Noi abbiamo scritto ciò che abbiamo scritto e ci prepariamo a ribadirlo in tribunale

Haftar-MAE-Aise

Non tutti, ovviamente, potete aver letto tutto di Leo Rugens. Gli oltre 5.000 post sappiamo solo noi quanto ci sono costati e gli anni che si sono voluti per elaborarli. Tenete conto però che tutte le migliaia di pezzi rispondono ad una sola visione, centralizzata, a sua volta frutto di anni di lavoro e di processi formativi dedicati. Certamente in pochi avete letto l’articolo che oggi ripropongo e che avevamo postato l’11 gennaio 2016. Come a tutti gli altri figli (questo è in realtà ogni singolo post) affidiamo un po’ di noi stessi e delle preoccupazioni che ci appesantiscono. Capirete certamente che in vista dello scontro legale con Alberto Manenti, ex direttore del AISE, prima, per decenni, piazzato a Forte Braschi quando di SISMI si trattava, stiamo andando a cercare nelle pieghe del nostro racconto (questo è Leo Rugens) argomenti da portare a sostegno della nostra tesi. Tesi che il generale Manenti ha sentito denigratoria e diffamatoria. Per lui. Con santa pazienza stiamo preparando, vecchi e tardi come siamo, la nostra difesa e l’auspicabile ulteriore attacco a chi ha, a nostro insindacabile giudizio (se dovremo essere condannati per questo amore per la libertà di pensiero, siamo pronti), recato danno e offesa alla Patria. Che è la nostra e che si chiama Italia. La nostra.

Oreste Grani/Leo Rugens




FORSE È ORA DI PROCEDERE CON MAGGIORE RISOLUTEZZA PER QUANTO RIGUARDA L’INTELLIGENCE CULTURALE PARTECIPATA E DIFFUSA

ISI

In data certa (21/11/2012) vi ho raccontato un aneddoto che non fa certo onore ai vertici di quel mondo politico-affaristico-militare che si attribuisce, da troppi anni, la competenza di fare bello e cattivo tempo relativamente al campo specifico della Sicurezza nazionale. Vi avevo raccontato che nel momento in cui si doveva scegliere il nome (l’ennesimo!) della forma organizzativa, in continua mutazione, dei nostri servizi segreti, qualcuno propose la sigla ISI, dicitura che per qualche giorno circolò sotto forme di “veline” (non le ballerine dalle belle fattezze che sarebbe stato anche lecito che alcune cose non le sapessero) e di comunicati stampa. Per altri giorni si ipotizzò di chiamarli Sie e Sin al posto di Sismi e Sisde come dimostra il ritaglio stampa dell’autorevole Il Sole 24 Ore che vi riproduco uscito puntualmente dal mio archivietto cartaceo. Alla fine non si chiamarono né ISI, né ISE, né Sie o Sin. Ci si fermò in tempo perché Luciano Violante, unico della Commissione preposta, ebbe il ricordo che “ISI”, nel mondo dell’Intelligence, già esisteva, trattandosi del acronimo di uno dei più agguerriti ed “armati” servizi segreti del Pianeta: quello Pakistano. Superata l’orrenda gaffe che ci preparavamo a fare (vi immaginate quando si fosse ufficializzata una svista di questo genere, la lettera della “vera e legittima ISI” che ci intima di cambiare il nome per evitare di essere confusa con i nostri dilettanti?) ci chiamammo AISI e AISE che, per fortuna, indicano solo i nostri. Per alcuni giorni, come detto e documentato, furono scelti SIE e SIN ma l’allora Direttore del Sisde, Franco Gabrielli (forse l’unico a conoscere l’inglese al Parlamento) fece notare SIN significare “peccato”. Altra presa per il culo schivata in zona Cesarini. Alla fine i servizi “riformati” ebbero anche un nome: AISI E AISE. Ma, state sereni che, come al solito, ho sparato delle cazzatone, tanto per insinuare che ci siano degli sprovveduti, ignoranti di tutto, che si aggirano nelle nostre amministrazioni e che i politici preposti a prendere decisioni nel merito, ben assisi nella Commissione parlamentare affari Costituzionali, quando il 23 gennaio del 2007 si affrettarono ad approvare i primi due articoli della legge di riforma dei “servizi segreti”, sapevano il fatto loro e capivano tutto di quello che stavano decidendo. Oppure, è vero esattamente il contrario.

pakistan

E i politici di quei tempi erano meno peggio di quelli attuali. Comunque, se il signor Prefetto Franco Gabrielli non avesse nulla da fare (il che non credo!) e volesse smentirmi in queste mie affermazioni (fu proprio lui, come ho detto, che ci salvò dalla figura di merda) siamo pronti a beccarci la solita smentita con l’obbligo di rimozione della notizia. Tengo a precisare ancora una volta che la classe dirigente politica italiana non segue niente o quasi niente degli avvenimenti internazionali e che questa è la vera minaccia incombente sul Paese e che è questa pochezza e questo provincialismo che consentono ai competitori di fare dei nostri disinformati ingenuotti un solo boccone.  Sottolineo questa questione dell’ISI perché chi a quella data non lo aveva mai sentito nominare in realtà sapeva poco o niente del Mondo intero perché come oggi (anzi, da anni) vi segnaliamo quegli analisti (pochi) che sostengono che il Kazakhstan è uno dei paesi più importanti del mondo, il Pakistan lo è sicuramente, da decenni, e se non conoscete/capite le dinamiche che si sono mosse dopo la Seconda guerra mondiale (il 1947 è l’anno della divisione dall’India e la nascita del Pakistan) da quelle parti, oggi rimane molto difficile dire Afghanistan, sì o no; Arabia Saudita, sì o no; Iran, sì o no; fino alla Corea del Nord, perché i rizomi nucleari e quindi il vero Grande Gioco, si sono sempre dipanati proprio a partire dal Pakistan verso ovunque si muovessero interessi geopolitici determinanti per la destabilizzazione del mondo “occidentale” e lo sviluppo permanente delle condizioni favorevoli alla crescita di quel fronte che, nel segreto, desidera, prega ed opera perché Dio – un giorno – distrugga l’America. E con essa, tutti i suoi alleati. Nell’ISI pakistano alcuni la pensano così. Nell’ISI “segreto”, interno all’ISI, tutti. E questa dell’odio “religioso” intrecciato con le tecnologie che consentono di produrre armi di distruzione di massa, è una questione cazzutissima che ha messo in moto  e allevato la quasi totalità dei fenomeni terroristico-insorgenti che spaventano, a morte, il mondo a cui appartenete. Per non parlare del traffico commerciale di armi tradizionali, degli stupefacenti e di denaro.

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Il Pakistan sì che è uno stato canaglia nel senso che avendo sin dalla sua nascita una politica estera estremamente ambiziosa (evolvendola con mille cambiamenti e mutando atteggiamento grazie all’uso delle maschere in cui è maestro), si è relazionato in modo estremamente spregiudicato con tutte le richiese (soprattuto americane) che nei decenni gli sono state rivolte. Richieste basate su debolezze che emergevano una volta per cercare di battere i sovietici in Afghanistan, una volta per assassinare il tale o il talaltro, dare rifugio o meno a quel leader terrorista. Chi si è rivolto al Pakistan in questi decenni, era spesso confuso mentre chi riceveva le “richieste” sapeva esattamente cosa fare: farsi i cazzi propri e quelli dei suoi alleati nella guerra mondiale in essere. E gli alleati si chiamano oggi (domani chissà) Arabia Saudita (con annessi e connessi), Corea del Nord, il futuro Afghanistan e, memore degli anni roventi della guerra Cino-Indiana, anche Pechino. Ripeto, in Pakistan, il cuore di tutto sono sempre state le Forze armate e i servizi segreti, cioè l’ISI di cui nessuno dei parlamentari, come vi ho detto, nella Commissione affari costituzionali del 2007, aveva sentore di una qualunque esistenza. Non sono aneddoti ma drammatiche realtà. Pensate che oggi quando cincischiano della centralità delle riforme per provare a vincere i loro referendum e potersi far regalare così il 5° Rolex, ne sappiano di più?

Non è un fatto marginale non sapere che a chiamare i nostri Servizi Segreti “ISI” avremmo fatto ridere il mondo.

Eppure, quelle teste di cazzo, ancora prendono stipendi, vitalizzi o, le loro innocenti vedove, pensioni di reversibilità. Nel caso, provvidenziale che il Padre Eterno, Lui vigile, qualcuno lo abbia fatto morire.

Oggi vi ho parlato, per amor di Patria, solo del primo dei due nomi (ISI) che erano stati scelti. Il secondo, ISE, non ho voglia di dirvi a quale marginale ininfluente Paese apparteneva e appartiene. Anzi, c’ho ripensato e, non avendo voglia di fargliela passare liscia, ve lo dico: all’Iran! Quel Iran di cui oggi sentite parlare, con capitale Teheran. Non quello che aspettiamo, con una segnalazione/appunto riservatissimo dei nostri agenti segretissimi, di scoprire su Plutone. Quando diciamo agli amici cittadini che si sono fatti Stato e che hanno dato vita all’Intelligence Collettiva di stare attenti a con chi si accompagnano e a chi si affidano come formatori/consulenti di direzione, è perché l’ambiente di chi dovrebbe sapere e guardare le spalle alla Repubblica è inflazionato di “cazzari”, di “provocatori” (attenti, ad esempio, alla non casualità della macchina del fango entrata in azione in queste ore in Campania) e di (diciamolo) “agenti stranieri”. Cioè gente che solo anni dopo potreste scoprire per chi lavorava. Coraggiosa la scelta di dare vita a “Intelligence diffusa e condivisa” ma certamente irta di pericoli. Per il M5S e quindi, per il Paese. Perché, con il bene che gli vogliamo ai nostri parlamentari organizzati nel M5S, se il Paese non era di Bettino Craxi, di Giulio Andreotti, di Silvio Berlusconi non lo è neanche, e maggior ragione, di nessun eletto, a tempo determinato, grazie al Movimento ideato e realizzato da Grillo e da Casaleggio. E col voto consapevole di 9 milioni di “azionisti” (tra i quali mi annovero), con gli annessi e i connessi. Compreso quello di capire se uno capisce o non capisce o se non vuole capire ed, eventualmente, perché. Mica solo a Giuseppe Grillo da Genova doveva essere concesso  – meritoriamente – di chiedere spiegazioni ai vertici della SIP (poi Telecom), Parmalat o MPS, pur detenendo, in realtà, di quelle consorterie affaristiche, una sola, singola “azione”? Il voto, il sostegno culturale nella rete, la difesa dei valori costituzionali condivisi e chi può con denaro è parte del dovere/compito di noi tutti e a voi, che siete stati eletti, il dovere/compito di ascoltare soprattutto in questa materia (l’Intelligence culturale e diffusa) che non può essere considerata, da nessuno, “cosa propria”. La necessaria e ancora non definita  Strategia di Sicurezza nazionale è questione troppo delicata perché venga, ancor una volta, nonostante la vostra presenza quali sentinelle della legalità, delegata a quattro presunti specialisti della materia. Che gattopardescamente potrebbero risultare essere gli stessi che consentivano alla Sip/Telecom, alla Parmalat, al MPS di essere ciò che erano, in un mutuo scambievole gioco di coperture e di guadagni illeciti. I “servizi” non solo hanno sempre saputo cosa succedeva nei fenomeni di cannibalizzazione del Paese ma ne traevano vantaggio da questo sapere e non difendere gli interessi repubblicani. Soprattutto quando le aziende avevano valenza strategica e infrastrutturale. Come intelligentemente capì Giuseppe Grillo che, a rischio anche personale, si fece  carico di denudare il “Re”, lui primo e ad oggi unico “the royal fool” di questo nostro Paese di servi. Dico questo perché guai a dimenticare chi sia stato Grillo (oggi forse legittimamente stanco ma spero non domo) e la funzione strategica che il suo dire e fare ha rappresentato per il Paese.

Grillo parlava dei “servizi”, della loro funzione manipolativa ed affaristica e degli intrecci illeciti con le varie e mai risolte “P2-3-4-5 massoniche, quando alcuni di voi non potevano ancora uscire di casa da soli.

Dico questo e ve lo affido, con affetto e rispetto per il grande lavoro che state svolgendo, alla amica e testimone rete, certo di non sbagliarmi nel mettervi sull’avviso: inoltrarsi nella materia è più pericoloso di come si possa anche lontanamente pensare. Fatevelo dire da uno che, pur prudente, ci ha rimesso le penne e non solo quelle.

Oreste Grani/Leo Rugens

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I SERVIZI SEGRETI TRA L’UCCELLO DI FUKSAS E LE TRAME DELL’ISI (INTER SERVICE INTELLIGENCE)

Si legge nel mensile “Formiche” del gennaio 2010, periodico che ciclicamente si interessa di intelligence e di sicurezza, l’intervista che pubblico di seguito:

007 in Italia veste Fuksas

Conversazione con Massimiliano Fuksas di Anna Mazzone

La creatura di Fuksas è e non è. Non ha razza, non è riconoscibile. È come se si stesse ancora formando. L’autore del logo del Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica tiene a precisare che non si tratta di una colomba della pace. Semmai è riconducibile ad una figura mitologica. Nella sua grazia e leggerezza tende verso l’alto, come se stesse spiccando il volo. Il segno unico, fluido e ininterrotto, richiama la rapidità con cui le informazioni convergono da più organismi a quello centrale

Un gioco di trasparenze, un caleidoscopio invisibile che mostra la realtà e permette di leggerla nella sua interezza e, anche, nella sua complessità. Si fonda su questo principio la filosofia applicata all’architettura di Massimiliano Fuksas, uno dei nomi del “made in Italy” più conosciuto e amato in tutto il mondo, dal continente asiatico all’Australia. Poco prima della partenza per Pechino dove ha due grandi progetti in cantiere, Massimiliano Fuksas ci ospita nel suo studio nel cuore di Roma, dove lavorano giovani architetti da tutto il mondo e dove lui crea le sue “visioni”, dandogli una forma. Quando anni fa, nel 2000, assieme alla moglie Doriana curò la sezione ammiraglia dell’architettura alla Biennale di Venezia, scelse per promuovere la famosa esposizione dedicata all’arte contemporanea, una frase che letta oggi ha il sapore di una divinazione: “Less Aesthetics more ethics”. Più etica e meno estetica, insomma. Tornare alla radice delle cose importanti, dei valori, sui quali si fonda ogni democrazia.

Non è un caso che l’architetto della Nuvola (il nuovo centro congressi che si va facendo giorno dopo giorno nel quartiere dell’Eur di Roma) sia stato scelto per tratteggiare il nuovo logo dei Servizi segreti italiani. Un’immagine che dovrà rappresentarli, sia in Italia che all’estero. E Fuksas l’ha fatto, su richiesta di Gianni De Gennaro e con l’imprimatur di Gianni Letta e Silvio Berlusconi. “La richiesta mi è arrivata da Gianni De Gennaro, con il parere favorevole di Gianni Letta – dice a Formiche l’Architetto. Avevo presentato due diverse idee. In una c’erano dei fogli che volavano nell’aria e in un’altra una sorta di uccello. Ed è stato scelto quest’ultimo”.

A guardare il nuovo logo della sicurezza nazionale si resta incantati. Grazia, leggerezza, tensione verso l’alto. Ma l’uccello di Fuksas è e non è. Non ha una razza, non è riconoscibile. È come se si stesse ancora formando. “Vorrei però sottolineare – continua Fuksas – che non si tratta di una colomba della pace, assolutamente no, perché non mi interessa. È semmai una figura mitologica. Sembra un animale che non si sa da dove arrivi e che si sta formando, che vola, che si sposta rapidamente. E poi i colori arancio e blu, che sono colori forti, apparentemente contrastanti, eppure giocano bene insieme”. Insomma, Architetto, è soddisfatto di questa scelta? “Sì, certo, sono molto contento, mi sembra una cosa eccezionale. Anche l’idea dei fogli non era male, però. I servizi che perdono i loro fogli che volano nel cielo. È un’immagine divertente. Ma è stata preferita quell’altra idea e ne sono felice”. Possiamo dire che con questa scelta i servizi italiani diventano (paradossalmente) più trasparenti, e quindi “democratici”? “Sì, se pensa che per disegnare il loro logo hanno chiamato me, con la mia storia e il mio mondo che è lontano anni luce dal loro contesto! Ma, come le dicevo, sono stato molto felice di questa richiesta, perché è nata da un rapporto di profonda amicizia con De Gennaro”. Siete molto legati? “Nutro una grande stima per lui e l’ho sempre sostenuto, anche quando è stato sotto accusa, per cose nefaste. Ma lui non è proprio quel genere di personaggio che compie quel genere di atti orribili. È una persona modesta, un umile servitore dello Stato”. Dicendo questo, l’Architetto Fuksas si sofferma, come per riflettere e poi continua. “Già, un umile servitore dello Stato – ci ripete – in lui si avverte fortemente questa caratteristica. Esistono queste persone. Ci sono. Pensi, ad esempio, al presidente Napolitano. Esistono persone perbene, persone che si sono anche fatte ammazzare per l’Italia. Molti erano dei magistrati. Quindi, prima di etichettarli tutti come sovversivi o eversivi, bisognerebbe restare in silenzio e portare rispetto a tutti quei morti. Morti che per questo Paese hanno dato il loro sangue”. Ecco, Ar- chitetto, il nostro Paese come lo vede? L’informazione – visto che stiamo parlando di servizi – è libera e democratica? “L’informazione ce l’avremmo pure – risponde Fuksas – solo che i giornali parlano unicamente delle cose italiane. Mi creda, non esiste nessun Paese al mondo in cui avvenga questo. Gli altri giornali parlano del mondo. Noi, invece, abbiamo 10-12 pagine di giornale ogni giorno dedicate alla politica interna. Una politica non attiva, ma passiva, una politica che insomma non dà speranza d’altro. Mentre, dall’altra parte, gli altri giornali internazionali parlano del ‘mondo’. Qui in Italia l’informazione è differente da tutta l’informazione del pianeta. E per questo accadono vere e proprie mostruosità. Video che vengono venduti, incursioni nell’intimità delle persone. Questa non è informazione, è uno scandalo. Succede solo da noi. A Berlino o negli Stati Uniti tutto ciò non accade. E, purtroppo, oggi in Italia tutto questo ti dà un senso di impotenza nei riguardi del resto del mondo”.

Come crede si sia arrivati a questo punto nell’informazione italiana? “Siamo arrivati a questo punto perché non esiste più la figura dell’editore puro. Esiste una spartizione dei media. Un tempo il Corriere della Sera era degli Agnelli, Repubblica e L’Espresso di De Benedetti, Il Giornale è di Berlusconi. Insomma, sono tutte persone che fanno altre cose nella vita, si occupano di economia come imprenditori o fanno politica. Non esistono più editori puri. Stanno scomparendo e questo è un fenomeno che tocca tutti i Paesi occidentali. Basti pensare alla profonda crisi che vivono Liberation e Le Figaro in Francia, gli ultimi giornali che avevano un editore puro. Per cui, in Italia è sempre più difficile fare giornalismo e televisione. Perché tutto è basato sul conflitto di interessi. In Germania, ad esempio, il sistema editoriale funziona ancora. Hanno il Suddeutsche Zeitung (di centrosinistra) e il Frankfurter Allgemeine (di centrodestra). Se si prova a leggere anche solo la loro parte culturale, ci si rende immediatamente conto che sono di peso e qualità. Mentre in Francia si sente che anche la corazzata Le monde fa fatica e, infatti, sta andando male”. Eppure in molti sostengono che i giornali non servono più. Che internet fornisce gratuitamente accesso a tutte le informazioni di cui abbiamo bisogno… “I giornali servono eccome! – ci risponde l’Architetto. Internet è sicuramente un ottimo strumento, ma ci sono anche notizie false, non vere, errori spaventosi. In tutti i campi, dalla storia alla geografia, la politica, le scienze. Nel giornalismo invece il margine di errore è più contenuto rispetto alla rete. La notizia è ‘pesata’, ponderata e poi pubblicata. Si confrontano le fonti per evitare il pù possibile di dire il falso. Su internet questo non succede. È, però, anche vero – e lo dico con tristezza – che nel mondo il giornalismo d’inchiesta non esiste più”.

Non per tornare a parlare del particolare “italiano”, ma Milena Gabanelli con il suo Report fa esclusivamente giornalismo di inchiesta… “Sì, è vero, ma è anche vero che la Gabanelli ormai ha quel ruolo e non ne esce”. Quale ruolo? “Quello di cercare il ‘male’ ovunque e di portarlo in superficie, a conoscenza di tutti. Va bene che l’Italia è piena di cose indegne, ma non possiamo pensare che ci siano solo cose indegne in questo Paese. Altrimenti sarebbe inutile continuare a sperare”. Sperare cosa, Architetto? “Sperare e agire per rendere le cose migliori. Nonostante tutto, dobbiamo e possiamo ancora farlo”. Appunto, “Less aesthetics, more ethics”.

Prima di questa scelta grafico-concettuale, risolta brillantemente dalla famiglia Fuksas-Mandrelli, per mesi i politici della Commissione Parlamentare Affari Costituzionali (link) furono assorbiti da dilemma di che nome dare alle due strutture di investiagazione geopolitica e di sicurezza interna che dovevano nascere dalla riforma immininente. Era il 23 gennaio 2007, e i dilettanti sprovveduti parlamentari, conoscendo poco o nulla il mondo dell’intelligence, scelgono per le due strutture i nomi “ISI” (Informazioni e Sicurezza Interna) e “ISE” (Informazioni e Sicurezza Esterna).

La commissione dei profani approva a spron battuto i primi due articoli del testo di legge. Solo a quel punto (evidentemente su suggerimento opportuno di qualcuno) Luciano Violante, presidente di tanto consesso, spiega ai colleghi parlamentari che i nomi “ISI” e “ISE” non possono essere utilizzati perché il primo è l’acronimo dei servizi segreti del Pakistan (minchia!). Un paese da niente, come capite, un protagonista marginale degli avvenimenti internazionali afferenti i temi della sicurezza e del terrorismo.

Mi chiedo: da quale montagna del sapone (“La montagna del sapone” è il nome popolare che aveva prima della guerra il quartiere di Primavalle, in Roma. Quando Mussolini fece radere al suolo mezzo Borgo Pio per realizzare via della Conciliazione gli abitanti furono trasferiti nella zona periferica con la promessa di casa adeguate e molto confortevoli trovandosi invece in una borgata degradata e priva di servizi. Da allora venire da la, dalla montagna del sapone appunto, è sinonimo di fesso che si fa fregare) scendevano gli strapagati rappresentati del Popolo italiano per non aver mai letto notizie relative all’Inter-Service Intelligence (ISI) pakistano? Anche perché, a diffenenza dell’Italia che dal 1949 ha cambiato quattro volte nome alla propria strutura di intelligence militare (SIFAR, SID, SISMI e per ora AISI), quel nome caratterizza l’intelligence pakistana dal 1948. Sia pur in ritardo i signori parlamentari ed ex, se vogliono sapere di cosa avrebbero dovuto essere consapevoli, prima di scegliere quel nome, possono leggere il saggio (pubblicato in fondo al post) della fonte “riservatissima” e semiclandestina “Limes” di Lucio Caracciolo, comprendendo la pericolosità per la pace o la guerra nel mondo delle azioni decise nell’ISI.

Noi cittadini dobbiamo ricordare, per non perdonare, che a quella data i nostri soldati si battevano e morivano in Afghanistan e che al contribuente quelle missioni costavano e costano miliardi di euro. Ma se non sono doppiogiochisti, servi al soldo di paesi terzi, cosa sono questi inetti, ignoranti, distratti, nullafacenti rappresentanti del popolo? Aiuto!!

Torniamo ai nostri eroi della casta. Per alcuni mesi (strapagati a migliaia di euro) non si fa più nulla per scegliere i nomi delle strutture poi, improvvisamente, riconvocati gli strapagati nullafacenti scelgono (ma è vero!) “SIN” per la sicurezza interna e “SIE” per la sicurezza esterna.

“SIN” in inglese vuol dire “peccato” e si usa in espressioni idiomatiche tipo: “It would be a sin to do that” (sarebbe un peccato farlo). Vi immaginate le risate dei colleghi 007 di tutto il mondo San Marino compreso? Potete chiedere se questo aneddoto è vero o falso, inviando una e-mail o telefonando al Prefetto Franco Gabrielli (e-mail: segreteriacd@protezionecivile.it telefono: 06 68204601), oggi responsabile della Protezione Civile, che ebbe il compito (in quanto direttore all’epoca del SISDE) di spiegare ai politici l’inopportunità del nome SIN. Nulla di fatto. I nomi nacquero settimini, cioè queste teste di rapa impiegarono sette mesi a decidere come battezzare le strutture. Oggi si chiamo “AISI” e “AISE”. Della riforma implicita nel cambio di etichetta perleremo un’altra volta.

Oreste Grani

Le maschere dell’ISI di B. Raman

L’intelligence pakistana ha sempre servito le correnti jihadiste dovunque possibile. Le inutili pressioni americane. Tre priorità: annettere il Kashmir, controllare l’Afghanistan, servire il programma atomico nazionale.

1. L’INTELLIGENCE BUREAU (IB) dell’India unita, creato dal governo coloniale inglese per raccogliere informazioni sulla vita politica locale, era soprattutto un’organizzazione di polizia, che non si occupava di quanto avveniva oltre confine. All’epoca della spartizione del paese, nel 1947, il suo personale, come le sue strutture e i suoi archivi, vennero divisi fra India e Pakistan. La maggior parte dei funzionari di origine musulmana scelse di lavorare per i servizi pakistani, mentre altri rimasero al loro posto.

L’India indipendente pose l’Intelligence Bureau sotto il controllo del ministero dell’Interno, creando anche un settore che operava all’estero. Ma dopo il 21 settembre 1968 quest’ultimo divenne un’organizzazione autonoma denominata Research & Analysis Wing (R&aw), alle dirette dipendenze del primo ministro. Inizialmente, anche questa era prevalentemente un’organizzazione di polizia, con un piccolo numero di ufficiali dell’esercito addetti ai servizi d’informazione militare.

Da quel momento in poi, il predominio dei funzionari di polizia è andato riducendosi, con la cooptazione di elementi estranei a questo corpo. Ed è diventata in larga misura un’organizzazione civile con una componente militare di minore entità.

In Pakistan, invece, l’Intelligence Bureau, che oggi fa parte del ministero dell’Interno, fu inizialmente un’organizzazione di polizia alla quale venne affidato il compito di raccogliere informazioni dall’interno e dall’estero. Ma in seguito alle lagnanze dei militari per la sua inefficienza durante la prima guerra indo pakistana del 1947-48 per il Kashmir, il governo creò una nuova struttura denominata Inter Services Intelligence (ISI), responsabile della raccolta di informazioni dall’estero, che venne posta sotto il controllo del ministero della Difesa, divenendo un’agenzia di spionaggio dominata dai militari, che ne reclutavano il personale in seno alle tre Forze armate.

In origine, l’ISI non aveva la funzione di raccogliere informazioni dall’interno, che spettava ai funzionari di polizia dell’lntelligence Bureau. Ma il suo ruolo cominciò a cambiare in seguito alle ingerenze dell’Esercito nella vita politica verso la fine degli anni Cinquanta: Il maresciallo Ayub Khan (presidente del Pakistan dal 1958 al 1959), non avendo stima dei funzionari di polizia dell’lntelligence Bureau, affidò all’ISI anche la raccolta di informazioni dall’interno che riguardavano la sicurezza nazionale. E creò inoltre, dentro questa struttura, una divisione per le attività clandestine per fornire assistenza alle tribù ribelli dell’India nordorientale.

Le funzioni di spionaggio interno dell’ISI vennero ulteriormente rafforzate sotto il regime di Zulfiqar Ali Bhutto 1971-1977) e in seguito anche durante quello del generale Zia ul-Haq 1977-1988), che rovesciò Bhutto. Entrambi usarono la divisione politica dell’ISI per ottenere informazioni sui loro avversari politici e sulle minoranze etniche e linguistiche. E i rapporti dell’ISI godevano di molta più credibilità di quelli dell’lntelligence Bureau.

Anche le funzioni della divisione attività clandestine dell’ISI vennero estese e rafforzate durante i regimi di Bhutto e di Zia per consentirle di aiutare i separatisti sikh e quelli del Kashmir in India e gli estremisti islamici presenti sul territorio indiano, fornendo loro denaro, addestramento e armi, munizioni ed esplosivi. Bhutto creò inoltre una nuova divisione all’interno dell’ISI per aiutare la commissione pakistana per l’Energia atomica a procurarsi la tecnologia e gli impianti necessari all’estero. Così, quando Zia prese il suo posto, nel 1977, l’ISI aveva tre funzioni importanti: la raccolta di informazioni all’interno e all’estero, le attività clandestine in India e l’acquisizione di tecnologie nucleari. La divisione addetta alla politica interna divenne oggetto di aspre critiche dopo la morte del generale Zia in un incidente aereo, nell’agosto del 1988. E quando il Partito del popolo pakistano (Ppp) della signora Benazir Bhutto vinse le elezioni poco dopo, l’ISI, guidata allora dal tenente generale Harnid Gul, si oppose fermamente alla sua nomina a primo ministro, con la scusa che era in contatto con l’India durante il suo esilio in Inghilterra e rappresentava perciò un rischio. Ma in seguito alle pressioni degli Stati Uniti, l’esercito e l’ISI accettarono che Benazir divenisse capo del governo a condizione che non si occupasse minimamente del programma nucleare. Ed anche dopo che assunse questa carica, i servizi segreti continuarono a sospettare che fosse un’agente dell’India, sviluppando ancor più la loro ostilità nei suoi confronti quando Benazir decise di abolire la divisione di politica interna e ordinò a quella addetta alle attività clandestine di smettere di aiutare i separatisti sikh in India. Ma diede all’ISI mano libera nel Jammu e Kashmir.

Questi contrasti portarono alla sua estromissione dal potere ad opera dell’allora presidente Gulam Ishaq Khan nell’agosto del 1990 e alla convocazione di nuove elezioni. Durante la campagna che le precedette, l’ISI, grazie al presunto sostegno finanziario di una banca privata, fornì aiuto alla Lega musulmana di Nawaz Sharif e al ]arnaat e-Islarni (Ji) cercando di ostacolare i candidati del Ppp. I due partiti sostenuti dai servizi conquistarono la maggioranza dei seggi e Nawaz, non appena divenuto primo ministro, decretò la ricostituzione della divisione di politica interna dell’ISI. Nominò inoltredirettore dell’Intelligence Bureau il generale di brigata Imtiaz, che aveva guidato la divisione politica dell’ISI prima del 1988. Così ebbe inizio il processo di militarizzazione dell’Intelligence Bureau che è continuato da allora e si è intensificato sono il regime del presidente Pervez Musharraf.

2. Fin dal 1990, sono circolati sospetti che la divisione politica dell’ISI abbia cercato di influenzare le elezioni per eliminare i candidati critici verso l’Esercito attraverso manovre e intimidazioni. Sospetti che si sono acuiti durante il regime di Musharraf, che nel 2002 è stato accusato di strumentalizzare l’ISI per assicurare la vittoria della fazione della Lega musulmana capeggiata da Shujjat Hussain, sostenitore del presidente. Per legge, l’ISI dovrebbe far capo al primo ministro, ma di fatto fa riferimento al capo di Stato maggiore dell’Esercito e mantiene all’oscuro il premier sulle sue attività. Vi sono stati, tuttavia, tre casi in cui i capi dell’ISI hanno dimostrato maggiore fedeltà al presidente del Consiglio che non al comandante militare supremo e ciò ha creato tensioni nei rapporti fra queste due figure istituzionali.

Il primo caso è avvenuto durante il mandato iniziale di Benazir Bhutto (19881990), la quale, per riorganizzare i servizi segreti, ridurre i poteri dell’ISI e rafforzare quelli dei funzionari di polizia dell’Intelligence Bureau, interruppe la prassi di nominare un tenente generale in servizio, raccomandato dal capo di Stato maggiore dell’Esercito, come direttore generale dell’ISI, affidando invece nel 1989 l’incarico al maggiore generale Sharnsur Rahman Kallue, un ufficiale a riposo amico di suo padre, al posto del tenente generale Hamid Gul, e gli affidò il compito di liquidare i servizi addetti alla raccolta d’informazioni sulla politica interna e di sottrarre l’Intelligence Bureau e l’ISI al controllo dei militari.

In un suo articolo apparso su The Nation il 31 luglio 1997, il generale di brigata A.R. Siddiqi, ex addetto stampa l’inizio dei dissapori fra Benazir e il generale Aslam Beg, allora comandante in capo dell’Esercito, che portarono alla sua estromissione dal potere nell’agosto del 1990. Beg smise di invitare Kallue alle conferenze dei comandanti di Corpo d’armata e affidò la responsabilità delle attività clandestine in India alla direzione dei servizi segreti dell’Esercito, al comando del suo capo di Stato maggiore.

Il secondo caso si verificò durante il primo mandato di Nawaz Sharif (19901993) come primo ministro, quand’egli nominò direttore generale dell’ISI il tenente generale Javed Nasir, un ufficiale fondamentalista originario del Kashmir, sebbene non fosse stato raccomandato a ricoprire quell’incarico dal generale Asif Nawaz Janjua, allora capo di Stato maggiore dell’Esercito. Ciò produsse un attrito nei rapporti fra Nawaz Sharif e il suo comandante supremo, che escluse il capo dell’ISI da tutte le conferenze importanti.

Il terzo caso risale al secondo mandato di Nawaz Sharif (1997-1999), quando la sua decisione di nominare il tenente generale Ziauddin, un ingegnere, alla direzione generale dell’ISI, senza tener conto delle obiezioni di Musharraf, creò un contrasto fra i due. Questi esempi dimostrano che ogniqualvolta è salito al potere un leader politico eletto, il capo di Stato maggiore dell’Esercito ha sempre cercato di impedire al primo ministro di esercitare un effettivo controllo sull’ISI e che quest’organizzazione veniva emarginata se chi la dirigeva si dimostrava fedele al capo del governo.

Negli anni Novanta si accese una controversia in Pakistan su chi controllasse realmente l’ISI e su quando fosse stata istituita la sua divisione politica interna. Il maresciallo (a riposo) Asghar Khan, ex capo dell’Aviazione, inoltrò una petizione alla Corte suprema per contestare la legalità dell’accettazione, da parte della divisione politica dell’ISI, di una donazione effettuata da una banca di 140 milioni di rupie pakistane, usate per contrastare i candidati del Ppp durante le elezioni del 1990. Nella sua testimonianza resa alla Corte il 16 giugno 1997, il generale (a ariposo) Mirza Aslam Beg dichiarò che sebbene l’ISI fosse composto da ufficiali in servizio e facesse parte del ministero della Difesa, riferiva direttamente al presidente del Consiglio e non al capo di Stato maggiore dell’Esercito, e che la sua divisione politica interna era stata creata da Zulfiqar Ali Bhutto nel 1975.

Molti esperti del Pakistan contestarono però queste affermazioni sostenendo che l’ISI, sebbene per legge sotto la guida del premier, era sempre stato controllato, di fatto, dal capo di Stato maggiore dell’Esercito e che la sua divisione politica interna esisteva almeno dall’epoca di Ayub Khan, se non da prima.

Dopo le elezioni del 2002, Musharraf mantenne l’ISI alle sue dirette dipendenze e non permise al primo ministro eletto di assumere alcuna responsabilità di supervisione del suo operato.

3. Negli anni Ottanta, l’ISI fu usata dalla Cia per reclutare, addestrare e armare non solo i mujahidin afghani, ma anche estremisti islamici pakistani per combattere le truppe d’occupazione sovietiche in Afghanistan. I servizi segreti sauditi reclutarono più di 6 mila arabi tra Asia occidentale e Nordafrica, inviandoli poi all’ISI per l’addestramento e la susseguente infiltrazione in Afghanistan. Il denaro e le armi provenienti dalla Cia e dai servizi sauditi per queste operazioni furono gestiti dall’ISI. Osama Bin Laden e i suoi seguaci facevano parte di questo gruppo d’infiltrazione.

Dunque i legami tra ISI e Bin Laden, di cui la Cia era a conoscenza, risalgono agli anni Ottanta.

Il ritiro delle truppe sovietiche nel 1988-89, dovuto anche alla guerra santa lanciata dai mujahidin afghani, dai jihadisti pakistani e da arabi agli ordini di Bin Laden, rafforzò la reputazione dell’ISI. Nello stesso periodo, l’ISI aiutò il fisico nucleare pakistano A.Q. Khan a procurare e trasportare clandestinamente tecnologia nucleare per l’impianto di arricchimento dell’uranio di Kahuta, che consentì al Pakistan di dotarsi di armi atomiche grazie anche alla collaborazione della Cina. Gli Stati Uniti finsero di non vedere queste attività dell’ISI considerando all’epoca essenziale l’apporto dei jihadisti nel confronto a distanza con i sovietici. Divergenze tra la Cia e l’ISI iniziarono ad emergere nel 1990. La Cia lamentò il mancato sostegno dei servizi segreti pakistani agli sforzi americani di riacquistare dai mujahidin i missili Stinger venduti agli afghani per combattere l’aviazione sovietica.

L’inquietudine della Cia riguardo all’ISI aumentò con le notizie di aiuti pakistani all’Iran in campo nucleare, e di contatti con Cina e Corea del Nord nello stesso settore e in quello missilistico.

Nel 1993 l’amministrazione Clinton costrinse l’allora primo ministro Nawaz Sharif a rimuovere il direttore generale dell’ISI, Javed Nasir, e alcuni suoi ufficiali, perché non avevano sostenuto i tentativi della Casa Bianca per riacquistare gli Stingers. Nasir era un fondamentalista deobandi, appartenente al Tablighi Jamaat, un’organizzazione islamica pakistana dedita al reclutamento per il jihàd.

Nel 1994, durante il secondo mandato di Benazir Bhutto, il ministro dell’Interno, generale Nasirullah Babar, d’intesa con l’ISI, promosse la formazione del movimento taliban per riportare legge e ordine in un Afghanistan finito nel caos dopo la presa del potere da parte dei mujahidin nell’aprile del 1992. Nel settembre del 1996 i taliban, aiutati dall’ISI, conquistarono Kabul ed estesero il loro controllo a tutte le regioni pashtun. La Cia continuò a non intervenire visto che l’Unocal, compagnia petrolifera americana, era interessata alla costruzione di un oleodotto che attraversasse l’Afghanistan, collegando il Turkmenistan con il Pakistan, e stava incontrando difficoltà per l’instabilità nel paese. L’interesse americano a fornire aiuti ai taliban venne meno quando l’Unocal rinunciò al progetto in quanto irrealizzabile.

Nel 1996 Bin Laden e i suoi uomini si mossero dal Sudan verso l’Afghanistan prima ancora che i taliban conquistassero il potere a Kabul. E quando i taliban furono al governo accolsero favorevolmente la presenza di Bin Laden, invitandolo a trasferire la sua residenza da Jalalabad a Kandahar e consentendogli di organizzare campi di addestramento in territorio afghano. Gli sviluppi di questa alleanza e il ruolo svolto dall’ISI nell’addestramento dei taliban cominciarono così a far suonare i campanelli d’allarme negli Stati Uniti, sempre più preoccupati dopo che Bin Laden aveva creato il Fronte islamico internazionale per il jihad contro cristiani ed ebrei, e al-Qa’ida aveva cominciato a organizzare attentati contro le ambasciate americane (nell’agosto del 1998 furono colpite le sedi Usa a Nairobi e Dar es-Salaam).

Ma i lanci di missili Cruise sui campi d’addestramento di al-Qa’ida in Afghanistan non ebbero grandi risultati. Da quel momento, Washington aumentò le pressioni sul governo di Nawaz Sharif perché costringesse i taliban a consegnare Bin Laden alla Cia, o permettesse alle Forze speciali americane di penetrare dal Pakistan in Afghanistan per catturare o uccidere il leader di al-Qa’ida, Nawaz non cedette a queste pressioni, temendo le ripercussioni interne che potevano derivare dal suo schieramento a fianco degli americani contro i taliban e al-Qaida.

4. Dopo aver deposto Nawaz Sharif e assunto il potere con la forza, Musharraf affidò al generale Mahmud Ahmed, suo fedele amico, la direzione generale dell’ISI. Gli americani erano molto contrariati dalla mancata collaborazione dei servizi segreti pakistani alla cattura di Bin Laden. Prima dell’inizio della guerra in Afghanistan, il 7 ottobre 2001, indussero Musharraf a sostituire il generale Ahmed alla guida dell’ISI, al cui comando si sono succeduti, da allora, il generale Ehsan ul-Haq e il generale Ashfaq Parvez Gyani, che in seguito ha sostituito Musharraf come Capo di Stato maggiore dell’Esercito. Attualmente a capo. dell’ISI c’è il generale Nadeem Taji. Gyani cercò di tenere quest’organizzazione fuori dalle controversie politiche.

Recentemente è stato l’Intelligence Bureau ad essere sempre più al centro delle polemiche, dopo che Musharraf ha nominato ai suoi vertici un altro suo amico personale, il generale in pensione Ijaz Shah, e ha inserito nell’organizzazione altri ufficiali in congedo. Prima del suo assassinio, Benazir Bhutto aveva dichiarato che le principali minacce alla sua sicurezza provenivano da Ijaz Shah, Hamid Gul e Chaudhuri Pervez Elahi, ex ministro del Punjab: tutti e tre fedeli seguaci dell’ex dittatore Zia. Ma Benazir non lanciò mai accuse contro l’ISI. Dopo la sua morte, oltre ai nomi da lei fatti mentre ancora in vita, membri del suo partito hanno sostenuto che anche alcuni ufficiali minori dell’ISI possano essere stati coinvolti nel suo omicidio.

5. L’ISI ha sempre avuto tre priorità: primo, l’annessione del Kashmir tramite azioni di intelligence; secondo, conquistare posizioni strategiche in Afghanistan, grazie a un governo vicino agli interessi pakistani; terzo, promuovere gli sforzi del governo nell’acquisizione clandestina di materiale nucleare.

Queste priorità non sono cambiate. Ecco perché l’ISI non ha preso iniziative contro le organizzazioni jihadiste pakistane attive in India, né contro i nuovi talebano che dai loro santuari nel Baludstan e nelle zone tribali federali partono all’attacco delle forze di occupazione della Nato in Afghanistan.

Fingendo di collaborare incondizionatamente con gli Stati Uniti nella cosiddetta guerra al terrorismo, Musharraf ha circoscritto questa cooperazione ad azioni limitate contro i combattenti di al-Qa’ida che operano in territorio pakistano. E anche questa collaborazione è limitata a incursioni contro le cellule meno attive presenti nelle aree non tribali. Né il presidente ha preso alcuna significativa misura contro i santuari di al-Qa’ida o contro la leadership dei nuovi taliban guidati dal mullah Ornar, che lanciano i loro attacchi dalle zone tribali del Pakistan. Né ancora Musharraf ha mai colpito le organizzazioni terroriste che organizzano attacchi in India.

Nel dicembre del 2003 Musharraf scampò a due attentati a Rawalpindi, promossi, si suppone, da al-Qa’ida con la complicità di ufficiali dell’Esercito e dell’Aeronautica.

L’incapacità dell’ISI di accorgersi di tale cospirazione fece temere che all’interno dei servizi ci fossero elementi contrari ad ogni tipo di collaborazione con gli Stati Uniti. Il dottor Amir Liaquat Hussain, all’epoca ministro degli Affari religiosi, espresse questi timori in un’intervista al Daily Times di Lahore del 5 maggio 2005, in cui affermò che Musharraf aveva molti nemici tra le sue file, che potevano attentare nuovamente alla sua vita in qualunque momento. E aggiunse: – Nessun cittadino comune può attaccare il presidente Musharraf, ma possono farlo alcuni elementi delle Forze armate. C’è un ISI dentro l’ISI, ancor più potente e capace di orchestrare molti eventi nel paese.

(traduzione di Mario Baccianini)

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