Aridatece i soldi spie, puttane e ladri di stato!

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Il Presidente del Senato, Pietro Grasso, è arrivato,  grazie alla sua autorevole carica istituzionale (è, di fatto, il vice-capo dello Stato), a chiedere che vengano, immediatamente e per sempre, tolti i vitalizi a quei traditori della cosa pubblica che si sono appropriati lautamente del denaro della collettività. Non solo è giusto ma è quanto Leo Rugens chiede da anni. Nel tempo, abbiamo chiesto di estendere questo recupero crediti anche ai soggetti la cui attività di “spie” al servizio di paesi terzi, fosse stata accertata. I soldi, infatti,i doppiogiochisti, li hanno già presi da chi di dovere, per fare danno all’Italia e sarebbe un non senso che li mantenessimo a vita per gratitudine del tradimento perpetuato. Cornuti e mazziati. Per questo in data 5 febbraio 2013 abbiamo chiesto che a Giuliano Ferrara (che ha fatto, tra l’altro, il Ministro in questa Repubblica di ingenuotti), spia per sua libera e narcisistica ammissione a favore degli USA, gli venissero tolti i vitalizi. In buona compagnia di Ilona Staller, agente ungherese del KGB di cui parimenti, in data 11 dicembre 2012 abbiamo chiesto che venissero revocate le erogazioni vitalizie. L’eterna Coca-cola e Vodka. Aridatece i soldi, spie, puttane e ladri di stato.

Leo Rugens

GIULIANO FERRARA, AGENTE STRANIERO, RESTITUISCA IL DENARO SOTTRATTO ALLE CASSE DELLO STATO ITALIANO

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È già successo in altri tempi che ci fossero intellettuali superbi, questo è sempre avvenuto, però ci sono cose che in questi venti anni non si erano mai viste. 
Prendiamo Giuliano Ferrara, che a un certo punto ha fatto un lungo pezzo sul suo giornale in cui ha spiegato come e perché ha fatto l’agente dalla Cia, non è successo niente! Ferrara, è molto significativo di questa epoca, ha detto un’altra cosa, registrata nel mio libro. Ha scritto: io ho attaccato i nemici prima di Craxi e poi di Berlusconi non perché sono i peggiori, ma perché detesto i migliori! E quindi l’impudenza, peraltro nel caso di Ferrara, giustificata a livello culturale. Beppe Lopez (vedi link)

Aggiungo io: Giuliano Ferrara si è formato culturalmente nella Mosca sovietica (1958-’61) frequentando le scuole elementari del Partito comunista. Rientrato in Italia ha avuto il privilegio di crescere e supernutrirsi nel quartiere chic di Roma “i Parioli”.

Dopo avere respirato quattro boccate di sessantottismo (me lo ricordo con eskimo e sciarpa rossa al collo arringare gli studenti a Via Micheli all’ingresso del liceo Mameli) si è trovato a fare “l’agente in loco” nella federazione del Partito Comunista Italiano (P.C.I.) di Torino. Oltre a essere un carismatico compagno dirigente, nella più importante città d’Italia, la Torino della F.I.A.T. e degli Agnelli, cominciò a fare lo stanatore di brigatisti o,  meglio, come dicevano allora alcuni, dei “compagni che sbagliano”. Erano gli anni tra il 1973 e il 1982.

Divenne, in quel periodo, un accanito giocatore di poker, avendo tra gli altri come compagno di tavolo, lo sfortunato Domenico Carpanini, morto anni dopo, nel 2001, durante la campagna elettorale nella quale correva per la poltrona di sindaco a Torino per l’Ulivo.

Le fortune alterne del panno verde potrebbero averlo spinto, per pagare i debiti, a tradire l’Italia e divenire agente della CIA. Tradendo prima di tutti Bettino Craxi (al quale si era più che avvicinato nel 1985) che gli dava da mangiare e, data la stazza raggiunta all’epoca, il craxismo deve avergli dato da mangiare in abbondanza.

Giuliano Ferrara è una figura ripugnante che ha tradito il proprio Paese e il proprio datore di lavoro senza pagare pegno. Fino a oggi.

Come dice di lui in modo nettissimo Beppe Lopez è insopportabile che Ferrara abbia “giustificato a livello culturale” la propria impudenza e il proprio doppiogiochismo.

Oreste Grani

P.S. Comprate e leggette il libro di Beppe Lopez prima delle elezioni e fatevi suggestionare positivamente dal racconto.

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ILONA STALLER, AGENTE STRANIERO, RESTITUISCA IL DENARO SOTTRATTO ALLE CASSE DELLO STATO ITALIANO

È arrivato il tempo di annullare il vitalizio che Ilona Staller in arte Cicciolina ha maturato come ex parlamentare radicale.

Con i soldi risparmiati si può aiutare a studiare un figlio o una figlia di una delle tante vittime del terrorismo internazionale di ispirazione sovietica. Dico questo perché Ilona Staller fino alla caduta del muro di Berlina, nel 1989 è stata un’agente segreto per i servizi ungheresi e quindi una “traditrice” degli interessi del nostro Paese.

Un incarico che ha svolto molto intensamente nei primi anni settanta, in piena guerra fredda. Ma la collaborazione della pornostar con gli apparati di sicurezza del suo paese, è proseguita anche quando fu eletta al Parlamento italiano, nel 1987, nelle file dei radicali. ”So bene che Ilona aveva questa doppia vita – afferma Riccardo Schicchi (finalmente morto ieri), lenone della bionda pornoattrice, commentando le rivelazioni contenute nel libro autobiografico dal titolo ‘Cicciolina for you’ -. Non solo, ha portato avanti le sue operazioni fino alla caduta del comunismo. Anche in Parlamento aveva contatti con alcuni burattinai che tiravano i fili molto piu’ in alto”.

I lauti compensi offerti dagli uomini dei Servizi di Budapest, convinsero la giovanissima Ilona Staller ad accettare l’incarico: intrattenere uomini politici e rappresentanti della finanza e diplomatici allo scopo di raccogliere quante piu’ informazioni possibili sui loro spostamenti e frequentazioni. Il luogo che fungeva da quartier generale per il lavoro di 007 della futura pornostar era il Grand Hotel Intercontinental di Budapest, dove lei lavorava ufficialmente come cameriera. Cade dalle nuvole alla notizia che Cicciolina fosse anche una ‘spia’ venuta dal freddo uno dei suoi mentori politici, Marco Taradash, all’epoca militante del partito Radicale che porto’ la pornodiva a Montecitorio.

”Non se sapevo nulla – afferma -. Per noi era una affermata pornostar e non una spia misconosciuta. Se avessimo saputo che era un agente dell’Est – aggiunge Taradash – l’avremmo senza dubbio licenziata”.

Questa notizia è nell’archivio AdnKronos in data 13 luglio del 1999.

Prima di passare ad altro, propongo di togliere anche all’inutile Marco Taradash il vitalizio che gli spetterà. Nel suo caso non per tradimento ma per ingenuità e “cretinismo organizzato”. Tenete presente che Marco Taradash, in questo Paese, è sembrato, per qualche tempo, una persona seria e competente. Per dieci anni, dal 1980 al 1990, ha letto la rassegna stampa di Radio Radicale e, tra i vari incarichi parlamentari, è stato membro della Commissione Giustizia.

Moura

A proposito di intelligenze femminili seducenti (non pornostar) provenienti dall’Est, vi “posto” invece, la biografia di una donna protagonista degli avvenimenti politico-culturali del ’900 in Europa e nel Mondo: la baronessa estone Moura Budberg, o se si preferisce, la principessa russa Maria Ignatievna Zakrevskaja.

Maria Ignatievna Zakrevskaja discendente della «Venere di bronzo» di Pushkin, non fu soltanto una delle donne più affascinanti d’ Europa tra la prima e la seconda guerra mondiale, amante, convivente e musa per numerosi anni di due dei più grandi romanzieri del loro tempo, il russo Maksim Gorkij e l’inglese H.G. Wells. Fu anche una delle più importanti spie della prima metà del secolo XX, per un trentennio al servizio, a turno, della Germania, dell’Inghilterra, della Russia e della Francia, Paesi tutti di cui padroneggiava la lingua, una vera Mata Hari, immortalata in un film, L’agente inglese, su Robert Bruce Lockhart, che ispirò poi a Ian Fleming il personaggio di James Bond. E fu una leader culturale e intellettuale della Londra alla fine dell’ impero, scrittrice, traduttrice e direttrice di France Libre, alla cui morte – a Firenze nel 1974 – il Times pubblicò un emotivo necrologio. Di Moura, l’amica Nina Berberova, compagna di Vladislav Khodasevic, definito da Vladimir Nabokov «il massimo poeta russo della nostra era», scrisse nell’88 una biografia che ora è stata tradotta in inglese in vista del settantesimo anniversario della morte di Gorkij nel ’36 e del sessantesimo anniversario della morte di Wells nel ’46.

 

Il libro, Moura. La vita pericolosa della baronessa Budberg (New York Review Books Classics, pp. 404, $ 24,95) ha il sapore di un romanzo, ma più che una storia di spionaggio è una storia della Russia di Stalin vista con gli occhi dei protagonisti. Ambientato in gran parte in Italia, dove Gorkij, sebbene sorvegliato speciale di Mussolini, trascorse la maggioranza degli anni Venti e i primi anni Trenta, per ritornare poi a Mosca, getta nuova luce sulle sanguinose purghe del dittatore sovietico. E ne denuncia i compagni di viaggio della sinistra europea, i maestri del pensiero francese innanzitutto, che per motivi inspiegabili ignorarono i suoi crimini. La Berberova, che in esilio mantenne i contatti con la nomenklatura del Cremlino, racconta che fu Moura a indurre Gorkij, di cui era praticamente la moglie morganatica, a lasciare Sorrento e a rimpatriare: in Europa il romanziere, intimo di Lenin ma critico di Stalin, non aveva più seguito né mezzi di sussistenza, e il regime sovietico, che aveva bisogno di lui per ricostruire la propria immagine, gli garantiva onori e ricchezze. La baronessa Budberg – così chiamata dal secondo marito, da lei abbandonato – si era già legata a Wells e trasferita a Londra, ma al distacco nel 1933 Gorkij le affidò egualmente l’ epistolario privato, che conteneva lettere e documenti compromettenti non solo su esiliati russi, bensì anche su dirigenti del Pcus. Nel giugno del 1936, ricattata da Stalin, in possesso di un fitto dossier sul suo passato, e forse anche per non venire assassinata, Moura gli consegnò l’epistolario. Il dittatore se ne servì per i processi successivi. Secondo la Berberova, quel mese stesso Stalin, che aveva messo Gorkij agli arresti domiciliari, pensando che tramasse contro di lui, fece uccidere lo scrittore, ormai gravemente infermo, per procedere liberamente alle purghe. E a uno dei processi, ne costrinse il segretario Piotr Krjuchkov ad addossarsi l’omicidio, «compiuto per conto della banda di Trotzkij». 

La Berberova sostiene che alcuni intellettuali sovietici, dal romanziere Ilija Ehrenburg all’attrice Lily Brik, ebbero sentore del piano di Stalin e convinsero André Gide e Louis Aragon, i due luminari francesi, a ritardare una progettata visita a Gorkij per evitare che ci andassero di mezzo. La scrittrice accusa i mostri sacri di Parigi di complicità con Stalin. Tra le ragioni: il dittatore ne aveva infiltrato il mondo con seducenti spie sovietiche, diventate poi le loro mogli o amanti, condizionandone in parte la posizione politica, come nel caso di Aragon, di Romain Rolland, Paul Eluard e Fernand Léger. Su Moura, le epurazioni della fine degli anni Trenta nell’Urss ebbero un effetto devastante: la baronessa negò per tutta la vita di avere tradito Gorkij, concluse la sua carriera di spia lavorando per l’intelligence inglese nella seconda guerra mondiale, e si dedicò alla difesa di Wells, giunto a sua volta al tramonto. Portò i suoi segreti nella tomba. Nemmeno Lockhart, «l’agente inglese», il suo primo grande amore, con cui aveva operato in Russia durante la rivoluzione bolscevica, seppe ricostruirne le imprese. Solo Jakov Peters, il numero due della polizia politica sovietica, presidente dei tribunali rivoluzionari, infine capo della guardia del Cremlino, conosceva la verità su Moura: disse di averla reclutata nella prima guerra mondiale strappandola ai tedeschi, e di averle fatto fare il doppio gioco con Lockhart. Ma Peters, un altro suo ex amante, venne fucilato nel 1938, e alla riabilitazione nel ’56 nulla emerse sui trascorsi della baronessa. Nell’avvincente affresco degli intrighi moscoviti e dell’alta società europea, la figura della baronessa estone resta avvolta nel mistero. Nina Berberova scrive che «appartenne a una generazione che fu per tre quarti distrutta dalla rivoluzione bolscevica, dalle due guerre mondiali e dal terrore staliniano», e sopravvisse e prosperò grazie a un’infinita capacità di adattamento: «Seppe staccarsi dal suo vecchio mondo e battersi in quello nuovo, a lei estraneo, giorno dopo giorno, raggiungendone i vertici e restandovi». Le sue armi furono la bellezza e la seduzione, l’intelligenza e l’astuzia. Tra l’aristocrazia russa, e quelle delle altre sei o sette monarchie europee che crollarono in quegli anni, rappresentò un’eccezione. Ma i rischi e i compromessi finirono per minarne la salute. Morì a 83 anni, obesa, semialcolizzata, semiparalizzata dall’artrite, sola. Alle sue esequie assistettero solo una cinquantina di persone e i due figli, di cui non aveva mai parlato.”

da un articolo di Ennio Caretto – Corriere della Sera – 1 novembre 2005

Oreste Grani