Non sempre ma a volte un evoliano è anche un nazista 

Il rock è cosa seria. Soprattutto per i rocchettari. Quando scrivo, da grandissimo ignorantone in quasi tutto e in materia musicale in particolare, che è una cosa seria, mi riferisco al fatto che ho già depositato nel web, in tempi non sospetti, la riflessione che oggi ripropongo:

“…una società è inseparabile da una civiltà. Esiste ormai una civiltà mondiale che sviluppa il gioco interattivo della scienza, della tecnica, dell’industria, del capitalismo, e che comporta un certo numero di valori. Una società, pur portando in seno molteplici culture, anche produce una cultura propria. Ora, ci sono molte correnti transculturali, che fertilizzano tutte le culture pur oltrepassandole, e che costituiscono una quasi-cultura planetaria. Meticciamenti, ibridizzazioni, personalità biculturali (Rushdie, Ariun Appadura) o cosmopolite arricchiscono incessantemente questa via transculturale.

Nel corso del XX secolo, i media hanno prodotto, diffuso e rimescolato, un folkloremondiale, a partire dai temi originari scaturiti da culture differenti, a volte resuscitate, a volte sincretizzate.

È notevole che le formidabili macchine culturali del cinema, della canzone, del rock, della televisione, animate dal profitto e organizzate secondo una divisione quasi industriale del lavoro, soprattutto a Hollywood, abbiano potuto produrre opere tutt’altro che mediocri e conformiste; vi è stata e v’è della creatività in tutti questi ambiti. Come ho già illustrato nel mio Esprit du temps, non si possono produrre in serie identica film o canzoni; ogni opera deve avere la propria particolarità e originalità, e la produzione fa necessariamente appello alla creazione. Spesso la produzione soffoca la creazione, ma, pure, ha permesso dei capolavori; l’arte del cinema è fiorita ovunque, in ogni continente, ed è diventata un’arte mondializzata, pur preservando le originalità degli artisti e delle culture…

Un folklore planetario si è costituito, e si arricchisce, attraverso integrazioni e incontri. Ha diffuso nel mondo il jazz, che si è ramificato in diversi stili a partire da New Orleans, il tango, nato nel quartiere portuale di Buenos Aires, il mambo cubano, il valzer di Vienna, il rock americano, che produce, esso stesso, varietà differenti in tutto il mondo. Ha integrato il sitar indiano di Ravi shankar, il flamenco andaluso, la melopea araba di Oum Kalsoum, il buayno delle Ande. Ha suscitato il sincretismo della salsa, del raï, del flamenco-rock.

Quando si tratta di arte, musica, letteratura, pensiero, la mondializzazione culturale non è omogeneizzante. È costituita di grandi ondate transculturali, che favoriscono l’espressione delle originalità nazionali nella loro valenza. Il meticciamentoha sempre ricreato della diversità, pur favorendo l’interscambio. Il jazz fu originariamente un ibrido afro-americano, prodotto singolare di New Orléans, che si è diffuso negli Stati Uniti conoscendo molteplici mutazioni, senza che i nuovi stili abbiano fatto sparire gli stili precedenti; è divenuto una musica negro-bianca, ascoltata, danzata e poi suonata da certi Bianchi e, sotto ogni sua forma, si è sparso nel mondo, tanto che il vecchio stile New Orléans, apparentemente allontanatosi dalla sua fonte, rinasce nelle cave di Saint German des Pres, ritorna negli USA e si re-installa a New Orléans. Poi, con l’incontro del rythm and blues,è nella sfera bianca che il rock appare negli Stati Uniti, per espandersi nel mondo intero e acclimatarsi, poi, in tutte le lingue, prendendo ogni volta una identità nazionale. Oggi, a Pechino, Canton, Tokyo, Parigi, Mosca, si danza, si festeggia, si diffonde il rock, e la gioventù di ogni Paese va volando allo stesso ritmo per tutto il pianeta.

La diffusione mondiale del rock ha, d’altronde, prodotto, un po’ dappertutto, nuove originalità meticce come la razza e, infine, ha rimescolato nella rock-fusione una sorta di agitazione ritmica, in cui si uniscono tra loro tutte le culture musicali del mondo. Così, talvolta in peggio, ma spesso anche in meglio, e senza perdersi, le culture musicali di tutto il mondo sono fecondate senza, tuttavia, sapere ancora di produrre infanti planetari.

Edgar Morin

Questo marginale e ininfluente blog inoltre, lo capirebbe anche un pistarolo dilettantissimo, è stato il promotore di un “dialogo” proprio tra alcuni cittadini transdisciplinariamente scelti e la mitica Radio Rock

A rafforzare questa mia posizione, se ce ne fosse bisogno, c’è il pensiero di Edgar Morin che ho citato in apertura post. E, come sapete, per noi di Leo Rugens, Morin non è proprio la Stella Polare, ma quasi. Quindi niente Grani bacchettone anti band-rock.  

I gusti inoltre, è va ribadito, dentro e fuori del letto, sono liberi. Non scrivo pertanto di generi musicali. 

Dico solo che un evoliano spesso è un fascista e, se si sa bene leggere, spessissimo, un evoliano, è un nazista. E questo, sentite a me, non va proprio bene se si deve scegliere un ambasciatore che rappresenti il popolo italiano nella sua interezza o almeno maggioranza. Non credo proprio infatti che la maggioranza dei nostri compatrioti siano evoliani-nazisti. 

Direi quindi di non fermarsi ai generi musicali ma di cercare di approfondire quale sia il substrato di Mario Vattani (l’underground dell’ambasciatore) e cosa pensi degli ebrei, dei cristiani, dei diversamente abili, degli zingari, degli omosessuali, dei massoni, dei “negri”. 

Perché il problema è tutto da queste parti. La diffusione mondiale del rock, ho scelto di lasciare scritto poche righe addietro e qui lo ripeto fino alla nausea, ha prodotto, un po’ dappertutto, nuove originalità meticce e ha rimescolato nella rock-fusione una sorta di agitazione ritmica, in cui si uniscono tra loro tutte le culture musicali del mondo. 

Vattani Mario sarà pure un appassionato di musica rock ma odia, questo è il suo credo, qualunque forma di meticciato e di perdita di “purezza della razza”. 

Come minimo, pertanto, avete scelto un ambasciatore “confuso”. O un furbo, figlio di papà.

Oreste Grani/Leo Rugens