….nuje simmo serie… appartenimmo â morte! Antonio De Curtis

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Evviva per sempre Totò, la sua unicità artistica, la sua fraterna generosità.

Ho conosciuto personalmente (nel senso che lo vedevo da vicino, lo salutavo rispettosamente come un ragazzo può salutare un anziano e non vedente signore) Antonio De Curtis, in arte Totò. Ci univa un percorso mattutino che ci portava ad incontrarci in un area urbana limitrofa alle nostre residenze: lui abitava a via dei Monti Parioli 4 ed io, tramite via Scarpellini, nella confinante via Archimede 59. Avevamo in comune una farmacia, un fioraio, un edicola di giornali e un baretto.

Lui, con occhiali neri e cappello, sempre accompagnato dalla bellissima, occhicerulea signora Franca Faldini e dal fido autista. Lui, non mi vedeva (ne mi avrebbe visto) ed io mi compiacevo di guardarlo sempre così serio e diverso da come uno se lo sarebbe immaginato vedendolo al cinema o durante gli spettacoli televisivi.

Questa “differenza” (non tutto è come appare, matrioska, l’abito non fa il monaco) è un piccolo contributo a non rimanere in superficie che devo certamente anche a lui e alla forza di suggestione che una tale diversità (l’attore e l’uomo) non poteva non colpirmi da ragazzo.

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Non ben vedente (sia pur in modo atipico) eppure non impedito nei movimenti. Lo ricordo sempre sottobraccio, forse per appoggiarsi, alla sua bellissima accompagnatrice. Ritorno sulla bellezza e sugli occhi azzurri della Faldini perché difficilmente, se non si sono visti dal vero quegli occhi, quei lineamenti, quell’eleganza si può capire l’effetto che poteva fare ad un ragazzo la “strana coppia”. Nelle semplificazioni che si fanno senza esperienza di vita, mi sembrava incredibile che stessero insieme, legati dall’affetto che invece traspariva.

Totò quindi non lo ho visto solo per tutta la vita sullo schermo (prima, con mio padre che lacrimava quando assisteva alle prestazioni del grande artista e poi da decenni senza di lui) ma ho avuto il privilegio di annusarlo, almeno una decina di volte a pochi centimetri. Chissà che effetto mi avrebbe fatto a saperlo affiliato alla massoneria.

Perché, ed è la parte che odio dell’ipocrisia giornalistica (tranne l’eccezione di un suo grande estimatore quotidiano quale Marco Travaglio), nessuno ricorda, in queste ore di celebrazioni, che non tutti i massoni sono come quel materassaio eversivo di Licio Gelli ma che, non solo sono esistiti quelli risorgimentali che i libri di storia non possono rimuovere ma che anche personaggi popolarissimi ed amatissimi da milioni di italiani erano massoni e dell’etica della massoneria hanno fatto una regola di vita. Regole dove, tra le altre spicca, la saggezza del “nessuno venga lasciato indietro e solo”. E Totò, onorando il giuramento di fratellanza, fece quanto nelle sue possibilità per mantenere fede all’impegno, con generosità coerente e facilitata dai grandi guadagni.

Antonio De Curtis detto Toto' - attore -

Nato poverissimo che quasi più povero non si poteva, delinquentello violento (tirava di boxe e il volto unico e irripetibile lo deve ai cazzotti presi e a quelli che lui stesso, in una forma autolesionistica, si destinò colpendosi alla mascella fino a spostarla dalla sede naturale), senza istruzione alcuna (e chi se lo sarebbe tenuto a scuola un irrequieto come Antonio?), cresciuto solo con la madre, si ritrovò sul palcoscenico teatrale e, in quel luogo che non fa sconti, ebbe la sua occasione. Che certo non si fece scappare. Da quel momento in poi Totò diviene sinonimo di successi popolari e di un modo di fare spettacolo che lo vede incarnare, lo fa nascere lui stesso, un prodotto nazional-popolare che lo radicò nel cuore degli italiani (artista non solo napoletano quindi) come non riuscì più a nessuno.

Toto al Giro d'Italia

Toto fece il miracolo di far recitare in “Totò al Giro d’Italia“, Fausto Coppi e cantare Gino Bartali, cioè i due massimi eroi del nostro dopoguerra sportivo. I due ciclisti avevano vinto di tutto in Europa e furono, per un decennio, il transfert collettivo che tutti gli studiosi conoscono. Ma solo Totò li unì veramente creando – in quel film – un trittico di sintesi che non si replicò mai più in questa Italia di faziosi e di tifosi accecati. In quel momento, quei tre che erano gli unici amici che gli italiani poveri (cioè quasi tutti) avevano, entrarono con quel film in tutte le famiglie e la gente, a vederli insieme, impazzì di piccola/grande felicità. Io lo ringrazio ancora nel mio intimo, grato di questa sua superiore statura d’artista, di uomo, di fratello massone. In attesa che anche per me la Sua Livella agisca, gli mando un bacio affettuoso.

Nella speranza che paradossalmente esista una possibilità di incontrarlo e, allora, sai le risate.

Oreste Grani/Leo Rugens

a livella

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