Tanto è vero che, finito lui, siete finiti voi. Eravate (e siete) solo scaltri personaggetti che sapevano, al momento opportuno, fare i froci col culo degli altri. Altrimenti mai, fino all’ultimo respiro, avreste accettato tra le vostre fila, pagandogli uno stipendio, Valerio Morucci, arrogante assassino dei vostri colleghi di un tempo. Loro eroici e voi vigliacchi indegni delle stellette che, troppo facilmente, vi erano state appuntate.

Sciacquatevi la bocca prima di parlare del contrasto alle BR e, soprattutto, smettetela di digitare, in modo insultante, qualunque considerazione sulla fine di Giulio Regeni. Che noi consideriamo, da compatrioti, uno dei nostri, a prescindere che lo fosse o meno formalmente. A voi lasciamo il cazzeggio esterofilo e il piacere, a fine vita, di considerare uno dei vostri Valerio Morucci a cui noi, viceversa riservammo in gioventù la nostra capacità investigativa e il nostro odio mirato. A noi Giulio Regeni, certamente al servizio di una capacità italiana di intellegere le complessità mediterranee e a voi Valerio Morucci, certamente assassino di Oreste Leonardi (carabiniere) e di Aldo Moro, statista che ancora oggi sarebbe prezioso nella tempesta in cui il vostro agire, doppio, antitaliano, cinico e pragmatico ci ha scientemente lasciato.

Oreste Grani/Leo Rugens

 

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P.S.

A proposito di Brasile, già che ci siete, potreste arruolare tra le vostre fila di reduci (o di non si sa cosa), anche il “brasiliano” Cesare Battisti.

Così facendo potreste dare corpo al detto popolare: “Dio li fa e poi li accoppia”.

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