Pubblichiamo l’intervento che Massari ha pronunciato il 21/7/2017 sul tema dell’intelligence diffusa e partecipata

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Mi sono procurato l’intervento che Alberto Massari, Presidente dell’Associazione Culturale “HUT8 Progettare l’Invisibile” (struttura ambiziosa a giudicare dal nome suggestivo) ha pronunciato, il 21/7/2017, sul tema dell’intelligence nell’ambito di una manifestazione organizzata ciclicamente dal M5S, in particolare dal cittadino parlamentare Angelo Tofalo, lo stesso che il giornalista Luciano Foschini in un pezzo pubblicato dal giornale La Repubblica ha apostrofato, tanto per schizzare…

Prima, nello stesso articolo, sempre il Foschini, si era inventato che il Massari avesse definito il nostro compatriota, torturato dai servizi segreti egiziani, una spia. Affermazione/infortunio che pensavamo fosse dovuta esclusivamente a un malinteso. Visto, viceversa, il silenzio e il rifiuto ad una legittima smentita che ci risulta tempestivamente essere stata mandata alla direzione della storica testata (e che abbiamo provveduto a pubblicare nel post Alberto Massari non pensa minimamente che Giulio Regeni fosse una spia), dobbiamo cominciare a ritenere l’articolo artificiosamente ideato per mettere, da quel momento, in rete, una misura attiva contro, viceversa, il troppo per bene Massari.

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Comunque, preso atto del silenzio, visto come, da queste parti, siamo attenti e ipersensibili alle misure attive, giustamente e doverosamente torniamo su quanto Luciano Foschini intendesse dire e fare definendo il Massari un personaggio con doppi fini, nella sua dichiarazione a favore di una borsa di studio intitolata a Giulio Regeni. Questo marginale e ininfluente blog, ideato e gestito da un pendaglio da forca come il sottoscritto (così l’ho detto io e per primo), torna sul tema del motivo recondito di questo errore iniziale e sul silenzio a seguire. Nel frattempo, come ci hanno insegnato i nostri vecchi, pubblichiamo il discorso in versione integrale. Quello autentico e non quello che le orecchie di Foschini hanno udito. E cominciamo, con oggi, la doverosa indicizzazione nei maggiori motori di ricerca, a cominciare da Google, di questa vicenda e di come, a Repubblica, ci si puliscano le orecchie delle oneste documentate smentite. Vediamo come, alla fine di Agosto, se uno, preso da passione, volesse digitare Massari/Foschini/false notizie/smentite o le possibili diverse combinazioni semantiche come l’irreprensibile e intelligente Google è pronto a dare informazioni. Già oggi mi sembra che la classifica del posizionamento nelle pagine, ci da ragione. Se il tempo continua ad essere galantuomo, con Foschini ci sarà da divertirsi.

Leo Rugens

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Ringrazio innanzitutto l’onorevole Angelo Tofalo di avermi invitato a intervenire in un consesso di tale qualità e altrettanto ringrazio quanti mi hanno sostenuto e consigliato nel tempo. Non voglio nascondere l’emozione che provo ad esprimermi in un luogo istituzionale in presenza di relatori di così vasta esperienza, addetti ai lavori quale io non sono.

Certo della differenza che intercorre tra gli altri relatori e il sottoscritto, cercherò di illustrare il senso della mia presenza a questo tavolo e il nesso tra il servizio segreto francese, la mia passione civile e l’amore per l’Italia.

La mia storia professionale è trascorsa in mezzo ai libri ed è oggi arricchita da una associazione culturale che presiedo e che mira, tra le altre finalità, a una sempre più articolata e robusta interazione tra i mondi civile e militare.

Il servizio segreto francese è per me innanzitutto una questione storico-letteraria così, per cominciare, voglio rendere omaggio a Umberto Eco, un intellettuale di casa a Parigi, che nel controverso romanzo Il Cimitero di Praga ha incarnato nel protagonista la figura enigmatica di una vera e propria spia, prigioniera della propria doppiezza: “Se mi son fatto francese è perché non sopportavo di essere italiano. In quanto piemontese (per nascita), sentivo di essere soltanto la caricatura di un gallo, ma dalle idee più ristrette”.

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L’invenzione letteraria si può ovviamente associare a un aspetto della storia italiana non trascurabile, ovvero il contributo che la Francia e i nipoti di Napoleone Bonaparte hanno dato al Risorgimento, vivendo e operando sul suolo italiano; molti francesi hanno versato il proprio sangue per l’unità d’Italia, non dimentichiamolo.

Veniamo all’oggi, al 1982, quando il servizio segreto estero francese è stato riformato e ha preso il nome di DGSE (Direction générale de la sécurité extérieure).

In precedenza si chiamava SDECE (Service de documentation extérieur et de contre-espionnage) ed è questa sigla che ha firmato le azioni che più volte hanno portato la Francia alla ribalta nel corso della Guerra Fredda.

La DGSE è posta sotto l’autorità del ministro della difesa francese, ed è responsabile “di esplorare e sfruttare le informazioni riguardanti la sicurezza della Francia, e di rilevare e impedire al di fuori del territorio nazionale, le attività di spionaggio dirette contro gli interessi francesi, al fine di prevenire le conseguenze”.

Nella storia dei servizi segreti delle grandi potenze quella francese di certo non sfigura. A leggere le cronache del passato la sua missione principale è stata quella di muoversi nello scacchiere internazionale intromettendosi, anche con irruenza, negli affari dei propri partner occidentali, guadagnando così aree di influenza e moneta di scambio da far valere ai tavoli delle trattative. Non esattamente un alleato che faccia dormire sonni tranquilli… Determinante per predire scenari futuri, è riuscire a interpretare l’atteggiamento culturale che assumerà il neo Presidente Emanuel Macron.

In proposito, le recenti dimissioni del comandante delle forze armate francesi, Pierre de Villiers, in polemica con il neo presidente per i tagli al bilancio della difesa indica come possa diventare fragile, in tempi di crisi, il rapporto tra i mondi civile e militare anche in un paese di grande tradizione qual è la Francia.
Se mi posso permettere alcuni esempi di interventi dello SDECE, tra i tanti avvenuti negli anni del dopoguerra, ricorderei l’impulso che la Francia fornì al separatismo biafrano, nel tentativo di scalzare inglesi e americani dal controllo del petrolio in Nigeria.
Negli anni precedenti non si può dimenticare la drammatica Guerra d’Algeria, che vide contrapposti, tra gli altri, i servizi francesi a quelli italiani, in una storia ancora aperta e mai approfondita che diede il via alla stagione della decolonizzazione dell’Africa.

Altro esempio di abilità a intervenire in modo sofisticato e culturalmente articolato è quanto lo SDECE ebbe a fare nella regione francofona del Quebec, sin dai primi anni ’60. In quelle terre, si passò rapidamente da atti vandalici contro i simboli del Commonwealth alla costituzione di organizzazioni legali e clandestine separatiste, cui seguirono svariati attentati. Si ricordi che il generale De Gaulle in visita a Montreal in occasione dell’esposizione del 1967, rifiutò ogni incontro ufficiale e pronunciò un discorso dal balcone del Palazzo Municipale che si concluse davanti a una folla estasiata con la famosa allocuzione: “Vive le libre Quebec”.
Tralasciando altri episodi famosi e sanguinosi, fu durante lo studio del caso Shalabayeva che maturai l’opinione che i servizi francesi operino con modalità che è opportuno definire complesse.

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A sostegno della mia impressione, riprenderò alcune riflessioni sull’intelligence francese, mutuate dallo studioso italiano Giuseppe Gagliano, che da anni affronta con passione il tema. Segnalo che le riflessioni a seguire sono in parte ricavate dal sito del Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica il cui logo, mi piace sottolineare, è stato ideato e realizzato dagli architetti Doriana e Massimiliano Fuksas. L’Italia è pur sempre un paese in cui l’arte e la bellezza sono di riferimento nel mondo.

Premesso che il benessere economico e sociale dello Stato sia un fattore strategico da difendere con le unghie e con i denti per garantire lo svolgimento regolare della vita democratica, premesso che la Guerra economica che si è scatenata al seguito del crollo del Muro di Berlino ha determinato il costituirsi di “bande transnazionali” di difficile lettura e individuazione, scrive Gagliano: “la Guerra Economica, nozione di matrice prevalentemente francese, si è affermata nel sistema internazionale come un conflitto capace di coinvolgere sia gli Stati sia le imprese private… nonostante la presenza di numerose  organizzazioni internazionali”.

Christian Harbulot e Philippe Baumard sono gli studiosi che hanno dato vita alla riflessione strategica francese, in materia di intelligence economica, con il Rapporto Martre del 1994.

L’intelligence economica, secondo gli autori, avrebbe “lo scopo di ispirare e guidare la strategia degli attori economici (Stati, enti locali, imprese) e presuppone un’organizzazione di reti, strumenti specifici e una politica di formazione all’interno, di lobby e di influenza all’esterno.”

L’analisi dei due studiosi stabilisce che sia indispensabile una sinergia costante fra Stato e impresa, cui partecipino i servizi segreti adeguatamente formati al tema.

Dal punto di vista storico – secondo il Rapporto Martre – l’intelligence economica è nata in Gran Bretagna, culla della rivoluzione industriale. Attualmente, sia a Londra sia nelle università, prospera un mercato privato dell’informazione. Tra i tanti giovani che lavorano in questo settore è doveroso ricordare il nostro Giulio Regeni, un compatriota friulano orribilmente trucidato di cui non dobbiamo perdere la memoria e nel cui nome l’associazione che presiedo istituirà una borsa di studio; Regeni incarna, con la propria formazione, il prototipo dell’operatore di intelligence culturale del futuro. Dobbiamo considerare aperto il conto con l’Egitto. Infine, ritengo che la stabilità politico-economica del paese dei faraoni sia in rapido deterioramento.

Tornando agli studiosi francesi, strumento essenziale della guerra economica è la Guerra dell’informazione, favorita dalla diffusione planetaria dei mezzi di comunicazione. Mi permetto di osservare che Havas, agenzia di comunicazione francese presente in 72 paesi e guidata da Vincent Bolloré, si dice abbia un ufficio presso l’Eliseo. Non mi sembra cosa di poco conto.

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Fatte queste premesse è necessario che lo Stato e le imprese prendano coscienza di queste tematiche e si sentano obbligati a proteggere quelle realtà economiche che rappresentano un interesse strategico per la collettività. Sono consapevole di dire queste cose in un Paese dove lo scandalo Telecom-Tiger Team vide, tra l’altro, il coinvolgimento di un agente francese colto a svolgere attività non certo degne di un servizio alleato. Ma le mire erano chiare sin da allora ed erano le stesse che hanno portato parlare francese nelle nostre strategiche telecomunicazioni o nel principale istituto bancario italiano.

La Guerra economica, secondo Gagliano, definisce il proprio spazio geografico attraverso tre elementi: l’informazione, la presenza economica dello Stato e dei privati sul territorio straniero e la normalizzazione. Quest’ultimo elemento appare interessante per le sue implicazioni di carattere geopolitico, in quanto la normalizzazione avrebbe come obbiettivo di evitare la conflittualità tra Stati, soprattutto tra Stati vicini.

Solo un breve accenno alla cosiddetta Guerra Cognitiva che riguarda i processi comunicativi e di cui è un ottimo esempio la campagna scatenata da alcuni anni intorno all’olio di palma, tanto da costringere il grande gruppo italiano Ferrero sulla difensiva.
Poiché gli attori economici dialogano attraverso internet, libri, conferenze, convegni e mezzi di comunicazione di massa, il problema dell’Intelligence, secondo Gagliano, non consiste tanto nel raccogliere informazioni, quanto nella capacità di interpretarle in modo che il decisore le capisca.

A conclusione, mi scuso per l’estrema sintesi fatta, riporterò tre questioni, elaborate nell’ambiente di intelligence francese, che ritengo significative per il futuro del nostro Paese:

Prima questione: le reti mafiose transnazionali ricavano colossali guadagni svolgendo attività illegali inestricabilmente mescolate alle operazioni legali grazie alla finanziarizzazione dell’economia. Sotto questo aspetto l’Italia non teme concorrenti. Affermo questo sapendo di dirlo in una sede istituzionale di un paese dove altri da me hanno ritenuto che non fosse cosa gravissima trattare con la mafia come, ancora poche ore fa ha denunciato con coraggio e in solitudine il Procuratore nazionale antimafia Franco Roberti.

La seconda questione critica, oggetto di future guerre, riguarda l’acqua; nel 2025 2,8 miliardi di abitanti vivranno in 48 Paesi con difficoltà o carenza di rifornimento idrico; 40 di questi si trovano in Medio Oriente e nell’Africa settentrionale o sub-sahariana.

La terza questione riguarda il controllo delle risorse dei fondali marini. La Francia possiede, quale “zona economica esclusiva”, la seconda estensione mondiale dopo gli Stati Uniti.” Questa informazione mi ha davvero colpito.

Ora, lo dico con un certo imbarazzo, proverò a passare dalla teoria ai fatti. Spenderò il residuo tempo a disposizione con una nota di tipo autobiografico che vi consegni la chiave del mio legame con il M5S e gli ambienti culturali che lo sostengono.

Nel giugno del 2013, attratto dalla apparente illogicità della vicenda riguardante l’espulsione di due cittadine kazake, Alma Shalabayeva e la figlioletta Alua, sentii mio dovere di cittadino non rimanere indifferente, determinandomi ad approfondire l’ambito geopolitico in cui il grave e complesso episodio si era originato. Immediatamente misi in relazione i pensieri scaturiti alla situazione italiana, che mi apparve paradossale e deficitaria, non solo per la somma delle ingenuità commesse dalle nostre Forze dell’Ordine ma per qualcosa che avvertivo come un gap tra noi “italiani” e altri apparati di intelligence. Per fare un esempio, i nostri agenti dichiararono falsi i passaporti autentici che identificavano madre e figlia sotto falso nome, passaporti della Repubblica Centrafricana, notoriamente area di influenza francese.

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Da subito avvertii un fastidio intellettuale, civile, patriottico per come i servizi della Repubblica del Kazakhstan fossero stati liberi di comportarsi, inducendo alcuni nostri funzionari in errore, pretendendo comportamenti ossequiosi e subalterni od orchestrando pezzi delle nostre amministrazioni come ci si trovasse di fronte a delle consuetudini inconfessabili. Funzionari italiani coordinati sul nostro territorio dall’addetto d’Ambasciata Nurlan Khassen, figura a mia giudizio non sufficientemente investigata nella sua responsabilità e nelle relazioni con personaggi del sottobosco affaristico italiano. Attualmente il Khassen è in carcere in Kazakhstan in compagnia dell’ex capo dei servizi con l’accusa di divulgazione di segreti di stato, se non sbaglio.

Fu così che decisi di scrivere di getto alcune cartelle introduttive a un pamphlet dedicato all’episodio, e mi chiesi quale editore avesse la libertà e l’intelligenza di pubblicarlo. La prima e unica opzione fu la casa editrice Adagio di Gianroberto Casaleggio, che, nell’arco di un fine settimana, accoglieva il frutto delle mie considerazioni sull’episodio. Il libercolo in formato elettronico vedrà la luce un paio di mesi più tardi con il titolo: Shalabayeva – Il caso non è chiuso. A onor del vero, l’incipit della proposta conteneva essenzialmente alcune considerazioni riguardanti i nostri servizi di intelligence.
In quella nota indirizzata a Gianroberto Casaleggio facevo affermazioni, anche gravi, relativamente a quello che da cittadino consapevole della delicatezza di tale nevralgico settore mi appariva lo stato dei nostri servizi. Ma questo ritengo sia materia riservata e di cui spero fortemente di essere stato disinformato dalla stampa nazionale. La nota indirizzata a Casaleggio incominciava così:

“L’espressione del subconscio di una nazione è il suo servizio segreto” scrive John Le Carré nel suo romanzo La Talpa. Il subconscio è una delle peculiarità dell’intelligenza umana, aggiungo io, e continuo:

L’assenza di un servizio segreto ‘intelligente’ rende l’Italia una realtà storica-culturale-giuridica senz’anima, senza sovranità, incapace di riconoscersi. Quando un individuo sviene o, addirittura, muore si dice che ‘perde conoscenza’. Così è ridotta oggi l’Italia.”

Non nascondo un certo disagio nel pronunciare giudizi così severi, soprattutto se penso a figure quali Nicola Calipari, un eroe, forse destinato a divenire direttore del servizio. Tuttavia sono anche consapevole di vivere in un paese dove ufficiali superiori dei carabinieri, già dirigenti responsabili del SISDE, hanno ritenuto onorevole mischiare la propria firma e la propria attività intellettuale con quella dell’assassino del maresciallo Oreste Leonardi, carabiniere, caduto nel vano tentativo di difendere Aldo Moro; un Paese che dopo Ustica ha visto uccidere ufficiali superiori che indagavano sull’incidente, un Paese che assisteva impotente alla protezione offerta agli assassini dei nostri carabinieri, poliziotti, magistrati, uomini politici, a cominciare dagli uomini di Hyperion per finire con Cesare Battisti. Sono conti aperti con i cugini francesi che si potrebbero chiudere, qualora accettassero di fare fronte comune davanti alle complessità che in tempi recenti hanno colto gravemente impreparati i loro apparati di sicurezza. Vedremo come Emanuel Macron saprà indirizzare i suoi sottoposti. Di sicuro, chi governerà l’Italia non potrà eludere il problema.

La nota accolta da Casaleggio così continuava: “L’episodio della deportazione della signora Alma Shalabayeva e di sua figlia ci coglie in questa ennesima perdita di conoscenza. La Repubblica è senza strumenti di attività di reperimento, raccolta e collegamento d’informazioni utili a prendere decisioni per la propria sicurezza.”

Perché, mi chiedevo, tutti i personaggi coinvolti nella vicenda kazaka hanno dichiarato di non sapere chi fosse Mukhtar Ablyazov?

Come è possibile che Angelino Alfano, all’epoca il Ministro dell’Interno, non sapesse nulla di ciò che accadeva?

Eppure il Kazakhstan è considerato da alcuni “il paese più importante del mondo”.

A margine della vicenda emergono alcuni tessitori delle relazioni tra Italia e Kazakhstan: un ex presidente del consiglio, l’allora presidente dell’ENI, un bolognese, passato da Publitalia, tuttofare di Silvio Berlusconi in campo energetico… sullo sfondo si intravvede il sussurratore dei potenti…

I “non sapevo” dietro ai quali si nasconde la politica, che scarica tutte le responsabilità sulle Forze di Pubblica Sicurezza, scrivevo a Casaleggio, mettono a nudo l’impreparazione culturale delle classi dirigenti alla guida del Paese nonché il loro disprezzo per il diritto e i valori umanitari.

Dopo che Scotland Yard aveva invitato Ablyazov a togliersi dai piedi, con la scusa che un gruppo di ceceni fosse arrivato a Londra per accopparlo – così raccontò il suo avvocato sventolando un documento riservato – e dopo che i servizi francesi lo avevano lasciavano passare indisturbato nel viaggio verso Casalpalocco alle porte di Roma, anche l’Italia fece la sua mossa di successo espellendo due donne innocenti.

La questione, tuttavia, non è criticare i servizi segreti italiani, scrivevo a Casaleggio, bensì vedere se nuove prassi e metodologie ne possano migliorare l’efficacia.

In questo contesto ma in assoluto spirito di servizio indirizzavo le mie considerazioni, che oggi mi appaiono forse eccessivamente critiche, verso le strutture e i sistemi di intelligence tradizionali italiani. Capii, nel rivolgermi al mondo a cinque stelle, che non solo quella vicenda era sfuggita al controllo dei servizi di sicurezza dello Stato, prestandosi a interferenze esterne, ma che astute menti avessero orientato gli accadimenti italiani verso direzioni non rispondenti agli interessi nazionali.

Del resto, un paio d’anni prima, in occasione della crisi libica, l’intelligence nazionale non si era altrettanto distinta per capacità di conoscere quanto si concertava e si organizzava anche tra Paesi appartenenti alla Nato (la Francia prima fra questi).

Premesso che anche quest’ultimo esempio sia da considerare un fallimento dell’intelligence nazionale, così mi pare la pensi anche il professor Alfredo Mantici, avrei piacere di conoscere il parere di un giurista qual è il Prefetto Adriano Soi, ma la domanda è estesa a tutti i relatori, in merito a ciò che ritengo possa essere una delle cause di fallimenti del genere; mi riferisco alla legislazione italiana che fa dipendere i Servizi di Intelligence dal potere politico esecutivo, cui da tanti anni rispondono i vertici delle nostre agenzie di sicurezza.

La latitanza di Mukhtar Ablyazov, sarà un caso, termina in Costa azzurra il 31 luglio 2013. Arrestato, viene trasferito in un carcere francese, finalmente al sicuro dai sicari che lo stanno cercando; in prigione il dissidente o ladro kazako vi rimarrà tre anni senza un solo processo, mentre i giudici francesi si fanno belli respingono le richieste di estradizione che giungono da Ucraina e Russia. È il Grande gioco.

Il 5 dicembre 2014, il Presidente Holland è ricevuto dal Presidente Nazarbayev, accompagnato dalle prime 50 aziende francesi oltre che da una delegazione della Sorbonne. Al bar si direbbe che la Francia è passata all’incasso. È tutto il caso un esempio di guerra economica?

Ciò che a prima vista può apparire come una brillante operazione di intelligence, a meno che il sottoscritto abbia preso lucciole per lanterne, non avrebbe mai avuto l’esito che vi ho descritto se degli apparati efficienti vi si fossero contrapposti o se la politica non si fosse girata dall’altra parte.

A conclusione del mio intervento, forse eccentrico rispetto al tema affidatomi, del resto non sono un addetto ai lavori, auspico che tale occasione sia ricordata come il primo passo di un possibile dialogo futuro tra le componenti presenti al tavolo.

All’onorevole Tofalo, che da anni e con passione si è voluto inoltrare in un terreno così accidentato, rivolgo l’invito a considerare se vi sia alternativa, da parte di chi si occupa della sicurezza dello Stato, al dire solo ed esclusivamente la verità al decisore e se si sente disposto in quanto potenziale decisore ad accettare, come direbbe Yuval Diskin, direttore dello Shin Bet dal 2005 al 2011, almeno 4 o 5 alternative a un problema e non un banale zero o uno. Comunque sia vorrei consigliargli di diffidare di quanti abbiano la tendenza ad attaccare l’asino dove il padrone vuole.

Sempre all’onorevole Tofalo mi permetto di indicare alcune parole del gesuita Padre Robert Graham: “esiste un’analogia fra intelligence e la diplomazia tradizionale… Esiste solo una differenza di mezzi e di metodi. Ma l’intelligence non si limita a raccogliere passivamente informazioni più o meno attendibili, essa ha anche il ruolo di facilitare i negoziati difficili” per evidenziare, se ce ne fosse bisogno, che senza politica estera e senza una diplomazia orientata dall’intelligence alla cultura più che al business, difficilmente si potrà garantire la sicurezza del Paese e soprattutto la Pace di cui il Mediterraneo ha necessità.

Non saprei dire quanti filosofi si siano prestati a ragionare di intelligence, di sicuro Platone, Bruno, Marx o Popper hanno diffusamente affrontato sia il tema della politica sia quello dell’investigazione, così trovo coerente e appropriata la collaborazione che il Prefetto Adriano Soi ha stabilito con un filosofo della statura di Dario Antiseri, curatore, tra l’altro dell’ultimo libro di Edgar Morin, un pensatore a mio avviso determinante per una nuova idea di intelligence partecipata, diffusa, ubiqua e transdisciplinare.

Non nascondo che gli studi e le ricerche del Prof. Aldo Giannuli abbiano influenzato le mie riflessioni e arricchito le mie conoscenze; ogni volta che passo davanti agli archivi di Circonvallazione Appia penso a lui e al padre di tanti problemi dell’intelligence nazionale, il Noto servizio.

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Altrettanto mi sento arricchito dai numerosi interventi di argomento geopolitico del Prof. Andrea Margelletti, mentre sono certo che il prezioso e colto lavoro trentennale del dott. Alfredo Mantici abbia contribuito largamente alla sicurezza nazionale. La presenza di Leo Taddeo, investigatore e specialista di cyber security, mi fa pensare a chi, in tempi recenti, ha tentato di appropriarsi del settore senza alcuna competenza nell’ambito della sicurezza informatica. Pericolo scampato.

Vorrei chiudere l’intervento, citando un grande intellettuale francese, Geoge Duby, quasi fosse un appello a quella Francia colta e a noi vicina nel motto universale: Liberté Egalité Fraternité.

“Siamo entrati nel tempo del disprezzo, del disdegno reciproco, in un momento nel quale in Europa si disgrega il sistema di educazione che per secoli aveva coltivato, diffuso, ravvivato i valori sorti dalla creatività europea. Perciò è urgente che noi intellettuali d’Europa (e questo voi siete) riflettiamo su questi valori, sulle loro origini, su ciò che si fa nascere, rinascere, diffondere, evolvere, per proteggerli dal deterioramento, dal soffocamento che li minaccia.”

Grazie e buona continuazione.

Alberto Massari

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